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Ancora una
versione dei racconti di Perrault! esclameranno in coro, stupefatti, gli
amatori di libri vecchi e nuovi. Proprio: ancora una! e pour cause direbbe
un nostro confratello d'oltr'alpi. E la cause bisogna ricercarla nel
fatto che quasi tutte le edizioni del Perrault pubblicate finora in italiano,
specialmente quelle economiche, sono scelleratamente tradotte; errori ed orrori
scappan fuori ad ogni pagina, e ne scappassero per davvero sarebbe un bene, il
guaio è che vi restano e con quanto danno dei giovani lettori non v'è chi non
veda!
È da tempo
che i più celebri pedagogisti han gettato il grido d'allarme: Attenti ai libri
che debbono andare per le mani dei ragazzi! In quei teneri cervelli le impressioni
sono agevoli come nella cera, e vi restano incancellabili come nel bronzo. Se
si abituano a leggere volumi scritti in buona lingua, correttamente, ne
trarranno durevoli benefici per la loro istruzione futura e viceversa. Ora non
v'è chi non sappia quanto sia difficile una buona traduzione, e che per
ottenerla bisogna rivolgersi a scrittori di polso, a quelli che vanno per la
maggiore, i quali non si contentano dei pochi soldi che si offrono al primo
improvvisato traduttore ignaro degli elementi rudimentali della lingua del
testo, e, quel che è peggio, anche di quella nella quale deve tradurre. E son
questi i traduttori traditori, che spargono sui lussureggianti campi
dell'italiana favella il mal seme, disgraziatamente fecondo, dei barbarismi,
degl'idiotismi, dei francesismi ed altri simili ibridismi; e ne guastano
l'armonica pronunzia, storpiandone l'ortografia; e ne turbano la limpida
costruzione, traducendo alla lettera locuzioni proprie ad altri linguaggi.
Gli
editori che assoldano questi crumiri della penna si scusan dicendo che
trattandosi di edizioni a buon mercato non si può far diversamente. E sì che si
può fare, contentandosi di un guadagno limitatissimo; come facciam noi, che
affidiamo le nostre traduzioni al Verdinois, al Borrelli, ad Arnaldo de Lysle
ed ai più competenti scrittori, riconosciuti ed affermatisi per purezza di
lingua e semplicità di stile.
Buon
mercato non deve significar libro mal fatto, tutt'altro, giacchè appunto per la
sua grande diffusione questo genere di letteratura ha una influenza
potentissima sull'educazione del popolo.
E poi non
bisogna mai falsare il pensiero di un autore, nè far servire i suoi libri ad
uno scopo diverso da quello pel quale furon scritti.
Istruire e
divertire, ecco il compito che si era proposto il Perrault, e ciò egli stesso
dichiara nella prefazione ai suoi tre racconti in versi. Noi, che a lui ci
rivolgiamo, abbiamo voluto fare il meglio che si poteva per aderire al suo
pensiero, non badando a sacrificii, nè avendo in mira esagerati guadagni. E a
chi meglio potevano affidare la traduzione dei suoi meravigliosi racconti se
non al Verdinois? il quale, sia detto fra noi, è anch'egli sotto l'incantesimo
di una fata potente, da cui ha ricevuto l'impareggiabile dono di una magica
penna, che sa mirabilmente trasformare una lingua in un'altra. Insomma è un
mago anche lui! Il regno del meraviglioso è dominio suo. Perciò i suoi scritti
affascinano ed avvincono. Leggendo questo libro, vedrete quanta vivezza
d'immaginazione, qual grande ricchezza di colori ha saputo profondere in esso,
tanto da farne un'opera originale, un vero capolavoro, un gioiello di grazia,
che conquiderà grandi e piccini. Proprio così come Perrault voleva, giacchè
prima di divertire con questi racconti i fanciulli, egli aveva intrattenuto i vecchi
parrucconi dell'Accademia francese, a cui li leggeva, fra una seduta e l'altra,
con loro diletto profondo.
E l'idea
di trascrivere questi racconti dalle meravigliose fonti delle tradizioni
popolari, sorprendendoli sulle labbra delle nonne e delle vecchie serve, non
venne forse inspirata al Perrault da quei versi del La Fontaine, nei quali il
celebre favoleggiatore diceva che se Pelle d'Asino gli fosse narrata
egli vi avrebbe gustato un estremo piacere?
Di queste
pubblicazioni, che possono andare con pari utilità e diletto fra le mani di
grandi e piccini, ne abbiamo già dato, modestia a parte, splendidi saggi. I
fantastici e smaglianti racconti del celebre scrittore amiricano W. Irving, che
il Verdinois ha tradotto e che noi abbiamo stampato in un elegantissimo volume
dal titolo Nel Regno Fatato[1], quel capolavoro di grazia e di
fantasia, La leggenda della bella Baldura[2]
di V. Hugo, che ci ha procurato lettere di entusiasmo da tutta la gioventù
italiana, ed anche di V. Hugo i meravigliosi ed istruttivi racconti dell'Epopea
del Leone[3], tradotti dal Verdinois con così
delicata finezza di tocco, ne sono una incontrastata e luminosa conferma.
L'Epopea del
Leone, eroica, tenera, delicata e meravigliosa finzione, che fa pensare al
gran poeta stesso che la concepì; il leone non è forse lui? il giudice
terribile che s'intenerisce alla preghiera di una bimba? E chi meglio di V.
Hugo poteva istruire e dilettare i fanciulli, egli che ad essi dedicò, si può
dire, tutte le cure della sua vecchiaia? Nessuno ha mai considerato l'infanzia
con sguardi più carezzevoli e commossi; Egli si sentiva rapito dinanzi a due
occhioni ingenui pieni di aurora, e dinanzi ad una piccola bocca rosea che
balbettava parole di paradiso. E come sapeva incantarli, mettendo sempre in
fondo ai suoi racconti, ai giuochi che per essi inventava ed a tutti i loro
divertimenti un'idea grandiosa!
Improvvisava
pei suoi nipotini un'infinità di racconti morali come quello della buona pulce
e del cattivo re; e l'altro del buon cane, che, morendo vittima della sua
devozione per una giovanetta, è trasformato in angelo custode; e quello
dell'asino, il quale, cosa straordinaria... aveva due lunghe orecchie, e, cosa
più straordinaria ancora, con una udiva solo il sì e con l'altra il
no; in modo che la povera bestia si trovava continuamente fra due voci
contrarie: il bene ed il male.
E le
lettere, le lettere di affetto, piene di tante cose dolci, divertenti e soprattutto
di utilissimi consigli, che il Gran Poeta scriveva, quando trovavasi in
viaggio, ai suoi figli? Oh! quelle lettere meravigliose ogni padre dovrebbe
leggerle, studiarle e farle studiare a tutti i suoi! Che salutari lezioni di
amor paterno e filiale se ne trarrebbero.
Chi sa, un
giorno forse non lontano, se l'incoraggiamento dei nostri lettori non ci verrà
meno, le raccoglieremo e pubblicheremo.
Ma non
solo negli scritti e nell'improvvisazione ci si rivela l'affetto di Hugo pei
piccoli, egli aveva anche un ingegno tutto speciale nell'organizzare feste per
l'infanzia.
In esilio
aveva dato vita a quei celebri pranzi annuali per i fanciulli poveri, che tanto
bene fecer loro, e, tornato in patria, ogni anno l'albero di Natale di casa Hugo
era uno di quegli avvenimenti attesi con ansia gioconda dai fortunati che
potevano intervenirvi.
Il Natale
specialmente del 1877 fece epoca, tanto che i giornali ne diedero l'ampia
relazione, che ci piace qui riportare.
I due
nipotini di Hugo avevano invitati per la circostanza tutti i loro piccoli amici
ed all'ora fissata un incantevole stuolo di bimbi, ridendo e cinguettando, si
presentò alla via di Clichy N. 21.
Pur
essendo in pieno giorno, erano appena le due del dopo pranzo, si vedeva il
salone illuminato fantasticamente. In esso nascondevasi V. Hugo, preparando la
sorpresa della festa.
Ad un
tratto le porte del salone si spalancarono ed un grido di ammirazione eruppe
dal più profondo di quei piccoli petti: il lampadario, il monumentale
lampadario di casa Hugo, appariva trasformato, come per virtù d'incantesimo, in
gigantesco albero di Natale. Ed i gridi di gioia delle rosee bocche, e gli
applausi festanti di quelle delicate manine crebbero d'intensità, raggiungendo
il massimo dell'entusiasmo, quando scorsero in un angolo il gran Poeta
circondato da una legione di pupattole, da un reggimento di pulcinelli. Dal
lato dove erano le pupattole si vedeva scritto: Camera delle pupattole e
dall'altro: Senato dei porricinelli.
Quando i
bambini furono tutti a posto, il Poeta prese la parola e disse: "Signori
senatori, signore senatoresse, i disgraziati che dovete giudicare sono grandi
delinquenti, ogni giorno commettono attentati mostruosi; non vivono che di
rapina e di spoliazioni, il furto è per essi un'abitudine. Se voi li graziate,
cominceranno di nuovo a spargere il male ed il terrore. Non hanno alcun
rispetto per le cose sacre e si rendono responsabili degli atti più
impertinenti e più sacrileghi contro gli edifici religiosi. In una parola, sono
dei grandi scellerati; nondimeno io vi propongo di accordar loro la grazia e di
votar l'amnistia. Si conducano qui i prigionieri".
Fu portato
un piccolo oggetto accuratamente coperto: "Ecco i miserabili, disse il
Maestro, i quali non si pentono mai del male che fanno; quelli che vogliono
perdonarli alzino la mano!"
Tutti i
bambini alzarono le mani.
Allora V.
Hugo sollevando il velo che nascondeva il misterioso oggetto, scoprì una gabbia
dove erano rinchiusi due poveri passeri, che, spaventati dalla luce improvvisa,
si misero a batter le ali, ed a cacciar acute strida.
V. Hugo
andò alla finestra, l'aprì, e prendendo delicatamente i due prigionieri, diè
loro la libertà, fra gli applausi del suo incantevole minuscolo senato.
Poi
cominciò la distribuzione dei giocattoli, tirando a sorte; alle bimbe toccarono
le pupattole, ai bimbi i pulcinelli. In fine V. Hugo esclamò: "Vi resta un
ultimo lotto" e ciò dicendo mostrò un biglietto da cinquecento lire.
L'ansia
crebbe, il piccolo mondo invocò la buona sorte, ognun perse naturalmente; ma il
gran Poeta con un pietoso inganno fece in modo che la somma toccasse ai poveri.
Chi
volesse saperne di più intorno a Victor Hugo ed i bimbi legga la
mirabile prefazione di Pasquale Borrelli al nostro volume Leggenda della
Bella Baldura.
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Abbiamo
voluto narrarvi tutto ciò per dimostrarvi che, come pei traduttori, così per
gli autori, a noi non piace ricorrere al primo venuto, bensì ai più grandi
specialisti del genere, a quelli che sanno sul serio divertire ed istruire i
ragazzi.
Con questo
programma ai volumi già pubblicati seguiranno le novelle del celebre Grimm, il
grande scrittore tedesco, L'ultima Fata del Balzac, I Nuovi Racconti
di Fate e la Bacchetta magica di Madama di Ségur ed altri dei più
noti autori di tutti i paesi.
Daremo anche
a Cesare quel che è di Cesare, evitando il riprovevole uso di attribuire tutti
i racconti di fate, sieno essi scritti all'epoca di Omero o a quella del La Fontaine, da autori russi
od... ostrogoti, al Perrault, il quale non ne ha scritto che solo undici: otto
in prosa e tre in versi, e son quelli che noi pubblichiamo in questo e nel
prossimo volume, che avrà per titolo Le Fiabe della Nonna. Abbiamo, per
maggior intelligenza dei nostri piccoli lettori, fatto tradurre in prosa anche
i tre racconti in versi.
Ad ogni
autore attribuiremo quindi quello che ha scritto, evitando l'ibrido miscuglio,
la grande confusione di cui si è or ora discorso ed abituando così i ragazzi
all'ordine ed al discernimento dei caratteri e delle forme delle diverse
letterature.
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— Basta,
basta! — sentiamo gridare da tutte le parti. — La finite sì o no con questa
inutile cicalata; vogliamo leggere i racconti di Perrault, noi!
E ciò
proprio quando ci accorgiamo che chi fa l'altrui mestiere fa la zuppa nel
paniere. Abbiamo voluto impancarci a scrittori e di tutto si è parlato fuorchè
di quello che si sarebbe dovuto. Naturalmente voi vi sareste aspettati che vi
dicessimo chi era Perrault, in qual'epoca visse, come fu che scrisse questi
racconti, e avete ragione.
Espieremo
il fallo parlandovi di tutto ciò nel prossimo volume del Perrault, che, come si
è già detto, avrà per titolo: Le Fiabe della Nonna.
Ora,
tirateci pur le orecchie, che, a differenza dell'asino di V. Hugo, cosa
veramente straordinaria... son piccole!
Per la Società Editrice Partenopea
G. G. Rocco.
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