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Charles Perrault
I racconti delle fate

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  • Parte prima Quando c'eran le Fate
    • L'editore al Lettore
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L'editore al Lettore

 

Ancora una versione dei racconti di Perrault! esclameranno in coro, stupefatti, gli amatori di libri vecchi e nuovi. Proprio: ancora una! e pour cause direbbe un nostro confratello d'oltr'alpi. E la cause bisogna ricercarla nel fatto che quasi tutte le edizioni del Perrault pubblicate finora in italiano, specialmente quelle economiche, sono scelleratamente tradotte; errori ed orrori scappan fuori ad ogni pagina, e ne scappassero per davvero sarebbe un bene, il guaio è che vi restano e con quanto danno dei giovani lettori non v'è chi non veda!

È da tempo che i più celebri pedagogisti han gettato il grido d'allarme: Attenti ai libri che debbono andare per le mani dei ragazzi! In quei teneri cervelli le impressioni sono agevoli come nella cera, e vi restano incancellabili come nel bronzo. Se si abituano a leggere volumi scritti in buona lingua, correttamente, ne trarranno durevoli benefici per la loro istruzione futura e viceversa. Ora non v'è chi non sappia quanto sia difficile una buona traduzione, e che per ottenerla bisogna rivolgersi a scrittori di polso, a quelli che vanno per la maggiore, i quali non si contentano dei pochi soldi che si offrono al primo improvvisato traduttore ignaro degli elementi rudimentali della lingua del testo, e, quel che è peggio, anche di quella nella quale deve tradurre. E son questi i traduttori traditori, che spargono sui lussureggianti campi dell'italiana favella il mal seme, disgraziatamente fecondo, dei barbarismi, degl'idiotismi, dei francesismi ed altri simili ibridismi; e ne guastano l'armonica pronunzia, storpiandone l'ortografia; e ne turbano la limpida costruzione, traducendo alla lettera locuzioni proprie ad altri linguaggi.

Gli editori che assoldano questi crumiri della penna si scusan dicendo che trattandosi di edizioni a buon mercato non si può far diversamente. E sì che si può fare, contentandosi di un guadagno limitatissimo; come facciam noi, che affidiamo le nostre traduzioni al Verdinois, al Borrelli, ad Arnaldo de Lysle ed ai più competenti scrittori, riconosciuti ed affermatisi per purezza di lingua e semplicità di stile.

Buon mercato non deve significar libro mal fatto, tutt'altro, giacchè appunto per la sua grande diffusione questo genere di letteratura ha una influenza potentissima sull'educazione del popolo.

E poi non bisogna mai falsare il pensiero di un autore, far servire i suoi libri ad uno scopo diverso da quello pel quale furon scritti.

Istruire e divertire, ecco il compito che si era proposto il Perrault, e ciò egli stesso dichiara nella prefazione ai suoi tre racconti in versi. Noi, che a lui ci rivolgiamo, abbiamo voluto fare il meglio che si poteva per aderire al suo pensiero, non badando a sacrificii, avendo in mira esagerati guadagni. E a chi meglio potevano affidare la traduzione dei suoi meravigliosi racconti se non al Verdinois? il quale, sia detto fra noi, è anch'egli sotto l'incantesimo di una fata potente, da cui ha ricevuto l'impareggiabile dono di una magica penna, che sa mirabilmente trasformare una lingua in un'altra. Insomma è un mago anche lui! Il regno del meraviglioso è dominio suo. Perciò i suoi scritti affascinano ed avvincono. Leggendo questo libro, vedrete quanta vivezza d'immaginazione, qual grande ricchezza di colori ha saputo profondere in esso, tanto da farne un'opera originale, un vero capolavoro, un gioiello di grazia, che conquiderà grandi e piccini. Proprio così come Perrault voleva, giacchè prima di divertire con questi racconti i fanciulli, egli aveva intrattenuto i vecchi parrucconi dell'Accademia francese, a cui li leggeva, fra una seduta e l'altra, con loro diletto profondo.

E l'idea di trascrivere questi racconti dalle meravigliose fonti delle tradizioni popolari, sorprendendoli sulle labbra delle nonne e delle vecchie serve, non venne forse inspirata al Perrault da quei versi del La Fontaine, nei quali il celebre favoleggiatore diceva che se Pelle d'Asino gli fosse narrata egli vi avrebbe gustato un estremo piacere?

Di queste pubblicazioni, che possono andare con pari utilità e diletto fra le mani di grandi e piccini, ne abbiamo già dato, modestia a parte, splendidi saggi. I fantastici e smaglianti racconti del celebre scrittore amiricano W. Irving, che il Verdinois ha tradotto e che noi abbiamo stampato in un elegantissimo volume dal titolo Nel Regno Fatato[1], quel capolavoro di grazia e di fantasia, La leggenda della bella Baldura[2] di V. Hugo, che ci ha procurato lettere di entusiasmo da tutta la gioventù italiana, ed anche di V. Hugo i meravigliosi ed istruttivi racconti dell'Epopea del Leone[3], tradotti dal Verdinois con così delicata finezza di tocco, ne sono una incontrastata e luminosa conferma.

L'Epopea del Leone, eroica, tenera, delicata e meravigliosa finzione, che fa pensare al gran poeta stesso che la concepì; il leone non è forse lui? il giudice terribile che s'intenerisce alla preghiera di una bimba? E chi meglio di V. Hugo poteva istruire e dilettare i fanciulli, egli che ad essi dedicò, si può dire, tutte le cure della sua vecchiaia? Nessuno ha mai considerato l'infanzia con sguardi più carezzevoli e commossi; Egli si sentiva rapito dinanzi a due occhioni ingenui pieni di aurora, e dinanzi ad una piccola bocca rosea che balbettava parole di paradiso. E come sapeva incantarli, mettendo sempre in fondo ai suoi racconti, ai giuochi che per essi inventava ed a tutti i loro divertimenti un'idea grandiosa!

Improvvisava pei suoi nipotini un'infinità di racconti morali come quello della buona pulce e del cattivo re; e l'altro del buon cane, che, morendo vittima della sua devozione per una giovanetta, è trasformato in angelo custode; e quello dell'asino, il quale, cosa straordinaria... aveva due lunghe orecchie, e, cosa più straordinaria ancora, con una udiva solo il e con l'altra il no; in modo che la povera bestia si trovava continuamente fra due voci contrarie: il bene ed il male.

E le lettere, le lettere di affetto, piene di tante cose dolci, divertenti e soprattutto di utilissimi consigli, che il Gran Poeta scriveva, quando trovavasi in viaggio, ai suoi figli? Oh! quelle lettere meravigliose ogni padre dovrebbe leggerle, studiarle e farle studiare a tutti i suoi! Che salutari lezioni di amor paterno e filiale se ne trarrebbero.

Chi sa, un giorno forse non lontano, se l'incoraggiamento dei nostri lettori non ci verrà meno, le raccoglieremo e pubblicheremo.

Ma non solo negli scritti e nell'improvvisazione ci si rivela l'affetto di Hugo pei piccoli, egli aveva anche un ingegno tutto speciale nell'organizzare feste per l'infanzia.

In esilio aveva dato vita a quei celebri pranzi annuali per i fanciulli poveri, che tanto bene fecer loro, e, tornato in patria, ogni anno l'albero di Natale di casa Hugo era uno di quegli avvenimenti attesi con ansia gioconda dai fortunati che potevano intervenirvi.

Il Natale specialmente del 1877 fece epoca, tanto che i giornali ne diedero l'ampia relazione, che ci piace qui riportare.

I due nipotini di Hugo avevano invitati per la circostanza tutti i loro piccoli amici ed all'ora fissata un incantevole stuolo di bimbi, ridendo e cinguettando, si presentò alla via di Clichy N. 21.

Pur essendo in pieno giorno, erano appena le due del dopo pranzo, si vedeva il salone illuminato fantasticamente. In esso nascondevasi V. Hugo, preparando la sorpresa della festa.

Ad un tratto le porte del salone si spalancarono ed un grido di ammirazione eruppe dal più profondo di quei piccoli petti: il lampadario, il monumentale lampadario di casa Hugo, appariva trasformato, come per virtù d'incantesimo, in gigantesco albero di Natale. Ed i gridi di gioia delle rosee bocche, e gli applausi festanti di quelle delicate manine crebbero d'intensità, raggiungendo il massimo dell'entusiasmo, quando scorsero in un angolo il gran Poeta circondato da una legione di pupattole, da un reggimento di pulcinelli. Dal lato dove erano le pupattole si vedeva scritto: Camera delle pupattole e dall'altro: Senato dei porricinelli.

Quando i bambini furono tutti a posto, il Poeta prese la parola e disse: "Signori senatori, signore senatoresse, i disgraziati che dovete giudicare sono grandi delinquenti, ogni giorno commettono attentati mostruosi; non vivono che di rapina e di spoliazioni, il furto è per essi un'abitudine. Se voi li graziate, cominceranno di nuovo a spargere il male ed il terrore. Non hanno alcun rispetto per le cose sacre e si rendono responsabili degli atti più impertinenti e più sacrileghi contro gli edifici religiosi. In una parola, sono dei grandi scellerati; nondimeno io vi propongo di accordar loro la grazia e di votar l'amnistia. Si conducano qui i prigionieri".

Fu portato un piccolo oggetto accuratamente coperto: "Ecco i miserabili, disse il Maestro, i quali non si pentono mai del male che fanno; quelli che vogliono perdonarli alzino la mano!"

Tutti i bambini alzarono le mani.

Allora V. Hugo sollevando il velo che nascondeva il misterioso oggetto, scoprì una gabbia dove erano rinchiusi due poveri passeri, che, spaventati dalla luce improvvisa, si misero a batter le ali, ed a cacciar acute strida.

V. Hugo andò alla finestra, l'aprì, e prendendo delicatamente i due prigionieri, diè loro la libertà, fra gli applausi del suo incantevole minuscolo senato.

Poi cominciò la distribuzione dei giocattoli, tirando a sorte; alle bimbe toccarono le pupattole, ai bimbi i pulcinelli. In fine V. Hugo esclamò: "Vi resta un ultimo lotto" e ciò dicendo mostrò un biglietto da cinquecento lire.

L'ansia crebbe, il piccolo mondo invocò la buona sorte, ognun perse naturalmente; ma il gran Poeta con un pietoso inganno fece in modo che la somma toccasse ai poveri.

Chi volesse saperne di più intorno a Victor Hugo ed i bimbi legga la mirabile prefazione di Pasquale Borrelli al nostro volume Leggenda della Bella Baldura.

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*   *

Abbiamo voluto narrarvi tutto ciò per dimostrarvi che, come pei traduttori, così per gli autori, a noi non piace ricorrere al primo venuto, bensì ai più grandi specialisti del genere, a quelli che sanno sul serio divertire ed istruire i ragazzi.

Con questo programma ai volumi già pubblicati seguiranno le novelle del celebre Grimm, il grande scrittore tedesco, L'ultima Fata del Balzac, I Nuovi Racconti di Fate e la Bacchetta magica di Madama di Ségur ed altri dei più noti autori di tutti i paesi.

Daremo anche a Cesare quel che è di Cesare, evitando il riprovevole uso di attribuire tutti i racconti di fate, sieno essi scritti all'epoca di Omero o a quella del La Fontaine, da autori russi od... ostrogoti, al Perrault, il quale non ne ha scritto che solo undici: otto in prosa e tre in versi, e son quelli che noi pubblichiamo in questo e nel prossimo volume, che avrà per titolo Le Fiabe della Nonna. Abbiamo, per maggior intelligenza dei nostri piccoli lettori, fatto tradurre in prosa anche i tre racconti in versi.

Ad ogni autore attribuiremo quindi quello che ha scritto, evitando l'ibrido miscuglio, la grande confusione di cui si è or ora discorso ed abituando così i ragazzi all'ordine ed al discernimento dei caratteri e delle forme delle diverse letterature.

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Basta, basta! — sentiamo gridare da tutte le parti. — La finite sì o no con questa inutile cicalata; vogliamo leggere i racconti di Perrault, noi!

E ciò proprio quando ci accorgiamo che chi fa l'altrui mestiere fa la zuppa nel paniere. Abbiamo voluto impancarci a scrittori e di tutto si è parlato fuorchè di quello che si sarebbe dovuto. Naturalmente voi vi sareste aspettati che vi dicessimo chi era Perrault, in qual'epoca visse, come fu che scrisse questi racconti, e avete ragione.

Espieremo il fallo parlandovi di tutto ciò nel prossimo volume del Perrault, che, come si è già detto, avrà per titolo: Le Fiabe della Nonna.

Ora, tirateci pur le orecchie, che, a differenza dell'asino di V. Hugo, cosa veramente straordinaria... son piccole!

Per la Società Editrice Partenopea

G. G. Rocco.





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