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Antonio Gramsci
La questione meridionale

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  • Clericali ed agrari
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Clericali ed agrari2

 

La mentalità dei clericali politicanti è la quintessenza aromatizzata della demagogia. I loro giornali sono normalmente imbottiti di lunghe e suggestive polemiche (naturalmente disinteressate e per le quali l'amministratore non compila nessuna fattura) in difesa degli interessi di tutti gli affarismi truccati da industrie nazionali. Ma quando per esempio lo zucchero e il pane attingono prezzi vertiginosi, allora codesti paladini dei poveri trovano il modo di fare la voce grossa e di riversare la loro santa indignazione sugli... accaparratori o sui droghieri, che dalla cuccagna generale cercano di ricavare qualche profitto anche loro.

Sei mesi fa, il Momento si distinse per una intrepida campagna (quanti pesciolini non abboccano a questi ami) contro l'alto prezzo del pane. Ma ciò naturalmente non gli impedisce ora di bruciare un granellino di incenso in favore della povera agricoltura nazionale e di svolgere simpaticamente un articolo-circolare dell'Agraria, che cerca dimostrare come qualmente il prezzo di 36 lire al quintale fissato per il grano sia addirittura rovinoso per la... Sardegna e per la Calabria.

Bisogna tener sempre d'occhio questi mestatori dell'opinione pubblica ed impedire che le loro insinuanti argomentazioni facciano presa. Il protezionismo in Italia si è irrobustito perché ha saputo abilmente rendere antagonistici gli interessi immediati delle campagne con quelli della città, e di una parte d'Italia con l'altra. E perciò spetta ai proletari urbani, piú duramente provati dalle alchimie affaristiche degli agrari e d'altronde meglio preparati alla lotta, cercare con la loro resistenza ed opposizione, anche violenta, di smontare la vecchia macchina camorrista che, in ultima analisi, opprime in modo uguale tutto il proletariato.

L'argomentazione che il Momento fa sua, e che viene pomposamente presentata come un'applicazione della «ben nota teorica del valore denominata del Ricardo», è cosí evidentemente assurda che solo uno scopo demagogico (ottenere la pressione dei contadini della bassa Italia e delle isole, per rendere legittimi i grossi guadagni dei granicultori della Valle Padana) può averla fatta rivogare. In sostanza si vuole che, per non rovinare nessuno, si prenda come punto di partenza per fissare il prezzo massimo del grano la produttività delle terre improduttive. Il dazio protettivo sul grano ha spinto molti nelle campagne a seminare in terre mezzo sterili nella sicurezza di un tenue guadagno procurato dallo Stato, artificialmente, per la solita ragione dell'incremento dei prodotti nazionali. Lo stato di monopolio creato dalla guerra, che da 29 franchi ha portato il grano a piú di 40 franchi, serve a creare l'illusione che anche seminando sulla sabbia ci sia da guadagnare sempre abbastanza. Intanto però gli agrari della Valle Padana, che non seminano sulla sabbia, ma nelle fertili ed irrigate terre della Lombardia e dell'Emilia specialmente, realizzano dei guadagni favolosi, che trovano solo riscontro nei superprofitti di guerra degli industriali. È molto comodo per questi signori sfruttare il fatto compiuto della coltura a grano di terre improduttive per insinuare che il prezzo massimo deve essere fissato per assicurare ai poveri contadini un reddito equo, ma, a costo di dovere assumere degli atteggiamenti apparentemente antipatici e odiosi, è necessario che il proletario, specialmente urbano, reagisca contro queste campagne tendenziose.

Potrà essere titolo d'onore del proletario urbano l'aver contribuito, con questa sua resistenza alle nuove domande affamatrici degli speculatori del pane quotidiano, a trasformare una gran parte dell'economia agricola italiana anacronistica e decrepita. E non è paradossale l'affermazione che uno sciopero a Torino, per un minacciato aumento di prezzo del pane, può servire anche a salvare la Sardegna e la Calabria dalla mania disastrosa di tagliare gli alberi per seminare il grano, nella sicurezza fallace che gli alti prezzi rendano immediatamente redditizie le terre dove solo l'albero trova alimento nelle acque del sottosuolo e può diventare in un futuro assestamento economico la vera e più redditizia fonte di ricchezza.

Certo è che occorre assolutamente reagire contro queste mene e questi raggiri dei ceti agrari, che hanno larghe aderenze e forti influenze, affinché cessi il tributo che ogni anno il proletario paga ai padroni delle terre d'Italia.






p. -

2 Dall'Avanti!, ediz. piemontese, 7 luglio 1916.





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