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Antonio Gramsci
La questione meridionale

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  • Operai e contadini
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Operai e contadini5

 

La Stampa ha sostenuto che nell'attuale momento un problema sovrasta e domina tutti gli altri: ristorare l'autorità dello Stato; per risolvere appunto questo esistenziale problema della società italiana la Stampa invocava e continua ad invocare la collaborazione della classe operaia e del partito socialista. Il «filosofo» dell'Avanti! all'azione della classe operaia per ristorare lo Stato borghese contrappone, come unica storicamente possibile, l'azione rivoluzionaria della classe operaia rivolta a fondare lo Stato operaio (la dittatura proletaria). Nel suo articolo di ieri lo scrittore della Stampa trova che porre come problema esistenziale la fondazione dello Stato operaio contravviene ai regolamenti della filosofia idealista, mentre è conformista porre il problema della ristorazione dello Stato borghese. È questo uno dei piú reconditi misteri della filosofia idealista che aborre i miti rivoluzionari e trova piú conveniente il servizio delle casseforti e dello Stato borghese.

Lo scrittore della Stampa protesta vigorosamente contro qualsivoglia persona che osi crederlo capace di correre dietro alle armonie sociali e di negare che la lotta di classe sia molla della storia! Significa dunque questa vigorosa protesta che lo scrittore della Stampa crede che nel momento attuale la storia non ha bisogno di molla: oppure significa che lo scrittore della Stampa afferma in genere che la lotta di classe è la molla della storia, ma in ogni caso particolare non vuole di coteste malefiche molle. La filosofia idealista, con le sue austerità e i suoi elogi della intolleranza, anche in questo caso subisce misteriose e labirintiche involuzioni.

Lo scrittore della Stampa dolorosamente abbandona alle loro illusioni demoniache i comunisti che fantasticano di sopprimere la lotta di classe con la lotta di classe, proprio (disgraziati!) come quegli ingenui democratici che sognavano di uccidere la guerra con la guerra. I comunisti della III Internazionale hanno a questo proposito un corpo di dottrine e di tesi che lo scrittore della Stampa dovrebbe conoscere e dimostrare infondate. Il compagno Trotski, per esempio, sostiene che il significato mondiale della rivoluzione russa è quello: la rivoluzione russa è il primo, vittorioso tentativo compiuto da una classe operaia nazionale di creare le condizioni per una economia organizzata su scala mondiale; lo Stato operaio russo è la prima cellula di questa smisurata organizzazione che la classe capitalista ha cercato di attuare a suo beneficio, con la guerra imperialista e col mito della Società delle nazioni. La polemica sulla guerra eterna e l'eterna lotta delle classi, gli operai russi l'hanno risolta con le armi in pugno: hanno sofferto, hanno dovuto subire la fame, le privazioni piú atroci, ma la polemica si è finora conclusa col sopravvento «dialettico» della classe operaia russa sull'imperialismo mondiale. È probabilissimo che anche in Italia la polemica sarà risolta in un modo molto somigliante a quello russo. Lo scrittore della Stampa è persuaso che l'intervento dello Stato nel processo di produzione e di scambio sia un mero caso, un evento disgraziato, che un «decreto» del potere governativo ristorato potrà distruggere per la maggiore felicità del genere umano: i comunisti della III Internazionale sono persuasi invece che l'«evento» sia una necessaria conseguenza del processo di sviluppo della società divisa in classi; essi pongono perciò il problema in questi termini: a favore di chi deve essere rivolto il potere di Stato che ha unificato e centralizzato il processo di produzione? a favore della plutocrazia o a favore della classe operaia? e rispondono: è necessario che la classe operaia prenda nelle sue mani il potere di Stato per rivolgerlo a suo favore e a favore dei contadini poveri.

La questione dei contadini assilla lo scrittore della Stampa. Egli ce la butta tra i piedi gioiosamente, trionfalmente. I contadini saranno il martello del comunismo: attenti, operai! volete liberare le vostre nuche dal piedino ben calzato della civile borghesia moderna: vi troverete sulla nuca lo scarpone ferrato del contadino! Lo scrittore della Stampa ci domanda inoltre imperiosamente una descrizione precisa e minuta delle forme che assumerà la rivoluzione della classe operaia urbana. La questione dei contadini e il problema delle «forme» sono strettamente uniti. Su questo punto si fonda la polemica tra gli intransigenti e gli opportunisti. La lotta di classe non ha ancora assunto forme diffusamente e coscientemente organiche nelle campagne; è certo che la rivoluzione proletaria non sarà entrata nella sua forma risolutiva se non quando la classe dei contadini poveri e dei piccoli proprietari si sarà violentemente staccata dai partiti politici di coalizione contadinesca. In Germania e in Ungheria al movimento dei proletari non si accompagnò un movimento degli strati poveri contadineschi: le città in rivolta rimasero sole, circondate dalla incomprensione e dall'indifferenza delle campagne, e la reazione clericale e capitalista si appoggiò solidamente sulle campagne. In Russia la rivoluzione proletaria di novembre fu preceduta da irresistibili movimenti rivoluzionari nelle campagne: il partito dei contadini russi (dei populisti o socialrivoluzionari) si spezzò in due tronconi per effetto di questi movimenti e l'esercito, costituito in maggioranza di contadini, si decompose. La classe operaia urbana approfittò di queste condizioni di sfacelo dello Stato, scosso fin nelle basi da questi colossali movimenti delle campagne, e prese d'assalto il potere governativo. La «tragedia» della Costituente consistette in ciò appunto: che la maggioranza dei suoi delegati contadini era di populisti di destra, mentre nel congresso dei soviet la maggioranza dei delegati contadini era di comunisti o di populisti di sinistra: la Costituente, eletta su liste populiste di coalizione, riproduceva una fisionomia politica dei contadini che era stata distrutta e superata dalla lotta di classe e dalla rivoluzione dei contadini poveri.

La lotta di classe scoppierà violenta e irresistibile anche nelle campagne italiane: anche in Italia il partito popolare si spezzerà in due tronconi; non certo i legami religiosi bastano a infrenare la lotta delle classi, che è «la molla della storia». E anche in Italia sarà la classe operaia che si metterà all'avanguardia della rivoluzione, perché, tra gli oppressi della proprietà privata, solo il proletariato ha una dottrina politica, il marxismo, ha una cultura, ha una psicologia unitaria, ha una disciplina, perché solo la classe operaia può, dal mondo del lavoro, dalla fabbrica, organizzare una società nuova capace di vita e di sviluppo. La classe operaia è cosí matura storicamente da resistere ai richiami insidiosi degli agenti ideologici della borghesia? Da comprendere che una collaborazione coi partiti borghesi, rappresentanti gli interessi della plutocrazia capitalistica, ritarderebbe l'avvento della lotta violenta di classi nella campagna, manterrebbe intatta la compagine della forza armata e che di tali condizioni favorevoli lo Stato «ristorato» si servirebbe per una offensiva generale contro gli operai, burlati, turlupinati, ancora una volta? È cosí matura la classe operaia? La Stampa con le sue offensive di gas avvelenati saggia il terreno; perciò abbiamo detto che gli articoli della Stampa sono un episodio della lotta delle classi: e perciò abbiamo risposto agli articoli.






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5 Dall'Avanti!, ediz. piemontese, 20 febbraio 1920.





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