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La crisi radicale del regime
capitalistico, iniziatasi in Italia così come in tutto il mondo con la guerra,
non è stata risanata dal fascismo. Il fascismo, con il suo metodo repressivo di
governo, aveva reso molto difficili e, anzi, quasi totalmente impedito le
manifestazioni politiche della crisi generale capitalistica; non ha però
segnato un arresto di questa e tanto meno una ripresa e uno sviluppo
dell'economia nazionale. Si dice generalmente e anche noi comunisti siamo
soliti affermare che l'attuale situazione italiana è caratterizzata dalla
rovina delle classi medie: ciò è vero, ma deve essere compreso in tutto il suo
significato. La rovina delle classi medie è deleteria perché il sistema
capitalistico non si sviluppa, ma invece subisce una restrizione: essa non è un
fenomeno a sé, che possa essere esaminato e alle cui conseguenze si possa
provvedere indipendentemente dalle condizioni generali dell'economia
capitalistica; essa è la stessa crisi del regime capitalistico che non riesce
piú e non potrà piú riuscire a soddisfare le esigenze vitali del popolo italiano,
che non riesce ad assicurare alla grande massa degli italiani il pane e il
tetto. Che la crisi delle classi medie sia oggi al primo piano è solo un fatto
politico contingente, è solo la forma del periodo che appunto perciò chiamiamo
«fascista». Perché? Perché il fascismo è sorto e si è sviluppato sul terreno di
questa crisi nella sua fase incipiente, perché il fascismo ha lottato contro il
proletariato ed è giunto al potere sfruttando e organizzando l'incoscienza e la
pecoraggine della piccola borghesia ubriaca di odio contro la classe operaia
che riusciva, con la forza della sua organizzazione, ad attenuare i
contraccolpi della crisi capitalistica nei suoi confronti.
Perché il fascismo si esaurisce
e muore appunto perché non ha mantenuto nessuna delle sue promesse, non ha
appagato nessuna speranza, non ha lenito nessuna miseria. Ha fiaccato lo
slancio rivoluzionario del proletariato, ha disperso i sindacati di classe, ha
diminuito i salari e aumentato gli orari; ma ciò non bastava per assicurare una
vitalità anche ristretta al sistema capitalistico; era necessario perciò anche
un abbassamento di livello delle classi medie, la spoliazione e il saccheggio
della economia piccolo borghese e quindi la soffocazione di ogni libertà e non
solo delle libertà proletarie, e quindi la lotta non solo contro i partiti
operai, ma anche e specialmente, in una fase determinata, contro tutti i
partiti politici non fascisti, contro tutte le associazioni non direttamente
controllate dal fascismo ufficiale. Perché in Italia la crisi delle classi
medie ha avuto conseguenze piú radicali che negli altri paesi ed ha fatto
nascere e portato al potere dello Stato il fascismo? Perché da noi, dato lo
scarso sviluppo della industria e dato il carattere regionale dell'industria
stessa, non solo la piccola borghesia è molto numerosa, ma essa è anche la sola
classe «territorialmente» nazionale: la crisi capitalistica aveva assunto negli
anni dopo la guerra anche la forma acuta di uno sfacelo dello Stato unitario e
aveva quindi favorito il rinascere di una ideologia confusamente patriottica e
non c'era altra soluzione che quella fascista dopo che nel 1920 la classe
operaia aveva fallito al suo compito di creare coi suoi mezzi uno Stato capace
di soddisfare anche le esigenze nazionali unitarie della società italiana.
Il regime fascista muore perché
non solo non è riuscito ad arrestare, ma anzi ha contribuito ad accelerare la
crisi delle classi medie iniziatasi dopo la guerra. L'aspetto economico di
questa crisi consiste nella rovina della piccola e media azienda: il numero dei
fallimenti si è rapidamente moltiplicato in questi due anni. Il monopolio del
credito, il regime fiscale, la legislazione sugli affitti hanno stritolato la
piccola impresa commerciale e industriale: un vero e proprio passaggio di
ricchezza si è verificato dalla piccola e media alla grande borghesia, senza
sviluppo dell'apparato di produzione; il piccolo produttore non è neanche
divenuto proletario, è solo un affamato in permanenza, un disperato senza
previsioni per l'avvenire. L'applicazione della violenza fascista per
costringere i risparmiatori ad investire i loro capitali in una determinata
direzione non ha dato molti frutti per i piccoli industriali: quando ha avuto
successo, non ha che rimbalzato gli effetti della crisi da un ceto all'altro,
allargando il malcontento e la diffidenza già grandi nei risparmiatori per il
monopolio esistente nel campo bancario, aggravato dalla tattica dei colpi di
mano cui i grandi imprenditori devono ricorrere nella angustia generale per assicurarsi
credito.
Nelle campagne il processo della
crisi è piú strettamente legato con la politica fiscale dello Stato fascista.
Dal 1920 ad oggi il bilancio medio di una famiglia di mezzadri o di
piccolo-proprietari è stato gravato di un passivo di circa 7.000 lire per
aumenti di imposte, peggioramento delle condizioni contrattuali, ecc. In modo
tipico si manifesta la crisi della piccola azienda nell'Italia settentrionale e
centrale. Nel Mezzogiorno intervengono nuovi fattori, di cui il principale è
l'assenza dell'emigrazione e il conseguente aumento della pressione
demografica; a ciò si accompagna una diminuzione della superficie coltivata e
quindi del raccolto. Il raccolto del grano è stato l'anno scorso di 68 milioni
di quintali in tutta Italia, cioè è stato su scala nazionale superiore alla
media, ma è stato inferiore alla media nel Mezzogiorno. Quest'anno il raccolto
è stato inferiore alla media in tutta Italia, è completamente fallito nel
Mezzogiorno. Le conseguenze di una tale situazione non si sono ancora
manifestate in modo violento, perché esistono nel Mezzogiorno condizioni di
economia arretrate, le quali impediscono alle crisi di rivelarsi subito in modo
profondo, come avviene nei paesi di avanzato capitalismo: tuttavia già si sono
verificati in Sardegna episodi gravi del malcontento popolare, determinato dal
disagio economico.
La crisi generale del sistema
capitalistico non è stata dunque arrestata dal regime fascista. In regime
fascista le possibilità di esistenza del popolo italiano sono diminuite. Si è
verificata una restrizione dell'apparato produttivo proprio nello stesso tempo
in cui aumentava la pressione demografica per le difficoltà dell'emigrazione
transoceanica. L'apparato industriale ristretto ha potuto salvarsi dal completo
sfacelo solo per un abbassamento del livello di vita della classe operaia
premuta dalla diminuzione dei salari, dall'aumento della giornata di lavoro,
dal carovita: ciò ha determinato una emigrazione di operai qualificati, cioè un
impoverimento delle forze produttive umane che erano una delle piú grandi
ricchezze nazionali. Le classi medie che avevano riposto nel regime fascista
tutte le loro speranze, sono state travolte dalla crisi generale, anzi sono
diventate proprio esse l'espressione della crisi capitalistica in questo
periodo.
Questi elementi, rapidamente
accennati, servono solo per ricordare tutta la portata della situazione attuale
che non ha in se stessa nessuna virtú di risanamento economico. La crisi
economica italiana può solo essere risolta dal proletariato. Solo inserendosi
in una rivoluzione europea e mondiale il popolo italiano può riacquistare la
capacità di far valere le sue forze produttive umane e ridare sviluppo
all'apparato nazionale di produzione. Il fascismo ha solo ritardato la
rivoluzione proletaria, non l'ha resa impossibile, esso ha contribuito anzi ad
allargare ed approfondire il terreno della rivoluzione proletaria, che dopo
l'esperimento fascista sarà veramente popolare.
La disgregazione sociale e
politica del regime fascista ha avuto la sua prima manifestazione di massa
nelle elezioni del 6 aprile. Il fascismo è stato messo nettamente in minoranza
nella zona industriale italiana, cioè là dove risiede la forza economica e
politica che domina la nazione e lo Stato. Le elezioni del 6 aprile, avendo
mostrato quanto fosse solo apparente la stabilità del regime, rincuorarono le
masse, determinarono un certo movimento nel loro seno, segnarono l'inizio di
quella ondata democratica che culminò nei giorni immediatamente successivi
all'assassinio dell'on. Matteotti e che ancora oggi caratterizza la situazione.
Le opposizioni avevano acquistato dopo le elezioni un'importanza politica
enorme; l'agitazione da esse condotta nei giornali e nel parlamento per
discutere e negare la legittimità del governo fascista operava potentemente a
disciogliere tutti gli organismi dello Stato controllati e dominati dal
fascismo, si ripercuoteva nel seno dello stesso Partito nazionale fascista,
incrinava la maggioranza parlamentare. Di qui la inaudita campagna di minacce contro
le opposizioni e l'assassinio del deputato unitario. L'ondata di sdegno
suscitata dal delitto sorprese il partito fascista che rabbrividí di panico e
si perdette: i tre documenti scritti in quell'attimo angoscioso dall'on. Finzi,
dal Filippelli, da Cesarino Rossi e fatti conoscere alle opposizioni,
dimostrano come le stesse cime del partito avessero perduto ogni sicurezza e
accumulassero errori su errori: da quel momento il regime fascista è entrato in
agonia; esso è sorretto ancora dalle forze cosiddette fiancheggiatrici, ma è
sorretto cosí come la corda sostiene l'impiccato.
Il delitto Matteotti dette la
prova provata che il partito fascista non riuscirà mai a diventare un normale partito
di governo, che Mussolini non possiede dello statista e del dittatore altro che
alcune pittoresche pose esteriori; egli non è un elemento della vita nazionale,
è un fenomeno di folklore paesano, destinato a passare alle storie nell'ordine
delle diverse maschere provinciali italiane piú che nell'ordine dei Cromwell,
dei Bolívar, dei Garibaldi.
L'ondata popolare antifascista
provocata dal delitto Matteotti trovò una forma politica nella secessione
dall'aula parlamentare dei partiti di opposizione. L'assemblea delle
opposizioni divenne di fatto un centro politico nazionale intorno al quale si
organizzò la maggioranza del paese: la crisi scoppiata nel campo sentimentale e
morale acquistò cosí uno spiccato carattere istituzionale; uno Stato fu creato nello
Stato, un governo antifascista contro il governo fascista. Il partito fascista
fu impotente a frenare la situazione; la crisi lo aveva investito in pieno,
devastando le fila della sua organizzazione; il primo tentativo di
mobilitazione della Milizia nazionale fallí in pieno, solo il 20 per cento
avendo risposto all'appello; a Roma solo 800 militi si presentarono alle
caserme. La mobilitazione diede risultati rilevanti solo in poche province
agrarie, come Grosseto e Perugia, permettendo cosí di far calare a Roma qualche
legione decisa ad affrontare una lotta sanguinosa.
Le opposizioni rimangono ancora
il fulcro del movimento popolare antifascista; esse rappresentano politicamente
l'ondata di democrazia che è caratteristica della fase attuale della crisi sociale
italiana. Verso le opposizioni si era orientata all'inizio anche l'opinione
della grande maggioranza del proletariato. Era dovere di noi comunisti cercare
di impedire che un tale stato di cose si consolidasse permanentemente. Perciò
il nostro gruppo parlamentare entrò a far parte del Comitato delle opposizioni
accettando e mettendo in rilievo il carattere precipuo che la crisi politica
assumeva di esistenza di due poteri, di due parlamenti. Se avessero voluto
compiere il loro dovere, cosí come era indicato dalle masse in movimento, le
opposizioni avrebbero dovuto dare una forma politica definita allo stato di
cose obiettivamente esistente, ma esse si rifiutarono. Sarebbe stato necessario
lanciare un appello al proletariato, che solo è in grado di sostanziare un
regime democratico, sarebbe stato necessario approfondire il movimento
spontaneo di scioperi che andava delineandosi. Le opposizioni ebbero paura di
essere travolte da una possibile insurrezione operaia: non vollero perciò
uscire dal terreno puramente parlamentare nelle questioni politiche e dal
terreno del processo per l'assassinio dell'on. Matteotti nella campagna per
tenere desta l'agitazione nel paese. I comunisti, che non potevano accettare
una diffidenza di principio contro l'azione proletaria, che non potevano
accettare la forma di blocco di partiti data al Comitato delle opposizioni,
furono messi alla porta.
La nostra partecipazione in un
primo tempo al comitato e la nostra uscita in un secondo tempo hanno avuto come
conseguenza:
1. Ci hanno permesso di superare
la fase piú acuta della crisi senza perdere il contatto con le grandi masse
lavoratrici; rimanendo isolato il nostro partito sarebbe stato travolto
dall'ondata democratica;
2. Abbiamo spezzato il monopolio
dell'opinione pubblica che le opposizioni minacciavano di instaurare: una parte
sempre maggiore della classe lavoratrice va convincendosi che il blocco delle
opposizioni rappresenta un semi-fascismo che vuole riformare, addolcendola, la
dittatura fascista, senza far perdere al sistema capitalistico nessuno dei
benefizi che il terrore e l'illegalismo gli hanno assicurato negli ultimi anni,
con l'abbassamento del livello di vita del popolo italiano.
La situazione obiettiva, dopo
due mesi, non è mutata. Esistono ancora di fatto due governi nel paese, che
lottano l'un contro l'altro per contendersi le forze reali della organizzazione
statale borghese. L'esito della lotta dipenderà dai riflessi che la crisi
generale eserciterà nel seno del Partito nazionale fascista, dall'atteggiamento
definitivo dei partiti che costituiscono il blocco delle opposizioni,
dall'azione del proletariato rivoluzionario guidato dal nostro partito.
In che cosa consiste la crisi
del fascismo? Per comprenderla si dice che occorra prima definire l'essenza del
fascismo, ma la verità è che non esiste una essenza del fascismo nel fascismo
stesso. L'essenza del fascismo era data negli anni '22 e '23 da un determinato
sistema dei rapporti di forza esistenti nella società italiana: oggi questo
sistema è profondamente mutato e l'«essenza» è svaporata alquanto. Il fatto
caratteristico del fascismo consiste nell'essere riuscito a costituire una
organizzazione di massa della piccola borghesia. È la prima volta nella storia
che ciò si verifica. L'originalità del fascismo consiste nell'aver trovato la
forma adeguata di organizzazione per una classe sociale che è sempre stata
incapace di avere una compagine e una ideologia unitaria: questa forma di
organizzazione è l'esercito in campo. La milizia è quindi tutto il perno del
Partito nazional fascista: non si può sciogliere la milizia senza sciogliere
anche tutto il partito. Non esiste un partito fascista che faccia diventare
qualità la quantità, che sia un apparato di selezione politica d'una classe o
di un ceto: esiste solo un aggregato meccanico indifferenziato e
indifferenziabile dal punto di vista delle capacità intellettuali e politiche,
che vive solo perché ha acquistato nella guerra civile un fortissimo spirito di
corpo, rozzamente identificato con l'ideologia nazionale. Fuori del terreno
dell'organizzazione militare il fascismo non ha dato e non può dare niente, e
anche su questo terreno ciò che esso può dare è molto relativo.
Cosí congegnato dalle
circostanze, il fascismo non è in grado di conseguire nessuna delle sue
premesse ideologiche. Il fascismo dice oggi di voler conquistare lo Stato;
nello stesso tempo dice di voler diventare un fenomeno prevalentemente rurale.
Come, le due affermazioni possano stare insieme è difficile comprendere. Per
conquistare lo Stato occorre essere in grado di sostituire la classe dominante
nelle funzioni che hanno una importanza essenziale per il governo della
società. In Italia, come in tutti i paesi capitalistici, conquistare lo Stato
significa anzitutto conquistare la fabbrica, significa avere la capacità di
superare i capitalisti nel governo delle forze produttive del paese. Ciò può
essere fatto dalla classe operaia, non può essere fatto dalla piccola borghesia
che non ha nessuna funzione essenziale nel campo produttivo, che nella
fabbrica, come categoria industriale, esercita una funzione prevalentemente
poliziesca non produttiva. La piccola borghesia può conquistare lo Stato solo
alleandosi con la classe operaia, solo accettando il programma della classe
operaia: sistema soviettista invece che Parlamento nell'organizzazione statale,
comunismo e non capitalismo nell'organizzazione dell'economia nazionale e
internazionale.
La formula «conquista dello
Stato» è vuota di senso in bocca ai fascisti o ha un solo significato:
escogitazione di un meccanismo elettorale che dia la maggioranza parlamentare
ai fascisti sempre e ad ogni costo. La verità è che tutta l'ideologia fascista
è un trastullo per i balilla. Essa è una improvvisazione dilettantesca, che nel
passato, con la situazione favorevole, poteva illudere i gregari, ma oggi è
destinata a cadere nel ridicolo presso i fascisti stessi. Residuo attivo del
fascismo è solo lo spirito militare di corpo, cementato dal pericolo di uno
scatenamento di vendetta popolare: la crisi politica della piccola borghesia,
il passaggio della stragrande maggioranza di questa classe sotto la bandiera
delle opposizioni, il fallimento delle misure generali annunziate dai capi
fascisti possono ridurre notevolmente l'efficienza militare del fascismo, non
possono annullarla.
Il sistema delle forze
democratiche antifasciste trae la sua forza maggiore dall'esistenza del
Comitato parlamentare delle opposizioni, che è riuscito a imporre una certa
disciplina a tutta una gamma di partiti che va dal massimalista a quello
popolare. Che massimalisti e popolari ubbidiscano a una stessa disciplina e
lavorino su uno stesso piano programmatico, ecco il tratto piú caratteristico
della situazione. Questo fatto rende lento e faticoso il processo di sviluppo
degli avvenimenti, e determina la tattica del complesso delle opposizioni,
tattica di aspettativa, di lente manovre avvolgenti, di paziente sgretolamento
di tutte le posizioni del governo fascista. I massimalisti, con la loro
appartenenza al comitato e con l'accettazione della disciplina comune,
garantiscono la passività del proletariato, assicurano la borghesia ancora
esitante tra fascismo e democrazia che una azione autonoma della classe operaia
non sarà possibile se non molto piú tardi, quando il nuovo governo sia già
costituito e rafforzato, quando un nuovo governo sia già in grado di
schiacciare un'insurrezione delle masse disilluse e del fascismo e
dell'antifascismo democratico. La presenza dei popolari garantisce da una
soluzione intermedia fascista-popolare come quella dell'ottobre 1922, che
diventerebbe molto probabile, perché imposta dal Vaticano, nel caso di un
distacco dei massimalisti dal blocco e di una loro alleanza con noi.
Lo sforzo maggiore dei partiti
intermedi (riformisti e costituzionali), aiutati dai popolari di sinistra, è
stato rivolto finora a questo scopo: mantenere nella stessa compagine i due
estremi. Lo spirito servile dei massimalisti si è adattato alla parte dello
sciocco nella commedia: i massimalisti hanno accettato di valere nelle
opposizioni quanto il partito dei contadini o i gruppi di «Rivoluzione
liberale».
Le forze piú grandi sono portate
alle opposizioni dai popolari e dai riformisti che hanno largo seguito nelle
città e nelle campagne. L'influenza di questi due partiti viene integrata dai
costituzionali amendoliani, che portano al blocco l'adesione di larghi strati
dell'esercito, del combattentismo, della corte. La divisione del lavoro di
agitazione avviene tra i vari partiti a seconda della loro tradizione e del
loro compito sociale. I costituzionali, poiché la tattica del blocco tende a
isolare il fascismo, hanno la direzione politica del movimento. I popolari
conducono la campagna morale sulla base del processo e delle sue concatenazioni
col regime fascista, con la corruzione e la criminalità fiorite intorno al
regime. I riformisti riassumono questi due atteggiamenti e si fanno piccini
piccini per far dimenticare il loro passato demagogico, per far credere di
essersi redenti e di essere tutt'una cosa con l'on. Amendola e col senatore
Albertini.
L'atteggiamento compatto e
unitario delle opposizioni ha registrato dei successi notevoli: è un successo
indubbiamente aver provocato la crisi del «fiancheggiamento», aver cioè
obbligato i liberali a differenziarsi attivamente dal fascismo e a porgli delle
condizioni. Ciò ha avuto già e piú avrà in seguito ripercussioni nel seno del
fascismo stesso, e ha creato un dualismo tra il partito fascista e
l'organizzazione centrale del combattentismo. Ma esso ha spostato ancora a
destra il punto di equilibrio del blocco delle opposizioni, cioè ha accentuato
il carattere conservatore dell'antifascismo: i massimalisti non se ne sono
accorti, i massimalisti sono disposti a fare le truppe di colore non solo di
Amendola e di Albertini, ma anche di Salandra e di Cadorna.
Come si risolverà questo
dualismo di poteri? Ci sarà un compromesso tra il fascismo e le opposizioni? E
se il compromesso non sarà possibile, avremo una lotta armata?
Il compromesso non è da
escludere assolutamente; esso è però molto improbabile. La crisi che attraversa
il paese non è un fenomeno superficiale, sanabile con piccole misure e piccoli
espedienti: essa è la crisi storica della società capitalista italiana, il cui
sistema economico si dimostra insufficiente ai bisogni della popolazione. Tutti
i rapporti sono esasperati: grandissime masse di popolazione attendono ben
altro che un piccolo compromesso. Se questo si verificasse, esso
significherebbe il suicidio dei maggiori partiti democratici; all'ordine del
giorno della vita nazionale si porrebbe immediatamente l'insurrezione armata
coi fini piú radicali. Il fascismo per la natura della sua organizzazione non
sopporta collaboratori con parità di diritto, vuole solo dei servi alla catena:
non può esistere un'assemblea rappresentativa in regime fascista, ogni
assemblea diventa subito un bivacco di manipoli o l'anticamera di un postribolo
per ufficiali subalterni avvinazzati. La cronaca quotidiana registra perciò
solo un susseguirsi di episodi politici che denotano il disgregamento del
sistema fascista, il distacco lento ma inesorabile dal sistema fascista di
tutte le forze periferiche.
Avverrà dunque un urto armato?
Una lotta in grande stile sarà evitata sia dalle opposizioni che dal fascismo.
Avverrà il fenomeno inverso che nell'ottobre 1922: allora la marcia su Roma fu
la parata coreografica d'un processo molecolare, per cui le forze reali dello
Stato borghese (esercito, magistratura, polizia, giornali, Vaticano,
massoneria, corte, ecc.) erano passate dalla parte del fascismo. Se il fascismo
volesse resistere, esso sarebbe distrutto in una lunga guerra civile alla quale
non potrebbero non prendere parte il proletariato e i contadini. Opposizioni e
fascismo non desiderano ed eviteranno sistematicamente che una lotta a fondo
s'impegni. Il fascismo tenderà invece a conservare una base di organizzazione
armata da far rientrare in campo appena si profili una nuova ondata
rivoluzionaria, ciò che è ben lungi dal dispiacere agli Amendola e agli
Albertini e anche ai Turati e ai Treves.
Il dramma si svolgerà a data
fissa, con ogni probabilità esso è predisposto per il giorno in cui si dovrebbe
riaprire la Camera
dei deputati. Alla coreografia militaresca dell'ottobre '22 sarà sostituita una
piú sonora coreografia democratica. Se le opposizioni non rientrano nel
Parlamento e i fascisti, come vanno dicendo, convocano la maggioranza come
Costituente fascista, avremo una riunione delle opposizioni e una parvenza di
lotta tra le due assemblee.
È possibile però che la
soluzione si abbia nella stessa aula parlamentare, dove le opposizioni
rientreranno nel caso molto probabile di una scissione della maggioranza, per
cui il governo di Mussolini sia messo, nettamente in minoranza. Avremo in
questo caso la formazione di un governo provvisorio di generali, senatori ed ex
presidenti del consiglio, lo scioglimento della Camera e lo stato d'assedio.
Il terreno su cui la crisi si
svolgerà continuerà ad essere il processo per l'assassinio Matteotti. Avremo
ancora delle fasi acutamente drammatiche in proposito, quando saranno resi
pubblici i tre documenti di Finzi, di Filippelli, di Rossi e le piú alte
personalità del regime saranno travolte dalla passione popolare. Tutte le forze
reali dello Stato, e specialmente le forze armate, intorno alle quali già si
comincia a discutere, dovranno schierarsi definitivamente da una parte o
dall'altra, imponendo la soluzione già delineata e concertata.
Quale deve essere
l'atteggiamento politico e la tattica del nostro partito nella situazione
attuale? La situazione è «democratica» perché le grandi masse lavoratrici sono
disorganizzate, disperse, polverizzate nel popolo indistinto. Qualunque possa
essere perciò lo svolgimento immediato della crisi, noi possiamo prevedere solo
un miglioramento nella posizione politica della classe operaia, non una sua
lotta vittoriosa per il potere. Il compito essenziale del nostro partito
consiste nella conquista della maggioranza della classe lavoratrice, la fase
che attraversiamo non è quella della lotta diretta per il potere, ma una fase
preparatoria, di transizione alla lotta per il potere, una fase insomma di
agitazione, di propaganda, di organizzazione. Ciò naturalmente non esclude che
lotte cruente possano verificarsi, e che il nostro partito non debba subito
prepararsi e essere pronto ad affrontarle, tutt'altro: ma anche queste lotte
devono essere viste nel quadro della fase di transizione, come elementi di
propaganda e di agitazione per la conquista della maggioranza. Se esistono nel
nostro partito gruppi e tendenze che vogliano per fanatismo forzare la
situazione, occorrerà lottare contro di essi in nome dell'intiero partito,
degli interessi vitali e permanenti della rivoluzione proletaria italiana. La
crisi Matteotti ci ha offerto molti insegnamenti a questo proposito. Ci ha
insegnato che le masse, dopo tre anni di terrore e di oppressione, sono
diventate molto prudenti e non vogliono fare il passo piú lungo della gamba.
Questa prudenza si chiama riformismo, si chiama massimalismo, si chiama «blocco
delle opposizioni». Essa è destinata a scomparire, certamente e anche in un
periodo di tempo non lungo: ma intanto esiste e può essere superata solo se noi
volta per volta, in ogni occasione, in ogni momento, pur andando avanti, non
perderemo il contatto con l'insieme della classe lavoratrice. Cosí dobbiamo
lottare contro ogni tendenza di destra, che volesse un compromesso con le
opposizioni, che tentasse di intralciare gli sviluppi rivoluzionari della
nostra tattica e il lavoro di preparazione per la fase successiva.
Il primo compito del nostro
partito consiste nell'attrezzarsi in modo da diventare idoneo alla sua missione
storica. In ogni fabbrica, in ogni villaggio deve esistere una cellula
comunista, che rappresenti il partito e l'Internazionale, che sappia lavorare
politicamente, che abbia dell'iniziativa. Bisogna perciò lottare contro una
certa passività che esiste ancora nelle nostre file, contro la tendenza a
tenere angusti i ranghi del partito. Dobbiamo invece diventare un grande
partito, dobbiamo cercare di attirare nelle nostre organizzazioni il piú gran
numero possibile di operai e contadini rivoluzionari, per educarli alla lotta,
per formarne degli organizzatori e dei dirigenti di massa, per elevarli
politicamente. Lo Stato operaio e contadino può essere costruito solo se la
rivoluzione disporrà di molti elementi qualificati politicamente; la lotta per
la rivoluzione può essere condotta vittoriosamente solo se le grandi masse sono
in tutte le loro formazioni locali, inquadrate e guidate da compagni onesti e
capaci. Altrimenti si torna davvero, come gridano i reazionari, agli anni
1919-'20, agli anni cioè dell'impotenza proletaria, agli anni della demagogia
massimalista, agli anni della sconfitta delle classi lavoratrici. Neanche noi
comunisti vogliamo tornare agli anni 1919-'20.
Un grande lavoro deve essere
compiuto dal partito nel campo sindacale. Senza grandi organizzazioni sindacali
non si esce dalla democrazia parlamentare. I riformisti possono volere dei
piccoli sindacati, possono tentare di formare solo delle corporazioni di operai
qualificati. Noi comunisti vogliamo il contrario dei riformisti e dobbiamo
lottare per riorganizzare le grandi masse. Certo bisogna porsi il problema
concretamente e non solo come forma. Le masse hanno abbandonato il sindacato,
perché la
Confederazione generale del lavoro, che pure ha una grande
efficienza politica (essa è nient'altro che il partito unitario) non si
interessa degli interessi vitali delle masse. Noi non possiamo proporci di
creare un nuovo organismo che abbia lo scopo di supplire la latitanza della
Confederazione; possiamo però e dobbiamo proporci il problema di sviluppare,
attraverso le cellule di fabbrica e di villaggio, una reale attività. Il
partito comunista rappresenta la totalità degli interessi e delle aspirazioni
della classe lavoratrice: noi non siamo un puro partito parlamentare. Il nostro
partito svolge quindi una vera e propria azione sindacale, si pone a capo delle
masse anche nelle piccole lotte quotidiane per il salario, per la giornata
lavorativa, per la disciplina industriale, per gli alloggi, per il pane. Le
nostre cellule devono spingere le Commissioni interne a incorporare nel loro
funzionamento tutte le attività proletarie. Occorre pertanto suscitare un largo
movimento nelle fabbriche che possa svilupparsi fino a dar luogo a
un'organizzazione di Comitati proletari di città eletti dalle masse
direttamente, i quali nella crisi sociale che si profila diventino il presidio
degli interessi generali di tutto il popolo lavoratore. Questa azione reale
nella fabbrica e nel villaggio rivalorizzerà il sindacato, ridonandogli un
contenuto e una efficienza, se parallelamente si verificherà il ritorno
all'organizzazione di tutti gli elementi d'avanguardia per la lotta contro i
dirigenti attuali riformisti e massimalisti. Chi si tiene lontano dai sindacati
è oggi un alleato dei riformisti, non un militante rivoluzionario: egli potrà
fare della fraseologia anarcoide, non sposterà di una linea le ferree
condizioni in cui la lotta reale si svolge.
La misura in cui il partito nel
suo complesso, e cioè tutta la massa degli iscritti, riuscirà a svolgere il suo
compito essenziale di conquista della maggioranza dei lavoratori e di
trasformazione molecolare delle basi dello Stato democratico sarà la misura dei
nostri progressi nel cammino della rivoluzione, consentirà il passaggio a una
fase successiva di sviluppo. Tutto il partito, in tutti i suoi organismi, ma
specialmente con la sua stampa, deve lavorare unitariamente per ottenere il
massimo rendimento del lavoro di ognuno. Oggi siamo in linea per la lotta
generale contro il regime fascista. Alle stolte campagne dei giornali delle
opposizioni rispondiamo dimostrando la nostra reale volontà di abbattere non
solo il fascismo di Mussolini e Farinacci, ma anche il semifascismo di
Amendola, Sturzo, Turati. Per ottenere ciò occorre riorganizzare le grandi
masse e diventare un grande partito, il solo partito nel quale la popolazione
lavoratrice veda l'espressione della sua volontà politica, il presidio dei suoi
interessi immediati e permanenti nella storia.
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