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Data la difficoltà di pubblicare
immediatamente un resoconto giornalistico dei lavori del III Congresso del
nostro partito, riteniamo per intanto opportuno di offrire ai compagni e alla
massa dei lettori un esame e una informazione generale dei risultati del
congresso stesso.
Ci affrettiamo comunque ad
annunciare che prossimamente sarà pubblicato sul nostro giornale il resoconto
materiale del congresso e saranno successivamente riunite in volume le
deliberazioni e le tesi nel loro testo definitivo.
I risultati numerici dei voti al
congresso furono i seguenti:
— Assenti e non consultati:
18,9%.
— Dei presenti al congresso:
voti per il CC, 90,8%; per l'estrema sinistra, 9,2%.
Il nostro partito è nato nel
gennaio 1921, cioè nel momento piú critico sia della crisi generale della
borghesia italiana, sia della crisi del movimento operaio. La scissione, se era
storicamente necessaria e inevitabile, trovava però le grandi masse impreparate
e riluttanti. In tale situazione l'organizzazione materiale del nuovo partito
trovava le condizioni piú difficili. Avvenne perciò che il lavoro puramente
organizzativo, data la difficoltà delle condizioni in cui doveva svolgersi,
assorbí le energie creatrici del partito, in modo quasi completo. I problemi
politici che si ponevano, per la decomposizione da una parte del personale dei
vecchi gruppi dirigenti borghesi, dall'altra per un processo analogo del
movimento operaio, non poterono essere approfonditi sufficientemente. Tutta la
linea politica del partito negli anni immediatamente successivi alla scissione
fu in primo luogo condizionata da questa necessità: di mantenere strette le
file del partito, aggredito fisicamente dalla offensiva fascista da una parte,
e dai miasmi cadaverici della decomposizione socialista dall'altra. Era
naturale che in tali condizioni si sviluppassero nell'interno del nostro
partito sentimenti e stati d'animo di carattere corporativo e settario. Il
problema generale politico, inerente alla esistenza e allo sviluppo del
partito, non era visto nel senso di una attività per la quale il partito
dovesse tendere a conquistare le più larghe masse e a organizzare le forze
sociali necessarie per sconfiggere la borghesia e conquistare il potere, ma era
visto come il problema della esistenza stessa del partito.
La scissione di Livorno
Il fatto della scissione fu
visto nel suo valore immediato e meccanico e noi commettemmo, in altro senso
sia pure, lo stesso errore che era stato commesso da Serrati. Il compagno Lenin
aveva dato la formula lapidaria del significato delle scissioni, in Italia,
quando aveva detto al compagno Serrati: «Separatevi da Turati, e poi fate
l'alleanza con lui». Questa formula avrebbe dovuto essere da noi adattata
alla scissione avvenuta in forma diversa di quella prevista da Lenin. Dovevamo
cioè, come era indispensabile e storicamente necessario, separarci, non solo
dal riformismo, ma anche dal massimalismo che in realtà rappresentava e
rappresenta l'opportunismo tipico italiano nel movimento operaio; ma dopo di
ciò, e pur continuando la lotta ideologica e organizzata contro di essi,
cercare di fare un'alleanza contro la reazione. Per gli elementi dirigenti del
nostro partito, ogni azione della Internazionale, rivolta a ottenere un
riavvicinamento a questa linea, apparve come se fosse una sconfessione
implicita della scissione di Livorno, come una manifestazione di pentimento. Si
disse che, accettando una tale impostazione della lotta politica, si veniva ad
ammettere che il nostro partito era solamente una nebulosa indefinita, mentre
era giusto ed era necessario affermare che il nostro partito, nascendo, aveva
risolto definitivamente il problema della formazione storica del partito del
proletariato italiano. Questa opinione era rafforzata dalle non lontane
esperienze della Rivoluzione soviettista in Ungheria, dove la fusione fra
comunisti e socialdemocratici fu certamente uno degli elementi che
contribuirono alla disfatta.
La portata dell'esperienza ungherese
In realtà la impostazione data a
questo problema dal nostro partito era falsa e andò sempre piú manifestandosi
come tale alle larghe masse del partito. Proprio la esperienza ungherese avrebbe
dovuto convincerci che la linea seguita dall'Internazionale nella formazione
dei partiti comunisti non era quella che noi le attribuivamo. È noto infatti
che il compagno Lenin cercò di opporsi strenuamente alla fusione, tra comunisti
e socialdemocratici ungheresi, nonostante che questi ultimi si dichiarassero
fautori della dittatura del proletariato. Si può dire perciò che il compagno
Lenin fosse in generale contrario alle fusioni? Certamente no. Il problema era
visto dal compagno Lenin e dalla Internazionale come un processo dialettico,
attraverso il quale l'elemento comunista, cioè la parte piú avanzata e
cosciente del proletariato, si pone, sia nella organizzazione di partito della
classe operaia, sia nella funzione di direzione delle grandi masse, alla testa
di tutto ciò che di onesto e di attivo si è formato ed esiste nella classe. In
Ungheria è stato un errore distruggere la organizzazione indipendente comunista
nel momento della presa del potere per dissolvere e diluire il raggruppamento
costituito nella piú vasta e amorfa organizzazione socialdemocratica che non
poteva non riprendere predominio. Anche per l'Ungheria il compagno Lenin aveva
formulato la linea del nostro vecchio partito come una alleanza con la
socialdemocrazia, non come una fusione. Alla fusione si sarebbe arrivati piú
tardi, quando il processo del predominio del raggruppamento comunista si fosse
sviluppato sulla scala piú larga nel campo della organizzazione di partito,
della organizzazione sindacale e dell'apparato statale, e cioè con la
separazione organica e politica degli operai rivoluzionari dai capi
opportunisti.
Per l'Italia il problema si
poneva in termini ancora più semplici che in Ungheria, perché, non solo il
proletariato non aveva conquistato il potere, ma iniziava, proprio nel momento
della formazione del partito, un grande movimento di ritirata. Porre in Italia
la questione della formazione del partito, cosí com'era stato indicato dal
compagno Lenin nella sua formula espressa a Serrati, significava —
nell'arretramento del proletariato che si iniziava allora — dare la possibilità
al nostro partito di raggruppare intorno a sé quegli elementi del proletariato
che avrebbero voluto resistere, ma che sotto la direzione massimalista erano
travolti nella rotta generale e cadevano progressivamente nella passività. Ciò
significa che la tattica suggerita da Lenin e dalla Internazionale era l'unica
capace di rafforzare e sviluppare i risultati della scissione di Livorno, e di
fare veramente del nostro partito, fin d'allora, non solo in astratto, e come
affermazione storica, ma in forma effettiva, il partito dirigente della classe
operaia. Per questa falsa impostazione del problema, noi ci siamo mantenuti
sulle posizioni avanzate, da soli e con la frazione di masse immediatamente piú
vicine al partito, ma non abbiamo fatto quanto era necessario per mantenere
sulle nostre posizioni il proletariato nel suo complesso, il quale tuttavia era
ancora animato da un grande spirito di lotta, come è dimostrato da tanti
episodi spesso eroici della resistenza opposta all'avanzata avversaria.
Il partito negli anni 1921-'22
Un altro degli elementi di
debolezza della nostra organizzazione è consistito nel fatto che tali problemi,
data la difficoltà della situazione e dato che le forze del partito erano
assorbite dalla lotta immediata per la propria difesa fisica, non divennero
oggetto di discussione alla base e quindi elemento dello sviluppo della
capacità ideologica e politica del partito.
Avvenne cosí che il I Congresso
del partito, quello tenuto a Livorno nel teatro San Marco, subito dopo la
scissione, si pose solo dei compiti di carattere organizzativo immediato:
formazione degli organismi centrali e inquadramento generale del partito. Il II
Congresso avrebbe potuto e forse dovuto esaminare e impostare le suddette
quistioni, ma a ciò si opposero i seguenti elementi:
1. il fatto che, non solo la
massa, ma anche una gran parte degli elementi piú responsabili e piú vicini
alla direzione del partito ignoravano letteralmente che esistessero divergenze profonde
ed essenziali, fra la linea seguita dal nostro partito e quella sostenuta dalla
Internazionale;
2. l'essere il partito
assorbito dalla lotta diretta fisica portava a sottovalutare le questioni
ideologiche e politiche in confronto di quelle puramente organizzative. Era
quindi naturale che sorgesse nel partito uno stato d'animo contrario a priori
ad approfondire ogni quistione che potesse prospettare pericoli di conflitti
gravi nel gruppo dirigente costituitosi a Livorno;
3. il fatto che la opposizione
rivelatasi al Congresso di Roma e che diceva di essere la sola rappresentante
delle direttive della Internazionale era, nella situazione data, un'espressione
dello stato d'animo di stanchezza e di passività che esisteva in alcune zone
del partito.
La crisi subita sia dalla classe
dominante che dal proletariato, nel periodo precedente l'avvento del fascismo
al potere, pose nuovamente il nostro partito dinanzi ai problemi che il
Congresso di Roma non aveva avuto la possibilità di risolvere. In che cosa consistette
questa crisi? I gruppi di sinistra della borghesia, fautori a parole di un
governo democratico che si proponesse di arginare energicamente il movimento
fascista, avevano reso arbitro il PS di accettare o non accettare questa
soluzione per liquidarlo politicamente sotto il cumulo della responsabilità di
un mancato accordo antifascista. In questo stesso modo di porre la questione da
parte dei democratici era implicita la preventiva capitolazione dinanzi al
movimento fascista, fenomeno che si riprodusse poi nel periodo della crisi
Matteotti. Tuttavia tale impostazione, se ebbe in un primo tempo il potere di
determinare una chiarificazione nel PS, essendosi in base ad essa prodotta la
scissione dei massimalisti dai riformisti, aggravava però la situazione del
proletariato. Infatti la scissione rendeva infruttuosa la tattica proposta dai
democratici, in quanto il governo di sinistra da questi prospettato doveva
comprendere il Partito socialista unito, cioè significare la cattura della
maggioranza della classe proletaria organizzata nell'ingranaggio dello Stato
borghese, anticipando la legislazione fascista e rendendo politicamente inutile
l'esperimento diretto fascista. D'altronde la scissione, come apparve piú
chiaramente in seguito, solo meccanicamente aveva portato a uno sbalzo a
sinistra dei massimalisti, i quali, se affermavano di volere aderire alla IC e
quindi riconoscere l'errore commesso a Livorno, si muovevano però con tante
riserve e reticenze mentali da neutralizzare il risveglio rivoluzionario che la
scissione aveva determinato nelle masse, portandole cosí a nuove disillusioni e
a una ricaduta di passività, di cui approfittò il fascismo per effettuare la
marcia su Roma.
Il nuovo corso nel partito
Questa nuova situazione si
riflette al IV Congresso della IC, dove si arrivò alla formazione del Comitato
di fusione dopo incertezze e resistenze che erano legate alla persuasione
radicata nella maggioranza dei delegati del nostro partito che lo spostamento
dei massimalisti non rappresentava che una oscillazione transitoria e senza
avvenire. In ogni modo è da questo momento che si inizia nell'interno del
nostro partito un processo di differenziazione nel gruppo dirigente di Livorno,
processo che prosegue incessantemente ed esce dal campo del fenomeno di gruppo
per divenire proprio di tutto il partito, quando si avvertono e si sviluppano
gli elementi della crisi del fascismo, iniziatasi col Congresso di Torino del
partito popolare.
Appare sempre piú evidente che
occorre far uscire il partito dalla posizione mantenuta nel 1921-'22, se si
vuole che il movimento comunista si sviluppi parallelamente alla crisi che
subisce la classe dominante. La pregiudiziale che aveva avuto una cosí larga
importanza nel passato, per la quale occorreva prima di tutto mantenere la
unità organizzativa del partito, veniva a cadere per il fatto che, nella
situazione di conflitto tra il nostro partito e la Internazionale, si
costituiva nelle nostre file uno stato di frazionismo latente, che trovava la
sua espressione in gruppi nettamente di destra, spesso con carattere
liquidazionista. Tardare ancora a porre in tutta la loro ampiezza le quistioni
fondamentali di tattica, sulle quali fino allora si era esitato ad aprire la
discussione, avrebbe significato determinare una crisi generale del partito
senza uscita.
Avvennero cosí nuovi
raggruppamenti che andarono sempre piú sviluppandosi, fino alla vigilia del
nostro III Congresso, quando fu possibile accertare che non solo la grande maggioranza
alla base del partito (che non era stata mai apertamente interpellata), ma
anche la grande maggioranza del vecchio gruppo dirigente si era staccata
nettamente dalla concezione e dalla posizione politica di estrema sinistra, per
porsi completamente sul terreno dell'Internazionale e del leninismo.
L'importanza del III Congresso
Da ciò che è stato detto finora
appare chiaramente quanto fossero grandi l'importanza e i compiti del nostro
III Congresso. Esso doveva chiudere tutta un'epoca della vita del nostro
partito, ponendo termine alla crisi interna e determinando uno schieramento
stabile di forze tale da permettere uno sviluppo normale della sua capacità di
direzione politica delle masse da parte del partito e quindi della sua capacità
d'azione.
Ha il congresso effettivamente
risolto questi compiti? Indubbiamente tutti i lavori del congresso hanno
dimostrato come, nonostante le difficoltà della situazione, il nostro partito
sia riuscito a risolvere la sua crisi di sviluppo, raggiungendo un livello di
omogeneità, di compattezza e di stabilizzazione notevole e certamente superiore
a quello di molte altre sezioni dell'Internazionale. L'intervento nelle
discussioni di congresso dei delegati di base, alcuni dei quali venuti dalle
regioni dove piú è difficile l'attività del partito, ha dimostrato come gli
elementi fondamentali del dibattito, fra l'Internazionale e il CC da una parte
e l'opposizione dall'altra, siano stati non solo meccanicamente assorbiti dal
partito, ma, avendo determinato una convinzione consapevole e diffusa, abbiano
contribuito ad elevare in misura impreveduta anche dagli stessi compagni più
ottimisti, il tono della vita intellettuale della massa dei compagni e la loro
capacità di direzione e di iniziativa politica.
Questo ci pare il significato
piú rilevante del congresso. È risultato che il nostro partito non solo può
dirsi di massa per l'influenza che esso esercita su larghi strati della classe
operaia e della massa contadina, ma perché ha acquistato nei singoli elementi
che lo compongono una capacità di analisi delle situazioni, di iniziativa
politica e di forza dirigente che nel passato gli mancavano e che sono la base
della sua capacità di direzione collettiva.
D'altronde tutto lo svolgimento
dei lavori condotti alla base per organizzare ideologicamente e praticamente il
congresso nelle regioni e nelle province dove la repressione poliziesca vigila
con maggiore intensità ogni movimento dei nostri compagni, e il fatto che si
sia riusciti per sette giorni a tenere riuniti oltre sessanta compagni per il
congresso del partito, e quasi altrettanti per il congresso giovanile, sono di
per se stessi una prova dello sviluppo più sopra accennato. È evidente per
tutti che tutto questo movimento di compagni e di organizzazioni non è
solamente un puro fatto organizzativo, ma costituisce di per sé un'altissima
manifestazione di valore politico.
Poche cifre in proposito. Sono
state tenute nella prima fase della preparazione congressuale dalle due alle
tremila riunioni di base, che hanno culminato in oltre un centinaio di
congressi provinciali e interprovinciali, ove furono scelti, dopo ampie
discussioni, i delegati al congresso.
Valore politico e risultati acquisiti
Ogni operaio è in grado di
apprezzare tutto il significato di queste poche cifre che è possibile
pubblicare, dopo cinque anni dall'epoca dell'occupazione delle fabbriche e tre
anni di governo fascista che ha intensificato l'opera generale di controllo su
ogni attività di massa e ha realizzato una organizzazione di polizia che è
grandemente superiore alle organizzazioni poliziesche precedentemente esistite.
Poiché la maggiore debolezza
dell'organizzazione operaia tradizionale si manifestava essenzialmente nello
squilibrio permanente e che è diventato catastrofico nei momenti culminanti dell'attività
di massa, tra la potenzialità dei quadri organizzativi di partito e la spinta
spontanea dal basso, è evidente che il nostro partito è riuscito, non ostante
le condizioni estremamente sfavorevoli dell'attuale periodo, a superare in
misura notevole questa debolezza e a predisporre forze organizzative coordinate
e centralizzate che assicurano la classe operaia contro gli errori e le
insufficienze che si verificavano nel passato. È questo un altro dei
significati piú importanti del nostro congresso; la classe operaia è capace di
azione e dimostra di essere storicamente in grado di compiere la sua missione
direttrice nella lotta anticapitalistica nella misura in cui riesce ad
esprimere dal suo seno tutti gli elementi tecnici che nella società moderna si
dimostrano indispensabili per l'organizzazione concreta delle istituzioni in
cui si realizzerà il programma proletario. E da questo punto di vista occorre
analizzare tutta l'attività del movimento fascista dal 1921 fino alle ultime
leggi fascistissime: essa è stata sistematicamente rivolta a distruggere i
quadri che il movimento proletario e rivoluzionario aveva faticosamente
elaborato in quasi cinquant'anni di storia. In questo modo il fascismo riusciva
nella praticità immediata a privare la classe operaia della sua autonomia e
indipendenza politica e la costringeva o alla passività, cioè a una
subordinazione inerte all'apparato statale, oppure, nei momenti di crisi
politica, come nel periodo Matteotti, a ricercare quadri di lotta in altre
classi meno esposte alla repressione.
Il nostro partito è rimasto il
solo meccanismo che la classe operaia abbia a sua disposizione per selezionare
nuovi quadri dirigenti di classe, cioè per riconquistare la sua indipendenza e
autonomia politica. Il congresso ha dimostrato come il nostro partito sia
riuscito brillantemente a risolvere questo compito essenziale.
Due erano gli obiettivi
fondamentali che dovevano essere raggiunti dal congresso:
1. dopo le discussioni e i nuovi
schieramenti di forze che si erano verificati cosí come abbiamo detto
precedentemente, occorreva unificare il partito, sia nel terreno dei principi e
della pratica di organizzazione che nel terreno piú strettamente politico;
2. il congresso era chiamato a
stabilire la linea politica del partito per il prossimo avvenire e ad elaborare
un programma di lavoro pratico in tutti i campi di attività delle masse.
I problemi che si ponevano per
raggiungere concreti obiettivi non sono naturalmente indipendenti l'uno
dall'altro, ma sono coordinati nel quadro della concezione generale del
leninismo. La discussione del congresso perciò, anche quando si svolgeva
intorno agli aspetti tecnici di ogni singola questione pratica, poneva la
questione generale dell'accettazione o meno del leninismo. Il congresso doveva
quindi servire a mettere in evidenza in quale misura il nostro partito era
diventato un partito bolscevico.
Gli obiettivi fondamentali
Partendo da un apprezzamento
storico e politico immediato della funzione della classe operaia nel nostro
paese, il congresso dette una soluzione a tutta una serie di problemi che
possono essere raggruppati cosí:
1. Rapporti tra il Comitato
centrale del partito e la massa del partito. a) In questo gruppo di problemi
rientra la discussione generale sulla natura del partito, sulla necessità che
esso sia un partito di classe, non solo astrattamente, cioè in quanto il
programma accettato dai suoi membri esprime le aspirazioni del proletariato,
ma, per cosí dire, fisiologicamente, in quanto cioè la grande maggioranza dei
suoi componenti è formata di proletari e in esso si riflettono e si riassumono
solamente i bisogni e la ideologia di una sola classe: il proletariato. b) La
subordinazione completa di tutte le energie del partito in tal modo socialmente
unificate alla direzione del CC.
La lealtà di tutti gli elementi
del partito verso il CC deve diventare non solo un fatto puramente
organizzativo e disciplinare, ma un vero principio di etica rivoluzionaria.
Occorre infondere nelle masse del partito una convinzione cosí radicata di questa
necessità che le iniziative frazionistiche e ogni tentativo in generale di
disgregare la compagine del partito debbono trovare alla base una reazione
spontanea e immediata che le soffochi sul nascere. L'autorità del CC tra un
congresso e l'altro non deve mai essere posta in discussione e il partito deve
diventare un blocco omogeneo. Solo a tale condizione il partito sarà in grado
di vincere i nemici di classe. Come potrebbe la massa dei senza partito aver
fiducia che lo strumento di lotta rivoluzionaria, il partito, riesca a condurre
senza tentennamenti e senza oscillazioni la lotta implacabile per conquistare e
mantenere il potere, se la
Centrale del partito non ha la capacità e l'energia
necessaria per eliminare tutte le debolezze che possono incrinare la sua
compattezza?
I due punti precedenti sarebbero
di impossibile realizzazione se nel partito, alla omogeneità sociale e alla
compattezza monolitica della organizzazione, non si aggiungesse la coscienza
diffusa di una omogeneità ideologica e politica.
Concretamente la linea che il
partito deve seguire può essere espressa in questa formula: il nucleo della
organizzazione di partito consiste in un forte CC, strettamente collegato con
la base proletaria del partito stesso, sul terreno della ideologia e della
tattica del marxismo-leninismo.
Su questa serie di problemi la
enorme maggioranza del congresso si è nettamente pronunciata in senso
favorevole alla tesi del CC e ha respinto, non solo senza la minima
concessione, ma anzi insistendo sulla necessità della intransigenza teorica e
della inflessibilità pratica, le concezioni della opposizione che porterebbero
a mantenere il partito in uno stato di delinquescenza e di amorfismo politico e
sociale.
2. Rapporti del partito con la
classe proletaria (cioè con la classe di cui il partito è il diretto
rappresentante, con la classe che ha il compito di dirigere la lotta
anticapitalistica e di organizzare la nuova società). In questo gruppo di
problemi rientra l'apprezzamento della funzione del proletariato nella società
italiana, cioè del grado di maturità di tale società, a trasformarsi da
capitalista in socialista e quindi delle possibilità per il proletariato di
diventare classe indipendente e dominante. Il congresso ha perciò discusso: a)
la quistione sindacale, che per noi è essenzialmente quistione della
organizzazione delle piú larghe masse, come classe a sé stante, sulla base
degli interessi economici immediati, e come terreno di educazione politica
rivoluzionaria; b) la quistione del fronte unico, cioè dei rapporti di
direzione politica fra la parte piú avanzata del proletariato e le frazioni
meno avanzate di esso.
3. Rapporti della classe
proletaria nel suo complesso con le altre forze sociali che oggettivamente sono
sul terreno anticapitalistico, quantunque siano dirette da partiti e gruppi
politici legati alla borghesia; quindi in primo luogo i rapporti fra il
proletariato e i contadini. Anche su tutta quest'altra serie di problemi la
enorme maggioranza del congresso respinse le concezioni errate dell'opposizione
e si schierò in favore delle soluzioni date dal CC.
Come si sono schierate le forze del congresso
Accennammo già all'atteggiamento
che la stragrande maggioranza del congresso ha assunto nei riguardi delle soluzioni
da dare ai problemi essenziali nel periodo attuale. È opportuno però analizzare
più dettagliatamente l'atteggiamento assunto dall'opposizione e accennare, sia
pure brevemente, ad altri atteggiamenti che si sono presentati nel congresso
come atteggiamenti individuali, ma che potrebbero nell'avvenire coincidere con
determinati momenti transitori nello sviluppo della situazione italiana, e che
perciò devono essere fin da ora denunziati e combattuti. Abbiamo già accennato
nei primi paragrafi di questa esposizione ai modi e alle forme che hanno
caratterizzato la crisi di sviluppo del nostro partito negli anni dal 1921 al
1924. Ricorderemo brevemente come al V Congresso mondiale la crisi stessa
trovasse una soluzione provvisoria organizzativa con la costituzione di un CC
che nel suo complesso si poneva completamente sul terreno del leninismo e della
tattica dell'IC, ma che si scomponeva in tre parti di cui una, che aveva la
maggioranza piú uno del comitato stesso, rappresentava gli elementi di sinistra
che si erano staccati dal vecchio gruppo di Livorno, dopo il IV Congresso;
un'altra, che rappresentava l'opposizione costituitasi al II Congresso contro
le tesi di Roma, e la terza, che rappresentava gli elementi terzini, entrati
nel partito dopo la fusione. Non ostante le sue intrinseche debolezze, tuttavia
per il fatto che la funzione dirigente nel suo seno era nettamente esercitata
dal cosiddetto gruppo di centro, cioè dagli elementi di sinistra staccatisi dal
gruppo dirigente di Livorno, il CC riuscí a impostare e a risolvere
energicamente il problema della bolscevizzazione del partito e del suo accordo
completo con le direttive dell'IC.
Atteggiamenti dell'estrema sinistra
Certamente vi furono delle
resistenze e l'episodio culminante di esse, che tutti i compagni ricordano, fu
la costituzione del Comitato d'intesa, cioè il tentativo di costituire una
frazione organizzata che si contrapponesse al CC nella direzione del partito.
In realtà la costituzione del Comitato d'intesa fu il sintomo piú rilevante della
disgregazione dell'estrema sinistra, la quale, poiché sentiva di perdere
progressivamente terreno nelle file del partito, cercò di galvanizzare, con un
atto clamoroso di ribellione, le poche forze che ancora le rimanevano. È
notevole il fatto che, dopo la sconfitta ideologica e politica subita
dall'estrema sinistra, già nel periodo precongressuale, il nucleo di essa piú
resistente sia andato assumendo posizioni sempre piú settarie e di ostilità
verso il partito, dal quale si sentiva ogni giorno piú lontano e staccato.
Questi compagni non solo continuarono a mantenersi sul terreno della piú
strenua opposizione su determinati punti concreti della ideologia e della
politica del partito e dell'Internazionale, ma cercarono sistematicamente
motivi di opposizione su tutti i punti, in modo da presentarsi in blocco quasi
come un partito nel partito. È facile immaginare che, partendo da una tale
posizione, si dovesse arrivare, durante lo svolgimento del congresso, ad
atteggiamenti teorici e pratici, nei quali la drammaticità che era un riflesso
della situazione generale in cui il partito deve muoversi, difficilmente era
distinguibile da un certo istrionismo che appariva di maniera a chi realmente
aveva lottato e si era sacrificato per la classe proletaria.
In quest'ordine di avvenimenti
dev'essere posta, ad esempio, la pregiudiziale presentata dall'opposizione,
subito alla apertura del congresso, con la quale la validità deliberativa di
esso veniva contestata, cercandosi in tal modo di precostituire un alibi per
una possibile ripresa di attività frazionistica e per un possibile
misconoscimento dell'autorità della nuova dirigenza del partito. Alla massa dei
congressisti, che conoscevano quali sacrifizi e quali sforzi organizzativi
fosse costata la preparazione del congresso, questa pregiudiziale apparve una
vera e propria provocazione e non è senza significato che gli unici applausi
(il regolamento del congresso proibiva, per ragioni comprensibili, ogni
manifestazione clamorosa di consenso o di biasimo) furono rivolti all'oratore
che stigmatizzò l'atteggiamento assunto dall'opposizione e sostenne la
necessità di rafforzare dimostrativamente il nuovo comitato da eleggersi con
mandato specifico di implacabile rigore contro qualsiasi iniziativa che
praticamente mettesse in dubbio l'autorità del congresso e l'efficienza delle
sue deliberazioni.
Affioramento di deviazioni di destra
Allo stesso ordine di
avvenimenti, e in modo aggravato per la forma manierata e teatrale, appartiene
anche l'atteggiamento assunto dall'opposizione, prima della fine del congresso,
quando si stavano per trarre le conclusioni politico-organizzative dei lavori
del congresso stesso. Ma gli stessi elementi dell'opposizione poterono avere la
netta dimostrazione di quello che è lo stato d'animo diffuso nelle file del
partito: il partito non intende permettere che si giochi piú a lungo al
frazionismo e all'indisciplina; il partito vuole realizzare il massimo di
direzione collettiva e non permetterà a nessun singolo, qualunque sia il suo
valore personale, di contrapporsi al partito.
Nelle sedute plenarie del
congresso la opposizione di estrema sinistra è stata la sola opposizione
ufficiale e dichiarata. L'atteggiamento di opposizione sulla questione
sindacale assunto da due membri del vecchio CC, per il suo carattere di
improvvisazione e di impulsività, è da considerarsi piuttosto come un fenomeno
individuale di isterismo politico, che di opposizione in senso sistematico.
Durante i lavori della Commissione politica invece ci fu una manifestazione
che, se può ritenersi per adesso di carattere puramente individuale, deve
essere considerata, dati gli elementi ideologici che ne formavano la base, come
una vera e propria piattaforma di destra, che potrebbe essere presentata al
partito in una situazione determinata, e che perciò doveva essere, come fu,
respinta senza esitazione, dato specialmente che di essa si era fatto portavoce
un membro della vecchia Centrale. Questi elementi ideologici sono: 1. l'affermazione che il
governo operaio e contadino può costituirsi sulla base del Parlamento borghese;
2. l'affermazione
che la socialdemocrazia non deve essere ritenuta come l'ala sinistra della
borghesia, ma come l'ala destra del proletariato; 3. che nella valutazione
dello Stato borghese occorre distinguere la funzione di oppressione di una
classe sull'altra dalla funzione di produzione di determinate soddisfazioni a
certe esigenze generali della società.
Il primo e il secondo di tali
elementi sono contrari alle decisioni del III congresso, il terzo è fuori della
concezione marxista dello Stato. Tutti e tre insieme rivelano un orientamento a
concepire la soluzione della crisi della società borghese all'infuori della
rivoluzione.
La linea politica fissata al partito
Poiché cosí si schierarono le
forze rappresentate al congresso, cioè come una piú rigida opposizione dei
residui dell'«estremismo» contro le posizioni teoriche pratiche della
maggioranza del partito, accenneremo rapidamente solo ad alcuni punti della
linea stabilita dal congresso.
Quistione ideologica. Su
tale quistione il congresso affermò la necessità che sia sviluppato dal partito
tutto un lavoro di educazione, che rafforzi la conoscenza della nostra dottrina
marxista nelle file del partito e si sviluppi la capacità del piú largo strato
dirigente. Su questo punto l'opposizione cercò di fare un'abile inversione:
riesumò alcuni vecchi articoli o brani di articoli di compagni della
maggioranza del partito per sostenere che essi solo relativamente tardi hanno
accettato integralmente la concezione del materialismo storico quale risulta
dalle opere di Marx e di Engels, e sostenevano invece la interpretazione che
del materialismo storico era data da Benedetto Croce. Poiché è noto che anche
le tesi di Roma sono state giudicate come essenzialmente ispirate dalla filosofia
crociana, questa argomentazione della opposizione apparve come ispirata a pura
demagogia congressuale. In ogni caso, poiché la quistione non è di individui
singoli, ma di masse, la linea stabilita dal congresso, della necessità di un
lavoro specifico di educazione per elevare il livello della cultura generale
marxista del partito, riduce la polemica della opposizione a una pura
esercitazione erudita di ricerca di elementi biografici piú o meno interessanti
sullo sviluppo intellettuale di singoli compagni.
Tattica del partito. Il
congresso ha approvato e ha difeso energicamente contro gli attacchi della
opposizione la tattica seguita dal partito nell'ultimo periodo della storia
italiana caratterizzato dalla crisi Matteotti. Occorre dire che l'opposizione
non ha cercato di contrapporre all'analisi che della situazione italiana è
stata fatta dalla Centrale nelle tesi per il congresso né un'altra analisi che
portasse a stabilire una linea tattica diversa, né delle correzioni parziali
che giustificassero una opposizione di principio. È stato caratteristico anzi
della falsa posizione dell'estrema sinistra il fatto che mai le sue
osservazioni e le sue critiche si siano basate su un esame né approfondito e
neanche superficiale dei rapporti di forza e delle condizioni generali
esistenti nella società italiana. Risultò cosí chiaramente come il metodo
proprio dell'estrema sinistra, e che l'estrema sinistra dice essere dialettico,
non è il metodo della dialettica materialistica proprio di Marx, ma il vecchio
metodo della dialettica concettuale proprio della filosofia premarxista e
persino prehegeliana.
Alla analisi oggettiva delle
forze in lotta e della direzione che esse assumono contraddittoriamente in
rapporto allo sviluppo delle forze materiali della società, la opposizione
sostituiva l'affermazione di essere in possesso di uno speciale e misterioso
«fiuto» secondo il quale il partito dovrebbe essere diretto. Strana
aberrazione, che autorizzava il congresso a giudicare estremamente pericoloso e
deleterio per il partito un tale metodo, che porterebbe solo a una politica di
improvvisazioni e di avventure.
Che, d'altronde, la opposizione
non abbia mai posseduto un proprio metodo capace di sviluppare le forze del
partito e le energie rivoluzionarie del proletariato che possa essere
contrapposto al metodo marxista e leninista, è dimostrato dall'attività svolta
dal partito negli anni 1921-1922, quando era politicamente diretto da alcuni
degli attuali irriducibili oppositori. A questo proposito furono dal congresso
analizzati due momenti della situazione italiana e cioè l'atteggiamento assunto
dalla direzione del partito nel febbraio 1921, quando fu sferrata l'offensiva
frontale del fascismo in Toscana e in Puglia e l'atteggiamento della stessa
direzione verso il movimento degli arditi del popolo. Dall'analisi di questi
due momenti risultò come il metodo affermato dalla opposizione porti solo alla
passività e alla inazione e consista in ultima analisi semplicemente nel trarre
dagli avvenimenti oramai svoltisi senza l'intervento del partito nel suo
complesso, degli insegnamenti di solo carattere pedagogico e propagandistico.
La quistione sindacale.
Nel campo sindacale il difficile compito del partito consiste nel trovare un
giusto accordo fra queste due linee di attività pratica: l. difendere i
sindacati di classe cercando di mantenere il massimo di coesione e di
organizzazione sindacale fra le masse che tradizionalmente hanno partecipato
all'organizzazione sindacale stessa. È questo un compito di eccezionale
importanza, perché il partito rivoluzionario deve sempre, anche nelle peggiori
situazioni oggettive, tendere a conservare tutte le accumulazioni di esperienza
e di capacità tecnica e politica che si sono venute formando attraverso gli
sviluppi della storia passata della massa proletaria. Per il nostro partito la Confederazione
generale del lavoro costituisce in Italia l'organizzazione che storicamente
esprime in modo piú organico queste accumulazioni di esperienza e di capacità e
rappresenta quindi il terreno entro il quale deve essere condotta questa
difesa; 2. tenendo conto del fatto che l'attuale dispersione delle grandi masse
lavoratrici è dovuta essenzialmente a motivi che non sono interni della classe
operaia, per cui esistono possibilità organizzative immediate di carattere non
strettamente sindacale, il partito deve proporsi di favorire e promuovere
attivamente queste possibilità. Questo compito può essere adempiuto solo se il
lavoro organizzativo di massa viene trasportato dal terreno corporativo nel
terreno industriale di fabbrica e i legami dell'organizzazione di massa
diventano elettivi e rappresentativi, oltre che di adesione individuale per via
di tessera sindacale.
È chiaro d'altronde che questa
tattica del partito corrisponde allo sviluppo normale della organizzazione di
massa proletaria, quale si era verificata durante e dopo la guerra, cioè nel
periodo in cui il proletariato ha incominciato a porsi il problema di una lotta
a fondo contro la borghesia per la conquista del potere. In questo periodo la
tradizionale forma organizzativa del sindacato di mestiere era stata integrata
da tutto un sistema di rappresentanze elettive di fabbrica, cioè dalle
Commissioni interne. È noto anche che, specialmente durante la guerra, quando
le Centrali sindacali aderirono ai Comitati di mobilitazione industriale e
determinarono quindi una situazione di «pace industriale» per alcuni aspetti
analoga a quella presente, le masse operaie di tutti i paesi (Italia, Francia,
Russia, Inghilterra e anche gli Stati Uniti) ritrovarono le vie della
resistenza e della lotta sotto la guida delle rappresentanze elettive operaie
di fabbrica.
La tattica sindacale del partito
consiste essenzialmente nello sviluppare tutta la esperienza organizzativa
delle grandi masse premendo sulle possibilità di piú immediata realizzazione,
considerate le difficoltà oggettive che sono create al movimento sindacale dal
regime borghese da una parte e dal riformismo confederale dall'altra.
Questa linea è stata approvata
integralmente dalla stragrande maggioranza del congresso. Intorno ad essa
tuttavia avvennero le discussioni piú appassionate e l'opposizione fu
rappresentata, oltre che dall'estrema sinistra, anche da due membri della
Centrale, cosí come abbiamo già accennato. Un oratore sostenne che il sindacato
è storicamente superato, perché unica azione di massa del partito deve essere
quella che si svolge nelle fabbriche. Questa tesi, legata alle piú assurde
posizioni dell'infantilismo estremista, fu nettamente ed energicamente respinta
dal congresso.
Per un altro oratore invece
l'unica attività del partito in questo campo deve essere l'attività
organizzativa sindacale tradizionale. Questa tesi è legata strettamente a una
concezione di destra cioè alla volontà di non urtare troppo gravemente con la
burocrazia sindacale riformista che si oppone strenuamente ad ogni
organizzazione di massa.
L'opposizione dell'estrema
sinistra era guidata da due direttive fondamentali: la prima, di carattere
essenzialmente congressuale, tendeva alla dimostrazione che la tattica delle
organizzazioni di fabbrica, sostenuta dal CC e dalla maggioranza del congresso
è legata alla concezione dell'Ordine Nuovo settimanale che, secondo la
estrema sinistra, era proudoniana e non marxista; l'altra è legata alla
quistione di principio in cui la estrema sinistra si contrappone nettamente al
leninismo: il leninismo sostiene che il partito guida la classe attraverso le
organizzazioni di massa e sostiene quindi come uno dei compiti essenziali del
partito lo sviluppo dell'organizzazione di massa; per la estrema sinistra
invece questo problema non esiste e si dànno al partito tali funzioni che
possono portare da una parte alle peggiori catastrofi e dall'altra ai piú
pericolosi avventurismi.
Il congresso ha rigettato tutte
queste deformazioni della tattica sindacale comunista, pur ritenendo necessario
insistere con particolare energia sulla necessità di una maggiore e piú attiva
partecipazione dei comunisti al lavoro dell'organizzazione sindacale
tradizionale.
La quistione agraria. Il partito
ha cercato, per ciò che riguarda la sua azione tra i contadini, di uscire dalla
sfera della semplice propaganda ideologica tendente a diffondere solo
astrattamente i termini generali della soluzione leninista del problema stesso,
per entrare nel terreno pratico dell'organizzazione e dell'azione politica
reale. È evidente che ciò era più facile da ottenersi in Italia che negli altri
paesi, perché nel nostro paese il processo di differenziazione delle grandi
masse della popolazione è per certi rispetti piú avanzato che altrove, in
conseguenza della situazione politica attuale. D'altronde una tale quistione,
dato che il proletariato industriale è da noi solo una minoranza della
popolazione lavoratrice, si pone con maggiore intensità che altrove. Il problema
di quali siano le forze motrici della rivoluzione e quello della funzione
direttiva del proletariato si presentano in Italia in forme tali da domandare
una particolare attenzione del nostro partito e la ricerca di soluzioni
concrete ai problemi generali che si riassumono nell'espressione: quistione
agraria.
La grande maggioranza del
congresso ha approvato l'impostazione che il partito ha dato a questi problemi
e ha affermato la necessità di una intensificazione del lavoro secondo la linea
generale già parzialmente applicata.
In che cosa consiste
praticamente questa attività? Il partito deve tendere a creare in ogni regione
delle unioni regionali dell'Associazione di difesa dei contadini: ma, entro
questi quadri organizzativi piú larghi, occorre distinguere quattro
raggruppamenti fondamentali delle masse contadine, per ognuno dei quali è
necessario trovare atteggiamenti e soluzioni politiche ben precise e complete.
Uno di questi raggruppamenti è
costituito dalle masse dei contadini slavi dell'Istria e del Friuli, la cui
organizzazione è legata strettamente alla quistione nazionale. Un secondo è
costituito dal particolare movimento contadino che si riassume sotto il titolo
di: «Partito dei contadini» e che ha la sua base specialmente nel Piemonte; per
questo raggruppamento di carattere aconfessionale e di carattere piú
strettamente economico, vale l'applicazione dei termini generali della tattica
agraria del leninismo, dato anche il fatto che tale raggruppamento esiste nella
regione in cui esiste uno dei centri proletari piú efficienti in Italia. I due
altri raggruppamenti sono di gran lunga i piú considerevoli e quelli che
domandano la maggiore attenzione del partito, e cioè: 1. la massa dei contadini
cattolici, raggruppati nell'Italia centrale e settentrionale, i quali sono piú
o meno direttamente organizzati dall'Azione cattolica e dall'apparato
ecclesiastico in generale, cioè dal Vaticano; 2. la massa dei contadini
dell'Italia meridionale e delle isole.
Per ciò che riguarda i contadini
cattolici, il congresso ha deciso che il partito deve continuare e deve
sviluppare la linea che consiste nel favorire le formazioni di sinistra che si
verificano in questo campo e che sono strettamente legate alla crisi generale
agraria iniziatasi già prima della guerra nel centro e nel nord d'Italia. Il
congresso ha affermato che l'atteggiamento assunto dal partito verso i
contadini cattolici, sebbene contenga in sé alcuni degli elementi essenziali
per la soluzione del problema politico-religioso italiano, non deve in nessun modo
condurre a favorire tentativi, che possono nascere, di movimenti ideologici di
natura strettamente religiosa. Il compito del partito consiste nello spiegare i
conflitti che nascono sul terreno della religione come derivanti dai conflitti
di classe e nel tendere a mettere sempre in maggior rilievo i caratteri di
classe di questi conflitti e non, viceversa, nel favorire soluzioni religiose
dei conflitti di classe, anche se tali soluzioni si presentano come di
sinistra, in quanto mettono in discussione l'autorità dell'organizzazione
ufficiale religiosa.
La quistione dei contadini
meridionali è stata esaminata dal congresso con particolare attenzione. Il
congresso ha riconosciuto esatta l'affermazione contenuta nelle tesi della
Centrale, secondo la quale la funzione della massa contadina meridionale nello
svolgimento della lotta anticapitalistica italiana deve essere esaminata a sé e
deve portare alla conclusione che i contadini meridionali sono, dopo il
proletariato industriale e agricolo dell'Italia del nord, l'elemento sociale
piú rivoluzionario della società italiana.
Quale è la base materiale e
politica di questa funzione e delle masse contadine del Sud? I rapporti che
intercorrono tra il capitalismo italiano e i contadini meridionali non
consistono solamente nei normali rapporti storici tra città e campagna, quali
sono stati creati dallo sviluppo del capitalismo in tutti i paesi del mondo;
nel quadro della società nazionale questi rapporti sono aggravati e
radicalizzati dal fatto che economicamente e politicamente tutta la zona
meridionale e delle isole funziona come una immensa campagna di fronte
all'Italia del nord, che funziona come una immensa città. Una tale situazione
determina nell'Italia meridionale il formarsi e lo svilupparsi di determinati
aspetti di una quistione nazionale, se pure immediatamente essi non assumono
una forma esplicita di tale quistione nel suo complesso, ma solo di una
vivacissima lotta a carattere regionalistico e di profonde correnti verso il
decentramento e le autonomie locali.
Ciò che rende caratteristica la
situazione dei contadini meridionali è il fatto che essi, a differenza dei tre
raggruppamenti precedentemente descritti, non hanno nel loro complesso nessuna
esperienza organizzativa autonoma. Essi sono inquadrati negli schemi
tradizionali della società borghese, per cui gli agrari, parte integrante del
blocco agrario-capitalistico, controllano le masse contadine e le dirigono
secondo i loro scopi.
In conseguenza della guerra e
delle agitazioni operaie del dopoguerra, che avevano profondamente indebolito
l'apparato statale e quasi distrutto il prestigio sociale delle classi
superiori nominate, le masse contadine del Mezzogiorno si sono risvegliate alla
vita propria e faticosamente hanno cercato un proprio inquadramento. Cosí si
sono avuti movimenti degli ex combattenti, e i vari partiti cosiddetti di
«rinnovamento», che cercavano di sfruttare questo risveglio della massa
contadina, qualche volta secondandolo come nel periodo della occupazione delle
terre, piú spesso cercando di deviarlo e quindi di consolidarlo in una
posizione di lotta per la cosiddetta democrazia, come è ultimamente avvenuto
con la costituzione della «Unione nazionale».
Gli ultimi avvenimenti della
vita italiana, che hanno determinato un passaggio in massa della piccola
borghesia meridionale al fascismo, hanno reso piú acuta la necessità di dare ai
contadini meridionali una direzione propria per sottrarli definitivamente
all'influenza borghese agraria. Il solo organizzatore possibile della massa
contadina meridionale è l'operaio industriale, rappresentato dal nostro
partito. Ma perché questo lavoro di organizzazione sia possibile ed efficace
occorre che il nostro partito si avvicini strettamente al contadino
meridionale, che il nostro partito distrugga nell'operaio industriale il
pregiudizio inculcatogli dalla propaganda borghese che il Mezzogiorno sia una
palla di piombo che si oppone ai piú grandiosi sviluppi dell'economia
nazionale, e distrugga nel contadino meridionale il pregiudizio ancora piú
pericoloso per cui egli vede nel nord d'Italia un solo blocco di nemici di
classe.
Per ottenere questi risultati
occorre che il nostro partito svolga un'intensa opera di propaganda anche
nell'interno della sua organizzazione per dare a tutti i compagni una coscienza
esatta dei termini della quistione, la quale, se non sarà risolta in modo
chiaroveggente e rivoluzionariamente saggio da noi, renderà possibile alla
borghesia, sconfitta nella sua zona, di concentrarsi nel Sud per fare di questa
parte d'Italia la piazza d'armi della controrivoluzione.
Su tutta questa serie di
problemi, la opposizione di estrema sinistra non riuscí a dire che delle
barzellette e dei luoghi comuni. La sua posizione essenziale fu quella di
negare aprioristicamente che questi problemi concreti esistano in sé, senza
nessuna analisi o dimostrazione neanche potenziale. Si può dire anzi che
appunto nei riguardi della quistione agraria, apparve la vera essenza della
concezione dell'estrema sinistra, la quale consiste in una specie di
corporativismo che aspetta meccanicamente dal solo sviluppo delle condizioni
obiettive generali la realizzazione dei fini rivoluzionari. Tale concezione fu,
come abbiamo detto, nettamente rigettata dalla stragrande maggioranza del
congresso.
Altri problemi trattati
Per quanto riguarda la quistione
dell'organizzazione concreta del partito nell'attuale periodo, il congresso
senza discussione ratificò le deliberazioni della recente Conferenza di
organizzazione già pubblicate nell'Unità.
Il congresso, dato il modo della
sua riunione e gli obiettivi che si proponeva, i quali riguardavano
specialmente la organizzazione interna del partito e il risanamento della
crisi, non poté trattare ampiamente alcune quistioni che pure sono essenziali
per un partito proletario rivoluzionario. Cosí solo nelle tesi fu esaminata la
situazione internazionale in rapporto alla linea politica dell'IC. Nella
discussione del congresso tale argomento fu solo sfiorato e dei problemi
internazionali si trattò solo la parte riguardante le forme o i rapporti di
organizzazione del Comintern, poiché era questo un elemento della crisi interna
del partito. Il congresso però ebbe una larghissima ed esauriente relazione sui
lavori del recente congresso del partito russo e sul significato delle
discussioni in esso svoltesi.
Cosí il congresso non si occupò
del problema dell'organizzazione nel campo femminile, né dell'organizzazione
della stampa, argomenti essenziali per il nostro movimento e che avrebbero
meritato una trattazione speciale. Anche la quistione della redazione del
programma del partito, che era stata posta all'ordine del giorno, non fu
trattata dal congresso. Pensiamo sia necessario rimediare a questa
manchevolezza con conferenze speciali di partito, appositamente convocate a
tale scopo.
Non ostante queste parziali
deficienze, si può affermare, concludendo, che la massa di lavoro svolta dal
congresso sia stata veramente imponente. Il congresso ha elaborato una serie di
risoluzioni e un programma di lavoro concreto tali da mettere in grado la
classe proletaria di sviluppare le sue energie e la sua capacità di direzione
politica nell'attuale situazione.
Una condizione è specialmente
necessaria perché le risoluzioni del congresso, non solo siano applicate, ma
diano tutti i frutti che esse possono dare: occorre che il partito si mantenga
strettamente unito, che nessun germe di disgregazione, di pessimismo, di
passività sia lasciato sviluppare nel suo seno. Tutti i compagni del partito
sono chiamati a realizzare una tale condizione. Nessuno può mettere in dubbio
che ciò sarà fatto, con la piú grande delusione di tutti i nemici della classe
operaia.
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