Articolo
I.
Del Terremoto.
]
Dopo il fatale terremoto
delle Calabrie nel 1783, che però fu limitato a quella sola
estremità d'Italia, e nella quale circostanza apparve una
nebbia permanente, che si diffuse su gran parte d'Europa, consimile a
quella vedutasi nella scorsa estate, oltre a piogge rossastre di
sostanze terree; non trovo altro maggior flagello e più
universale per l'Italia nostra menzionato nelle storie, che nell'anno
1117. Sotto quell'epoca, leggo negli Annali d'Italia del celebre
Muratori. «Il Papa nel mese di marzo ebbe non poche
inquietudini e travagli. I Romani ribelli a poco a poco tornarono
alla divozione ed ubbidienza del Papa. Funestissimo riuscì
quest'anno all'Italia: vi si fece anche sentire un terribil tremuoto,
di cui simile non restava memoria. Vidersi ancora nuvoli di color di
fuoco e sangue, vicini alla terra, con fama ancora di sangue piovuto
dal cielo, e servirono tutti questi successi a far più che mai
desiderare la pace colla Chiesa.»
Già fino
dall'anno scorso aveva io stesa una lunga Memoria in cui fra le altre
cose trattava delle piogge rosse, e delle nebbie secche, o esalazioni
straordinarie: Memoria che si sta pubblicando ora negli Atti della
Società Italiana; ed in quella stessa occasione ho steso un
breve articolo sul terremoto che venne inserito nel Giornale di
Verona intitolato il Poligrafo (Fascicolo XIX, gennaio 1832). Allora
certo non mi ammaginava che l'Italia fosse per avere una visita così
improvvisa e funesta; per cui mi era limitato a pochi cenni, dai
quali però risulta col confronto dei fatti ultimamente
avvenuti, che l'apparire di fuochi nell'aria in occasione di
terremoti, sia un fenomeno si può dire costante, consultando
le antiche relazioni; quando però la più viva luce del
giorno, od altre circostanze non impedissero di poterlo osservare.
Indicati sono, per esempio, nel terremoto del 1117 nuvoli di color di
fuoco e di sangue; e nella Gazzetta di Milano 19 e 21 marzo 1832,
sotto la data di Parma, si dice che nella notte del 12 al 13 dello
stesso mese: «si videro muovere dei fuochi meteorici: la luna
nebulosa era cinta da una corona sanguigna, e dopo mezza notte si
cambiò la tinta porporina del cielo in un lampo orrendo, che
illuminò tutto quanto lo spazio celeste, e nello stesso tempo
si sentì una scossa di terremoto…..dopo un'ora altro
lampo con terremoto più forte, ecc.» Sul terremoto del
1117 parla anche molto lungamente il Giulini nelle Memorie
spettanti alla Storia di Milano, appoggiato anch'esso specialmente,
come il Muratori, a Landolfo storico contemporaneo.
Anche in un Calendario necrologico della Chiesa Monzese del
secolo XII, ne venne fatta menzione: anno M.C.XVII, Terremotus
Magnus factus est1.
Nella stessa Gazzetta di
Milano 17 marzo 1832, sotto la data di Cremona 15 marzo si nota
parimenti, essersi osservata una nebbia straordinariamente densa e
bassa, la quale verso le ore cinque s'innalzò, e alle ore
quattro incirca successe la scossa. Questa nebbia fu pure da altri
osservata in Milano, come vi fu chi asserì d'aver veduto una
specie di lampo in occasione che si sentì anche fra noi il
terremoto sebben leggermente. A Catanzaro, dove il terremoto molto
infierì, si osservò gran luce atmosferica con
successivo scoppio (Gazzetta di Milano 28 marzo 1832).
Ho ultimamente ricevuto
da Roma una Relazione sui terremoti di Fuligno e dell'Umbria
accaduti in gennajo 1832 di Saverio Barlocci, in cui si
parla di vapori e di nebbie straordinarie, e di un frequente balenare
per varie notti nelle alte regioni accompagnato da accensioni simili
alle stelle cadenti, con sotterranei muggiti duranti le ripetute
scosse; e saviamente quel dotto Professore di fisica della Pontificia
Università esclude l'elettricità come causa primaria
dei terremoti, almeno come si vorrebbe da taluni suppore, e per
conseguenza ne esclude i supposti mezzi per impedirne il ritorno.
Dalle relazioni poi verbali che mi sono procurato intorno al
terremoto avvenuto nella notte dall'8 al 9 ottobre del 1828,
particolarmente nei contorni di Voghera, e che anche si è
risentito in Milano più intensamente che non in quello
dell'anno corrente, da quelle relazioni, dico, come pure dalla
Gazzetta di Genova, risulta che i fuochi nell'aria si videro, e
sotterranee ed aeree detonazioni si udirono; anzi dall'esposizione
sincera di altra persona pareva che in quella notte apparissero
alcune stelle, e che si riunissero in una più grande, che poi
anch'essa asseriva2; lo che coincide colle supposte stelle
cadenti nella soprarriferita relazione. Indizj tutti son questi di
accensioni ed esplosioni sia nell'interno della terra mediante que'
tremiti concussorj, e que' cupi fragori; e nell'atmosfera con quelle
straordinarie infiammazioni, ed insoliti splendori: effetti che non
si saprebbero attribuire che a gas idrogene più o meno
combinato con altre sostanze anch'esse combustibili; siccome già
alcuni fisici avevano supposto. Nel terremoto dell'Umbria di fatto si
ebbero indizj manifesti di acque epatiche, di emanazioni di gas
idrogeno solforato, ed il terreno si screpolò in un sito (nel
luogo detto Cantagalli) pel tratto di circa un miglio, e ne uscì
dell'acqua fangosa. Chi potrebbe calcolare la tensione, ossia la
forza espansiva dell'acqueo vapore, o di un gas formatosi sotto
l'enorme pressione di migliaja d'atmosfere ad un'altissima
temperatura?
Nella Descrizione del
terremoto avvenuto nella provincia di S. Remo, addì 26 maggio
e giorni successivi dell'anno 1831 di Albero Nola
(Antologia di Firenze: maggio 1831, pag. 143) «traballavano, vi
si dice, ad occhi veggenti, i campanili, le case, gli edifizi più
solidi: mentre un denso nebbione, forse di polverìo, si
sollevava dalla terra sopra i tetti…Dal giorno della prima
scossa sino al primo giugno fu sempre ingombro il sole di un fitto
nebbione».
Nel Rapporto sul
terremoto delle valli del Piemonte nell'aprile del 1808 (Giornale
della Società d'incoraggiamento: Milano 1808 luglio, e agosto)
si parla di meteore luminose o ignite che vi si sono osservate
(pag.62). Si era veduta nella notte antecedente una meteora ignea
all'altura di alcune rocche (pag.70); ed il Cancelliere del Giudice
di pace, ricoverato sotto una tenda, la vide illuminata al momento
della detonazione da un improvviso chiarore, e credette che un
vulcano si aprisse sotto i di lui piedi (pag.72). Una nube rossa che
quasi radeva la valle al momento di una scossa esalò un
fortissimo odore di zolfo (pag. 138, 140, 142). Alla pag. 68 si era
fatto osservare che nel terremoto avvenuto nel 1682 a Rémiremond
si videro uscir le fiamme dalla terra, e senza che gli alberi,
comechè tocchi dalla fiamme, ne soffrissero alcun detrimento:
effetti a mio avviso proprj del gas idrogene, il di cui sviluppo io
considero come cagion primaria dei terremoti.
I pozzi proposti fin dal
tempo di Plinio (che trovava identico il tremor della terra, ed il
tuono delle nubi) sono in questo Rapporto nuovamente
raccomandati; ma piuttosto ch'esser destinati a dar sfogo
all'elettricità che quivi (pag. 70 e 152) si suppone
condensarsi sotto terra; ma che in realtà nè può
accumularsi in corpo sempre conduttore com'è la terra, nè
abbisognerebbe come fluido imponderabile, sottilissimo, mobilissimo
di quelle artificiali cavità per disperdersi: piuttosto, dico,
potrebbero questi pozzi se fosse possibile, di costruirli, servire
per dar sfogo ai gas sviluppati e compressi sotterra; ma bisognerebbe
che fossero ben frequenti e ben profondi per giungere fin dove è
probabile che abbia origine il terremoto; forse fin dove la terra è
ancora in istato di fluidità ignea: e allora si aprirebbe
forse un nuovo vulcano. Si parla frequentemente di elettricità
condensata nelle viscere della terra, quando che si può ad
ogni momento provare coi nostri strumenti più sensibili, che
per quanto si supponga coibente il suolo, il fluido elettrico vi si
disperde rapidissimamente, e massime negli strati inferiori in
generale più umidi, e contenenti altre materie più
deferenti: è nell'aria che l'elettricità può
condensarsi, ma la terra non è che passiva rispetto
all'atmosfera.
Negli Opuscoli scelti di
Milano, T. XIV, pag. 426, si trova a questo proposito un estratto del
Saggio sull'uso de' pozzi presso gli antichi, specialmente per
preservativo de' tremuoti di D. G. D'Ancora: Saggio da
consultarsi da un antiquario, ma non da un fisico.
Il fenomeno di nebbie di
natura diversa dalle comuni; ed oltre ai suoni sotterranei, ed ai
fragori nell'aria, il fenomeno specialmente di accensioni nell'aria
somiglianti all'infiammazione del gas idrogene più o meno
puro, lo trovo confermato in tutte le relazioni alquanto dettagliate
dei terremoti avvenuti per l'addietro, massime nelle ore notturne; e
molti degli incendj che si sono attribuiti in quelle circostanze a
cause ordinarie, potrebbero ben essere derivati dalla combustione di
quel gas all'aria aperta. Cavallo nel suo Trattato completo di
Elettricità, tradotto in francese nel 1779, pag. 384, fa
menzione di palle di fuoco ossia globi di fuoco, che qualche
volta si sono veduti sulla superficie del mare nel tempo di un
terremoto. Ma limitandomi ai soli casi più recenti, e
spettanti alla sola Italia che si trovano registrati nel sopra
indicato Giornale di Opuscoli scelti sulle Scienze e sulle Arti,
che si continuò a pubblicare per lunga serie d'anni in Milano
per opera particolarmente dell'egregio Abate Amoretti, trovo che nel
T. IV, Osservazioni sul tremuoto sentitosi in Siena nel gennajo
del 1781, del P. Della Valle, l'Autore dice «che appena
terminata la scossa più gagliarda, mi affacciai alla finestra,
e benchè il tempo fosse bujo e piovoso, allo scontro del
campanile S. Francesco, che è imbiancato, vidi da terra
esalarsi una grande quantità di vapori addensati, nei quali si
scopriva il resto di una fiamma languida, che allora pareva spenta,
non senza esalare particelle sulfuree». Il giorno seguente
osservò con altri alzarsi verso le ore quattro della sera dal
seno di una valle, grandissima quantità di vapori, nel cui
centro era una colonna quasi di fumo e di fiamme, (si sa che la
combustione dell'idrogeno genera acquei vapori come il vocabolo
stesso lo indica) durò un minuto e mezzo, e si seppe che a
quella volta non era stato a quell'ora acceso alcun fuoco. Altri
osservarono dai valloni all'intorno uscire delle fiamme voluminose, e
quantità di vapori gravi all'odorato, ecc.
Nel T. VI, nota alla
pag. 266 e seg. Relazione istorico-fisica de' terremoti accaduti
in Messina nel 1783, di A. Gallo. «Si aperse con
lunghe fenditure il suolo, daddove uscirono in più luoghi le
fiamme, e lasciarono arse le pietre, e tinte di un brugiato
bitume…Videsi in quell'istante una grandinosa nuvola bianca
alzarsi furiosamente da maestro, seguìta da un'altra densa,
nera e caliginosa, e correndo spandersi per tutta l'atmosfera, nel
mentre istesso che sopra il più alto delle cose, e palagj, che
crollavano, fiammeggiava una subitanea e passeggera luce a guisa di
corrusco, che traluce fra le nuvole estive; spandendosi da per ogni
dove un leggero odor di bitume come se di ambra fosse…Sieguono
frattanto gli scuotimenti preceduti sempre dal solito profondo
muggito della terra, e seguitati da un'istantanea visibile esalazione
di vapori che si spargono in forma di nebbia…L'aria si è
mantenuta carica di nebbiosi vapori che rosseggiano e quasi
s'infiammano al nascere e tramontare del sole…Altro fortissimo
terremoto li 28 marzo da compararsi quasi con quelli de' 5 e 7
febbrajo, preceduto dal solito nuvolone bianco, che quindi oscurossi
nel momento della scossa, ecc.»
Quei nebbiosi vapori
che rosseggiano e quasi s'infiammano al nascere e tramontare del sole
presentavano lo stesso fenomeno della straordinaria nebbia apparsa
nella scorsa state del 1831, di cui ho altrove fatto parola: e quel
nuvolone che precedeva la scossa lo trovo rimarcato nella
relazione che mi fu data di un terremoto leggero bensì ma
continuato ad intervalli per più giorni nei contorni di Forlì,
succeduto pochi anni sono, e sempre verso il mezzo giorno.
Nel T. XI. Ragguaglio
dell'Abate Spangaro, sul terremoto accaduto in Tolmezzo la notte del
20 ottobre 1788. «Il giorno che ha preceduto la funesta
notte inclinava al nebbioso: fu sentito un vento furioso e veemente,
un rimbombo sì fiero e orribile, come di centinaja di cannoni
in un sol colpo; e si videro altresì delle fiamme uscir dalla
terra. Per quattro o cinque notti susseguenti abbiamo osservate ogni
notte aurore boreali, ed essere antica opinione che in occasione di
terremoti esca dalla terra luce e fuoco, ecc.: queste aurore
boreali se non si sono anche osservate altrove
contemporaneamente, bisogna ben supporre che fossero accensioni
locali in aria.
Se si volessero
consultare altre relazioni più antiche, si troverebbe ben da
confermare la mia asserzione: certo che a grandissima profondità
succedono questi terribili fenomeni, e sembra che le cause dei
terremoti abbiano molta relazione con quelle dei vulcani: abbiamo in
fatti recentemente veduto sorgere un nuovo vulcano nel mare di
Sicilia, che ha preceduto i terremoti che si fecero sentire in varie
parti d'Italia. Ma se la causa dei vulcani e dei terremoti, non è
sufficientemente conosciuta; neppur quel moto della terra che n'è
la conseguenza e che dà il nome al fenomeno stesso, non è
stato mai bene determinato. Si suole comunemente distinguere in
subsulto, in ondulazione, se ne assegna la direzione, ecc.; ma
in verità, come io già diceva in quel mio articolo
inserito nel Poligrafo, è ben difficile di poter distinguerne
le diverse modificazioni, trovandosi anche in contraddizione le
sensazioni da molti provate nel medesimo luogo e tempo; e trovandosi
in alcune relazioni al tempo stesso assegnato ad un terremoto il
movimento in tutte le direzioni: la durata però è quasi
sempre istantanea, o brevissima, perchè quel fluido elastico
qualunque che se ne supponesse la causa superato l'ostacolo si
disperde nell'atmosfera. Già il professor Vassalli nel citato
Giornale della illustre Società d'incoraggiamento (pag. 61)
conveniva nella difficoltà grandissima di determinarne la
direzione precisa, ed adduce l'esempio del terremoto d'Alba succeduto
nel 1771, nel quale le relazioni disegnavano tutte le direzioni, e
tutti i punti del compasso.
Ora scosse, ora
oscillazioni, ora tremori, ora pulsazioni, ora esplosioni, ora urti,
oltre ai diversi suoni, sono i vocaboli usitati in simili
circostanze; ma a propriamente parlare a due soli si dovrebbero
ridurre i moti della terra, cioè dal sotto in su, e dai lati:
il primo è sicuramente il più terribile, perchè
deve aver luogo dove risiede la causa immediata, ossia il foco, il
centro del terremoto stesso: l'altro moto non è che indiretto,
ossia per comunicazione laterale, come farebbe la polvere di una mina
posta a grandissima profondità. Ma anche questo moto dal di
sotto in su potrà talvolta sembrare laterale, ossia
ondulatorio, quando cioè la superficie della terra
irregolarmente si alzi, e s'abbassi, cioè più da una
parte che dall'altra secondo la natura del terreno medesimo. Quel
traballamento ad occhi veggenti, rimarcato dal Nota nel
terremoto di S. Remo, dei campanili ed edifizi più solidi,
sarà stato piuttosto effetto, almeno in gran parte, del
traballamento della persona stessa, come l'uomo in barca vede fuggir
la sponda; d'altronde la paura suole ingrandire ogni cosa e fa
tremare l'uomo anche senza terremoto. Certo che se il centro del
terremoto è sotto terra di qualche miglio, e se la terra
sovrastante si solleva, si devono con essa sollevare e i campanili, e
gli edifizi più solidi, e le montagne stesse; ma questo
sollevamento dovrebbe essere tenuissimo; anzi forse talvolta è
soltanto un abbassamento pel vuoto lasciato dalle materie che hanno
dato origine ai fluidi elastici sviluppatisi alla superficie della
terra; perchè per poco più che s'inclinasse il suolo in
questo suo innalzamento, o in questa sua depressione, dovrebbero i
campanili per li primi perdere il loro centro di gravità e
cadere: e questo è quello che succede soltanto nei grandi
terremoti. Io amo meglio supporlo un fortissimo tremito del suolo,
un'oscillazione somigliante a quella che si produce per suono, e lo
stesso si dica del movimento laterale, e non già
un'ondulazione come per lo più si suole denominare, come di
nave fluttuante.
Nell'ondulazione
propriamente detta bisognerebbe supporre che tutto quello strato di
terra dalla superficie fino ad una certa notabile profondità
si movesse con vero moto di traslocazione, e come immaginare che uno
strato estesissimo, altissimo e pesantissimo, possa scorrere sopra
altra solida parte sottoposta, e per qual forza esercitata in senso
opposto, potrebbe quella immensa massa di terra venir respinta, e
ricacciata verso il punto di sua partenza, per poter produrre una
sensibile ondulazione? Non vi sarebbe che il caso in cui si
supponesse che questa immensa massa di terra posta in moto, si
considerasse come una porzione della solida crosta terrestre, che
involge il nucleo ancora in istrato di liquidità, su cui
galleggiando potesse muoversi a guisa di pezze staccati che
comprimessero e urtassero i laterali; ma qual'immensa forza si
richiederebbe? Siccome però una certa elasticità è
propria della terra stessa, si potrà ben più
agevolmente concepire come una specie di tremore, o di oscillazione
sonora portata al massimo grado d'intensità, possa produrre
effetti somiglianti a moti di traslazione e di subsulto; e questi più
o meno secondo la natura e la direzione del terreno, sia verso la
superficie, che verso il fondo. Se fosse sempre occasionato il
terremoto, sia diretto, sia indiretto, da sollevamenti, inclinazioni
e moti orizzontali del suolo, nei grandi ricettacoli d'acqua, come
sono i mari e i laghi, sia per l'inerzia a concepire il moto sul
principio, sia per moto concepito dai liquidi che si conserva e
mantiene anche cessata la causa motrice, innondazioni e
sconvolgimenti grandissimi ne avverrebbero sulle sponde, specialmente
in proporzione della grande massa di liquido posta in moto (lo che
rare volte avviene, e piuttosto per immensi volumi di gas che si
sollevano dal fondo); siccome in piccolo ce ne possiamo fare un'idea
imprimendo piccoli e replicati urti ad un bacino pieno d'acqua.
Un terremoto laterale
somiglierà a quel tremore, dal grande al piccolo, che si prova
anche da lontano, quando un pesante carro scorre velocemente sopra
una strada selciata ed ineguale: il suono che in quella occasione si
sente, può derivare direttamente dall'aria atmosferica, e dal
sottoposto suolo anch'esso posto in oscillazione sonora; e l'uno e
l'altro posson produrre quel tremito che ai corpi solidi delle nostre
abitazioni si comunica; come è valevole a produrlo anche la
sola oscillazione dell'aria del tuono. Il celebre chimico-farmacista
toscano il Cestoni, opinava già che i terremoti non
fossero altro che tremori nell'aria (Opuscoli scelti di Milano, T. X,
anno 1787, p. 330); ma oltre che non si scorge nell'atmosfera la
causa di questo fenomeno, se così veramente fosse, dovrebbe il
tremito dell'aria comunicarsi e colpire a preferenza i corpi più
esposti, e di superficie più ampia e più fragile come
sono i vetri delle finestre, che bene spesso allo sparo delle
artiglierie si spezzano; mentre che questi nei terremoti meno
gagliardi poco o nulla soffrono, ma cadono le torricelle dei cammini,
e le men salde muraglie. D'altronde è costante ed universale
convinzione che quel suono e quel fremito derivi dalle viscere della
terra. Diffatti il moto si comunica più presto, e meno perde
di sua intensità comunicato per mezzo di corpi solidi com'è
la terra, che non per fluidi aeriformi com'è l'atmosfera: e
stando alle relazioni più esatte si è veduto anche
recentemente con quale rapidità e forza si è risentita
la medesima scossa in paesi distanti le cento e più miglia,
tenuto calcolo delle diverse longitudini dei luoghi, e supposto, come
pare molto probabile, che il fuoco locale del terremoto fosse molto
circoscritto. Ma oltre al rumore sotterraneo che più da
lontano si comunica, hanno luogo nell'atmosfera altri fortissimi
scoppj derivanti a parer mio dall'accensione del gas infiammabile, di
cui il suono però non andrebbe più lontano di quello
del tuono in proporzione.
Si è tentato
d'inventare e di mettere in pratica un meccanismo qualunque che
potesse indicare la direzione e la forza di queste oscillazioni
prodotte da un terremoto, ma finora non sembra che vi sia riescito,
nè credo che vi si potrà arrivare, dietro quanto ho
premesso sulla sua causa, e i suoi effetti. Nei sopra lodati Opuscoli
scelti, T. VI, p. 274 trovasi la descrizione di un sismometro
o sia misura-terremoto, inventato da D. Salsano in Napoli:
nelle Lettere metereologiche dell'abate Cavalli, stampate in
Roma nel 1785 altro sismografo viene proposto (p. 132); il
primo mediante le oscillazioni di un pendolo, e il secondo col
traboccamento del mercurio da un vaso colmo. Ultimamente l'accidente
ha indicata la direzione del moto, o dell'oscillazione in un
terremoto mediante il segno rimasto sulle interne pareti di un
bicchiere a metà pieno d'acqua; ma nè il fermarsi dei
pendoli degli orologi, nè il suono spontaneo delle campane,
come si volle supporre, potranno essere sufficienti indizj.
Chi volesse ammettere
che l'origine dei terremoti e dei vulcani fosse a quella profondità
della terra, dove si potrebbe trovare calore sufficiente per
conservarla nello stato di fusione, sappia che questa profondità
non sarebbe minore di 23 leghe. (Saggio sulla temperatura
dell'interiore della terra di L. Cordier, Annales de Chimie et Phys.
T. XXVII, an. 1824, pag. 136, 275).
Quelle nebbie che si
osservano durante un terremoto accompagnato da accensioni e
detonazioni nell'aria anche serena potrebbero essere appunto
prodotte, come dissi, dall'infiammazione del gas idrogeno
coll'ossigeno atmosferico, producendosi, come ben si sa, dell'acqua
ossia dei vapori acquei vescicolari in parte rimasti visibili, ed in
parte dispersi nel resto dell'atmosfera in causa de' grandi movimenti
che in essa devon nascere pel vuoto rimasto in quella circostanza, e
dell'altissima temperatura che ha luogo in quella combinazione.
In que' miei Cenni su
diversi argomenti fisico-chimici, inseriti nel Poligrafo di
Verona 1832, trattando dei terremoti nell'Art. I, vi ho aggiunta
alcune poche riflessioni sul movimento delle fabbriche,
riflessioni che io stimo novamente meritevoli di considerazione. E
per verità l'abbassamento che si osserva in molti, e
fors'anche in tutti gli antichi monumenti più o meno notabile
sotto il livello del suolo attuale, si è, a mio avviso,
attribuito troppo generalmente al successivo innalzamento del suolo
stesso, sia per macerie accumulatevi nelle distruzioni e
riedificazioni di città, sia per depositi di fiumi, o di mari:
ma per esempio la tomba di Teodorico, monumento tanto
imponente per la sua gran mole, si trova in vicinanza di Ravenna di
molti piedi sotto il livello del terreno all'intorno; anzi n'è
sempre il piano inferiore immerso nell'acqua la quale a quella
profondità naturalmente scaturisce; nel mentre sembra che il
mare si sia di buon tratto allontanato da quella città, stando
alle storie: prova d'innalzamento del suolo, o d'abbassamento del
mare. Ma non è credibile che lungo tutto quel littorale fino a
Rimini, sia stato posteriormente all'erezione del monumento di
Teodorico rialzato il suolo; anzi vedremo come nell'Adriatico stesso
vi sieno altre prove che sembrano dimostrare un alzamento di livello
del mare stesso; per cui in ogni caso, sia che il mare si trovi anche
al presente allo stesso livello che fu nei tempi passati, sia che si
sia abbassato da quelle epoche in poi, non si potrebbe mai supporre
che si volesse erigere quel monumento in luogo così basso
d'essere accessibile al mare, che allora lambiva le mure di Ravenna e
di Rimini; per cui è forza conchiudere, che il monumento
stesso dopo la sua erezione siasi abbassato; perchè se il mare
fosse innalzato, avrebbe invasa la città invece
d'allontanarsene. Nè questo solo monumento si trova al
presente sotto il livello delle acque perennI sotterranee; ma
l'antico piano della chiesa non meno antica di S. Vitale in Ravenna
stessa, come da un rimasuglio dell'antico pavimento, vi si mostra ai
forestieri ben dissotto dell'attuale. E il pavimento di S. Marco in
Venezia, non mostra palesemente nella sua irregolarità di
livello, che il terreno ha ceduto per dissotto; ed il sotterraneo
dove fu trovato il corpo del Santo, non è egli sempre invaso
dall'acqua, e sotto il livello del mare che è a pochi passi di
distanza? Se quanto dissi non bastasse per provare che non già
per successivi innalzamenti di terra sia rimasto qualche monumento
sepolto colla sua base, ma per vero abbassamento del monumento
stesso, l'erezione del tempio di S. Marco in mezzo al mare, e sotto
il livello del mare o della laguna che torna poi lo stesso, ne
sarebbe una prova convincentissima, quando non si voglia ammettere
che il mare stesso si fosse innalzato; lo che ripugna e ai principj
fisici, ed al fatto in confronto di Ravenna, di Rimini, ecc. Lessi in
conferma nella Biblioteca Italiana (luglio 1831, pag.12) «che
il signor Fabio Mutinelli dimostra che le isole sulle quali è
fondata Venezia erano abitate anche al tempo dei Romani… ciò
si conferma co' monumenti scoperti sotto gli edificj dell'odierna
Venezia: un ben condotto terrazzo scavandosi il terreno per la nuova
ala di quel regio palazzo; pavimenti e volte dipinte a tre piedi
sotto il livello del flusso diurno, nell'isoletta di S. Secondo; un
grosso tronco di albero colle radici ancor fitte nel suolo a dodici
piedi sotto l'anzidetto livello, ed un graticcio di vimini ad uso di
siepe da orto nello scavare i fondamenti del teatro della Fenice».
Io non voglio a tanto portare il naturale abbassamento de' fabbricati
coll'andar de' secoli; perchè alcuni almeno di questi casi si
potrebbero riferire o ad accidentali scoscendimenti per cavità
nella terra, o per precipitazioni sul basso fondo del mare, stato
poscia colmato artificialmente, ecc. Si consulti anche il T. 37 della
Biblioteca Universale di Ginevra (febbrajo 1828, pag. 106). Così
pure non è da presumere che l'architetto nell'erezione de'
piedestalli delle grandi colonne, ossia piloni del nostro maestoso
Duomo, non avesse livellato prima il piano su cui erigerli (come lo
aveva ben diretto ai quattro punti cardinali); trovandosi, per
esempio, notabile divarjo tra le prime a dritta e a sinistra della
gran navata di mezzo, ora che nuovamente fu livellato il pavimento:
piuttosto cade il sospetto sulla mancanza di sufficiente solidità
nell'irregolare sottoposto terreno, che le acque lentamente vanno
sempre minando: dal che forse nasce anche la deviazione della
meridiana ivi tracciatasi. Nel Duomo di Forlì avvi appunto una
colonna che del continuo sì profonda, per cui bisogna di tempo
in tempo3 riparare alle screpolature che produce nella volta
che sostiene. Ma oramai inutile reputo l'addurre altre prove. Alla
poca solidità del suolo, ed alle acque sotto correnti si dovrà
principalmente attribuire quel lento e quasi regolare abbassamento di
pesanti moli; ma non si deve escludere l'azione più rapida, e
più veemente dei terremoti, quando non sono causa di ancor più
grandi rovine.
Procurando io ogni volta
che tratto un argomento qualunque di consultare quanto di più
interessente fu già da altri detto, almeno per quanto le
angustie non solo della mia privata, ma ben anche talvolta delle
pubbliche nostre bibliotecbe lo permettono, non sarà fuori di
proposito l'accennare che alcune di queste mie considerazioni, che
pur non si trovano fra li moderni scrittori, sugli effetti del
terremoto, erano già state fatte dagli antichi, e
particolarmente da Seneca, già da me citato nel testo;
poichè quanto alle cause poco di sicuro si è scoperto
d'allora in poi. Seneca dunque nel libro VI, in cui tratta del
terremoto al cap. IV e XXI, parla di questi fuochi contemporanei, e
di nuove isole sorte dal mare; e nel cap. XXVI particolarmente
soggiunge: Callisthenes et alio tempore ait hoc accidisse: inter
multa, inquit, prodigia quibus denunciata est duarum urbium Helices
et Buris eversio, fuere maxime notabilia, columna ignis immensi: cap.
XXI. Tunc demum impetuns sumunt (acquae) cum illas agit flatus:
qui potest dissipare magna spatia terrarum, et novos montes subrectos
extollere; et insulas non ante visas, in medio mari ponere.. Mi
sia finalmente permesso di aggiungere quanto intorno ai diversi moti
della terra scriveva quel filosofo. poche linee più innanzi.
Duo genera sunt (ut Posidonio placet) quibus movetur terra:
utrique nomen est proprium. Altera succussio est, cum terra quatitur,
et sursum ac deorum movetur: altera inclinatio, qua in latera nutat
navigii more. Ego et tertium illud existimo, quod nostro vocabulo
signatum est: non enim sine caussa tremorem terrae dixere majores,
qui utrique dissimilis est. Nam nec succutiuntur tunc omnia; nec
inclinatur, sed vibrantur. Res minime in hujus modi casu noxia, sicut
longe perniciosior est inclinatio concussione. Nam nisi celeriter ex
altera parte properabit motus, qui inclinata restituat, ruina
necessario sequitur. Cum dissimiles ii motus inter se sint, causae
eorum diversae sunt. Cap. XXII. Prius ergo de motu quatiente
dicamus. Si quando magna onera per vices vehiculorum plurium tracta
sunt, et rotae majore nisu in salebras inciderunt, terram concuti
senties. Asclepiodotus tradit, cum petra e latere montis abrupta
cecidisset, aedificia vicina tremore collapsa.
Ho fatto osservare che
nel terremoto di Voghera furono vedute come più stelle
riunirsi in una; e trovo narrato da Seneca nel lib. VII, cap. XVI nel
terremoto che distrusse le due città sopra indicate (lib. VI,
c. XXVI) Cometen…cum Helicen et Burin ortu suo mersit,
discesisse in duas stellas. Se per comete e stelle s'intendino
globi di fuoco scorrenti nell'alto dell'atmosfera, il fenomeno non
sarebbe sembrato incredibile neppure a Seneca.
Intorno poi alle nuove
isole sorte dal mare, ed in particolare di una apparsa nel mare di
Sicilia, fenomeno che si rinnovò nell'anno 1831 si potrà
consultare l'edzione di Torino 1831. L. Annaei Senecae: Nat.
Quaest. T. V, pag. 608: Excursus IV.
Obsequentis 59. In Sicilia nova insula enata…In siculo mari
idem evenisse circa aeolias insulas… Aurel. Vict. Caesar. IV,
14: Huius (Sc. Claudii) anno sexto, Aegaeo mari repente
insula ingens emersit.
Doubuisson nella
sua Geologia dà un catalogo di alcune Isole sorte dal mare per
effetto vulcanico, ecc.
|