Articolo I.I
Del Cholera.
Diximus solere post
magnos terrarum motus
pestilentiam fieri.
Seneca, Natur. quæst.
Lib. VI, cap. 27.
Troppo fatale
avvenimento sarebbe per l'Italia se questa sentenza di Seneca
si verificasse ora; e già minacciati ne siamo ben da vicino: e
le prove di quella sua sentenza quel Filosofo stesso dell'Antichità
ne riferiva soggiungendo: Nec id mirum est: multa enim mortifera
in alto latent. At aer ipse corruptus internorum ignium vitio affert
nova genera morborum4.
Che il Cholera sia un
nuovo genere di morbo ora mai i medici ne convengono
resistendo all'azione di tutti i farmachi che l'arte, e la scienza
hanno finora proposti: che dalla terra escano corrotte esalazioni
capaci a produrre la malattia è da non pochi sostenuto:
dicendosi perfino d'essersi provato nella respirazione un sapore
metallico di ferro e di rame: che nell'alto dell'atmosfera mortifere
cause si celino alcune sperienze sembrerebbero comprovarlo,
perchè essendosi innalzata a grandi altezze, mediante cervi
volanti, delle carni, del pane, e del pesce, queste sostanze si
trovarono passate in putrefazione, e piene di animaletti
microscopici: ma se così fosse di fatto, i paesi posti più
in alto sarebbero i più soggetti alla malattia, e non si
saprebbe poi come questi infiniti animaletti possan vivere nell'aria
a quelle altezze. Ma queste sono notizie da gazzetta.
Anch'io aveva già
sospettato che dall'alto dell'atmosfera, anzi al di là dei
limiti dell'atmosfera stessa potessero provenire micidiali vapori
capaci a produrre nuove malattie all'uman genere fatali. Già
da molti mesi in un mio scritto intorno a questa nuova malattia
diceva:» Fra le tante stravaganze che si sono dette e
pubblicate a proposito del Cholera, se questo sia contagioso, o
epidemico, e fra gl'infiniti rimedj che si sono proposti ed
adoperati, sia per preservarsene, sia per guarire; e per cui si è
pur troppo avverata questa conseguenza ricavata dalla storia medica,
cioè che tutti i rimedi si sono trovati utili in qualche caso
per una identica malattia; e che uno stesso rimedio ha guarito in
alcune circostanze ogni sorta di malattia: mi sia permesso in mezzo
al generale scetticismo invalso, di azzardare due mie opinioni, alle
quali però non do la minima importanza.» Riguardo ai
rimedj preservativi faceva riflettere che il morbo aveva fino allora
percorso unicamente quei paesi dove non si fa uso abitualmente di
vino sia in Asia, sia in Europa: dico abitualmente, e parlo
del vino non dell'acquavite; ed anche in proposito di vino è
l'uso e non l'abuso che può preservare, siccome l'abuso di
qualunque medicina può ammazzare; nè considero il
preservativo individualmente in stretto senso, ma in massa fra la
popolazione. Non per questo caderò io nell'altro eccesso
menzionato da Celso (Bibl. Ital. Maggio 1832, pag. 203)
ch'Ericistrato pretendeva di curare il Cholera sporadico con
tre sole gocce di vino! (medicina homeopatica). Ho dunque
trovato che già fino dall'antichità si pensava a curare
il Cholera col vino.
Egli è vero che
nell'Ungheria non aveva il morbo risparmiato que' luoghi dove si fa
l'ottimo vino del Tokai; ma bisogna riflettere che il vino si beve in
Vienna e altrove, alle tavole dei ricchi, ma non si beve forse che
pura acqua da chi coltiva quelle viti prelibate. Sic
vos non vobis (Virgil.) Dopo
quel mio scritto il morbo è passato dall'Inghilterra in
Francia, ed ha fatto stragi in Parigi dove certamente si beve vino:
ma non sono mancati medici di quella città, i quali hanno
attribuito appunto la grande mortalità5 avvenuta al
cattivo vino adulterato che ivi si beve comunemente; lo che equivale
forse in quanto agli effetti al non bever vino. La Francia
meridionale invece, come più abbondante di eccellenti vini,
finora poco o nulla ha sofferto, e se la Spagna, e l'Italia anderanno
esenti dal flagello, dopo l'ajuto divino, al vino potremo esserne
debitori; ma torno a ripetere, questa sarà una fra le cento
stravaganze che si sono dette a questo proposito; come non mancò
chi al frequente uso del the ne attribuì il preservativo,
facendo osservare che in Asia ne andò esente la China, ed in
Europa l'Olanda, e poco soffrì l'Inghilterra: ma ora sembra
che, la malattia siasi introdotta anche in Olanda; ed in Inghilterra
ha tornato ad infierire forse peggio di prima; siccome anche in
quella porzione della Francia dove sembrava cessata. Osservo che già
si comincia a riguardare l'aceto come un ottimo rimedio (Gazette
de France 21 Juill. 1832).
Riguardo alla causa si
poteva sospettare che quell'insolita nebbia apparsa in gran parte
dell'Asia, e dell'Europa nella scorsa estate, se fosse stata
l'esalazione della coda di una Cometa entrata nella nostra atmosfera
(mentre io piuttosto sospetto che provenisse dal nuovo Vulcano
apertosi nel mare di Sicilia); e che fosse di natura tanto maligna
che o per respirazione, o per assorbimento cutaneo, o per
introduzione cogli alimenti e le bevande producesse in alcuni
individui quella funesta malattia, allora sarebbe stata inutile ogni
umana precauzione; e per cui non sarebbero poi tanto riprensibili i
nostri maggiori se per alcune epidemie o contagi, lasciarono libero
corso al male; sempre più persuadendosi che le comete fossero
foriere di grandi mortalità. Siccome però la malattia
prese origine in Asia già da qualche anno prima, bisognerebbe
supporre che queste esalazioni cometarie si fossero già anche
prima d'ora introdotte nella nostra atmosfera. Certo che se la
malattia presenta dei caratteri suoi proprj e prima d'ora non
conosciuti, come pare oramai dimostrato, non sarà poi tanto
stravagante l'attribuirne le cause efficienti a molecole dotate di
particolari proprietà e prima d'ora non esistenti, o soltanto
di tempo in tempo cadute nel nostro pianeta. Che le emanazioni delle
comete possano entrare nella nostra atmosfera, pare dimostrato,
(Annuaire puor l'an. 1832); e come possa una cometa rimanere
invisibile ad un emisfero se ne ha un esempio nel ritorno di quella
di quest'anno. (Bibl. Ital. Aprile 1832, pag. 80.)
Anche la peste del 1576
si poteva credere non predetta, ma prodotta da una cometa (Cantù
nell'Indicatore di luglio 1832, pag.121): così pure si
attribuì la peste in Lombardia del 1630 alle due comete
apparse nel 1628, e 1629 (ivi, pag. 107 e 110); e si noti, che
sebbene si dica comunemente la peste del 1630, perchè in
quell'epoca fece maggiori stragi fra noi, pure anche fra noi cominciò
nel 1629, e finì nel 1632. (Ragguaglio dell'origine della
peste di Alessandro Tadini medico; Milano 1648). L'Autore riteneva
per indubitato che la cometa apparsa in giugno verso settentrione
fosse indizio manifesto del futuro contagio6.
Citava
io a questo proposito un celebre Fisico moderno, Biot, che diceva
«S'il est peu philosophique d'y
croire sans preuve, il l'est tout aussi peu de les rejeter sans
examen. Qui se seroit seulement appliqué depuis trente ans à
étudier ce que l'on appeloit des préjugés
populaires, en auroit tiré un asses bon nombre de belles
decouvertes. (Considerations
sur la nature et les causes de l'aurore boreale. Journal de Physique,
Tom. XCIII, 1821, pag. 99). Il chiaris. Arago
poi si spiega più chiaramente, e dice (Annuaire pour l'an
1832, pag. 237-238) «La terra deve poter attrarre a sé
ed appropriarsi intieramente le parti estreme delle code cometarie,
quand'anche nella sua corsa annuale restasse sempre molto lontana…
L'introduzione nell'atmosfera terrestre di qualche nuovo elemento
gasoso potrebbe, secondo che fosse più o meno abbondante,
occasionare la morte di tutti gli animali, o generare delle semplici
epidemie: tale è stata in effetto, secondo diversi autori,
l'origine e la vera sorgente della maggior parte di questi flagelli
di cui la storia ci ha conservata la memoria… (pag.257). Il
passaggio della terra nella coda di una cometa è un
avvenimento che deve arrivare più volte in un secole.»
Sieno pertanto esalazioni di comete, o di vulcani: vengan dall'alto,
o dal profondo degli abissi della terra queste estranee sostanze,
producendo diverse combinazioni, produrranno nuovi fenomeni. Forse
col tempo si potranno dai medici trovare i rimedj anche contro le
code delle comete, come dagli Astronomi si è cominciato a
prevederne i ritorni; e se noi ridiamo delle minacce che gli antichi
attribuivano alle apparizioni delle comete; essi avrebbero riso dei
nostri timori che le comete venissero ad urtar la terra per
subissarci7.
Che quella nebbia secca
dell'anno scorso possa aver relazione colla pestilenza europea si può
anche arguire dalla relazione sul contagio manifestatosi in
Barcellona già sono alcuni anni, dove l'aria appariva
costantemente ingombrata da una nebbietta rossiccia (Antologia di
Firenze, gennajo 1832, pag.111). Quella nostra nebbia era poi molto
risplendente dopo il tramonto, e prima del nascere del sole, e questo
pure era stato osservato dagli antichi; per cui dietro l'autorità
di Biot mi faccio animo a citarne qualche frammento, specialmente di
Paolo Diacono già citato nell'Articolo precedente,
scrittore insigne, e che tanto ha illustrato co' suoi scritti la mia
patria, della quale senza lui forse non ne sarebbe rimasta onorata
menzione in que' tempi oscuri: (De Gentis Langobardorum: Lib. IV,
Cap. XV); Subsequenti tempore rursus Ravennam, et eos qui circa
oram maris erant, pestis gravissima vastavit. Sequenti quoque anno
mortalitas valida populos Veronensium attrivit. (Cap. XVI, De
signo sanguineo in coelo, et bello Francorum inter se). Tunc etiam
signum sanguineum in coelo apparuisse visum est, et quasi hastae
sanguineae, et lux clarissima per totam noctem (Lib. V, Cap.
XXXI). In sequenti post tempore mense augusto, a parte Orientis
stella cometas apparuit nimis fulgentibus radiis, quae post in
semetipsam reversa disparuit. Nec mora,
gravis pestilentia ab eadem parte orientis secuta, Romanum populum
devastavit8.
Da altri scrittori di
que' tempi vengono questi fatti confermati. (Pontif. Raven. In vita
S. Mariniani XXX Cap. XI). Istius igitur temporibus circa
commorantes marina litora, maximeque in hac civitate Ravennae
gravissima peste vastati sunt, et volutato anni cirsulo Veronenses
cives valida mors comsumsit. Post hoc visum est terribile in coelo
signum, et velut hostes sanguinei per totam noctem dimicantes, et lux
clarissima lustrata est.
(Fredegarii Scholastici
Chronicum: cap. XX, An. DC). Anno
V regni Theuderici, iterum signa, quae anno superiore visa fuerant,
globi ignei per coelum currentes, et ad instar multitudinis hastarum
ignearum ad occidentem apparuerunt.
L'illustratore
dell'edizione Muratoriana del Diacono (Scriptores Rerum
Italicarum, T. I) fa osservare a questo proposito De Comete isto
Beda lib. 4, cap.12 Anatasius in Dono etc., dicesi presso a poco
lo stesso, cioè che nel mese d'agosto apparve la cometa dalla
parte d'Oriente visibile dal canto del gallo fino alla mattina per
tre mesi di seguito «quae post in semetipsam reversa
disparuit…maxima mors a parte Orientis subsequuta est. (an.
677). Quanto poi, soggiugne l'illustratore riguardo ad Aimonio
che narrasse li stessi fenomeni metereologici già descritti
dal Diacono, e del Fredegario, si deve intendere che
aveva scritto in senso figurato, leggendosi nel Lib. III, cap. 88
(Aimonius; Historiae Francorum) In ea pugna Angelus Domini
evaginatum astans, visus est tenuisse gladium.
Si ricava dunque da
queste relazioni che durante la notte si vedevano insoliti splendori
come fra noi nel mese d'agosto del 1831: con gravissima peste in
Ravenna, e quindi in Verona, ma particolarmente lungo la spiaggia del
mare; come recentemente il Cholera al dire di moltissimi infieriva
particolarmente lungo il corso delle acque: che dopo la comparsa di
una cometa all'Oriente, nel mese d'agosto, s'avanzò da quella
parte la pestilenza, come fra noi s'avanzò il Cholera
dall'Asia in Europa. Nè già si può supporre che
questi splendori a sanguinei colori, che furono pure da noi
rimarcati, provenissero da qualche aurora boreale, perchè
quegli autori tutti s'accordano nel dire che apparivano anch'essi
dall'Oriente all'Occidente. Impropriamente dal celebre Archeologo
Carlo Fea di Romafu quella apparizione luminosa del 1831 indicata per
un'aurora boreale (Bibl. Ital. genn. 1832, pag. 117); ma è ben
più singolare come un Dragomanno in Egitto indicasse anch'esso
quella meteora per un'Aurora Boreale (Bibl. Ital. Genn. 1832, p. 99);
mentre ne doveva essere a mio avviso perfino sconosciuto il nome in
quelle regioni e da quella gente.
Ma tornando più
da vicino al nostro argomento, rimane il dubbio ancora se all'aria
debbasi attribuire la funesta propagazione, oppure al contatto dei
corpi già infetti: mi sembra che si potrebbe fare un'altra
distinzione, cioè che in origine poteva dall'atmosfera
derivare il malanno, ossia dal contatto dell'aria, e propagarsi
quindi pel contatto delle persone già infette o mediatamente o
immediatamente. Certo che considerata la gran mobilità
dell'aria, e le continue cause che servono a rinnovarla, quali sono i
venti, e le correnti ascendenti, e discendenti per cambiamento di
temperatura, di umidità, di pressione; certamente si dura
fatica a dover ammettere che questi germi invisibili, impalpabili,
senza odore, senza sapore particolare, possano soggiornare lungamente
in un determinato spazio dell'atmosfera, o progredire gradatamente
dentro limitati confini. Quelle stesse cause generali che tendono a
conservare nei loro rapporti numerici i diversi fluidi componenti
l'atmosfera, nonostante le continue variazioni cui sarebbe sottoposta
per le infinite combustioni, respirazioni, traspirazioni,
fermentazioni, esalazioni ec.; quelle stesse cause dissiperebbero
que' germi pestilenziali, diffondendo prestamente in tutto l'immenso
spazio aereo quanto dalla terra non venisse assorbito. Ma quando pure
si volesse ammettere che dall'aria tragga origine la malattia,
bisognerebbe ammettere che il fomite di essa fosse poi nella terra,
ossia derivasse dai corpi infetti, i quali di continuo emanassero e
difondessero quelle pestifere esalazioni, e che ad altri corpi si
appigliassero prima di venir nell'atmosfera troppo diffusi e
rarefatti; e perciò resi inefficaci a nuocere. Ecco perchè
la pestilenza comincia con pochi casi, e attacca solo da vicino; ma
va crescendo col crescere del fomite, e può diffondersi anche
più lontano, ed attaccarsi senza il contatto, o la vicinanza
del corpo infetto. Nel darsi un saggio nella Bibl. Ital. Marzo 1832
delle Lezioni di Fisiologia di Lorenzo Martini si viene a
render palese indirettamente la confusa cognizione intorno alla
volatilità dei corpi, e specialmente dei miasmi
che domina in generale fra i medici anche di chiara fama.
Lasciata dunque da parte
la distinzione qualunque fra epidemia e contagio; sembrami che la
propagazione del Cholera, e d'ogni altra analoga pestilenza debbasi
attribuire al contatto o immediato fra persona e persona, o mediante
altri corpi stati prima in contatto colla persona infetta; oppure che
il miasma sia passato dalla persona, o dal corpo qualunque infetto
all'aria, in istato di gas, di vapore, di polviscolo, o per mezzo
d'insetti, o che so io; e trasportato quindi nuovamente dall'aria su
d'altre persone, o corpi vicini, cessata che sia la causa prima
originaria.
La segregazione dunque
delle persone, e delle robe infette sarà sempre lodevole
precauzione; e se sono stati rimproverati i nostri maggiori perchè
in occasione di peste si radunavano nelle chiese a pregare, ai giorni
nostri coll'infierire del Cholera si riempiono i teatri per
divertirsi, e si lascia che il male faccia il suo corso naturale;
perchè non si può dire propriamente che si curi dove
non vi è un metodo di guarigione: basta leggere le infinite
contraddizioni, ed i metodi opposti di cura che nella sola Parigi si
sono praticati: Indication des modes de traitement adoptès
dans les divers ètablissements publics permanens ou
temporaires. (Jour. Complim. Des Sciences
medicales: mai 1832, pag. 329). La peste del 1630, venuta
dalla Germania, si propagò fino a Faenza, dove si tirò
un cordone. (Cantù, nell'Indicatore di luglio
1832, pag. 121). Come poi il morbo dopo un maximum di periodo,
declini, e scomparisca da un luogo per andare ad infierire in un
altro, è tuttavia un mistero, sia esso considerato epidemico,
o contagioso. Si è anche veduto recentemente ritornare a
comparire dove era del tutto, o quasi del tutto cessato; ma ciò
non basta per avvalorare il sospetto che il morbo possa diventare
permanente in Europa: sì perchè non sembra identico con
quello asiatico, e sì perchè anche le altre epidemie e
pesti dopo un certo periodo di tempo sono scomparse.
L'esempio addotto nella
Bibl. Univ. (dicem. 1831 pag. 416) d'essersi rimarcata a Berlino una
grande mortalità fra i polli ed i piccioni; e dall'essersi nei
contorni rimarcata una grande mortalità perfino di pesci nei
laghi e negli stagni mentre infieriva il Cholera, non sembra motivo
sufficiente per attribuirne la causa ala Cholera stesso, sì
perchè i pesci non sembrano poter essere soggetti agli effetti
del contagio, o di epidemia; e sì ancora perchè questi
sono casi isolati e non comuni a tanti altri paesi dominati dal
Cholera; come pure perchè bene spesso si manifestano malattie
pestilenziali nei quadrupedi e nei volatili domestici, senza che
l'uomo menomamente ne partecipi. Se il fatto della grande mortalità
ne' pesci è vero, perchè sebben venga da un Giornale
molto accreditato, pure, e perchè non venne più
confermato, e d'altronde tante dicerie si sono diffuse in questa
occasione prive affatto di fondamento, così piuttosto
stimerei, data la verità del fatto, di attribuirne la
mortalità all'umana malizia che si fosse prevalsa di questa
circostanza per dar la morte ai pesci o con calce gettata nell'acqua,
o con altre velenose sostanze, come è ben noto praticarsi
talvolta. D'altronde io m'appoggio all'autorità di un filosofo
(Aristotile) piuttosto che a quella di un poeta (Virgilio)
Jam
maris immensi prolem, et genus omne natantum
Litore
in extremo, ceu naufraga corpora, fletus
Proluit…
(Geor. Lib.
III, v. 541.)
(Histor.
Anim. Lib. VIII, Cap. 19). Morbus
pestilens nullus insidere piscibus videtur, qualis pleriumque
hominibus, et quadrupedibus equis et bubus et reliqui generis
nonnullis accidit tum feris, tum urbanis9.
Ho parlato nell'articolo
precedente, ed al principio di questo di alcuni fenomeni dei tempi
passati che hanno molta relazione con altri successi ai nostri
giorni: ora aggiugnerò che anche Virgilio nelle sue
Georgiche parla di terremoti, e di pestilenze forse meno a proposito
di quello che faccio io in un Giornale d'Agricoltura; e se è
ciò perdonabile al poeta pei suoi bei versi, lo sia anche a me
per motivi che il lettore approverebbe se li sapesse. Virgilio
dunque cantava (Georgic. Lib. I, v. 163).
…Solem
quis dicere falsum
Audeat?.....................................
Cum
caput obscura nitidum ferrugine texit,
Impiaque
aeternam timuerunt saecula noctem.
................Quoties
Cyclopum effervere in agros
Vidimus
undantem ruptis fornacibus Aetnam,
Flammarumque
globos, liquefactaque volvere saxa?
................Insolitis
tremuerunt motibus Alpes.
................Nec
diri toties arsere cometae.
Abbiamo nel tempo stesso
oscuramento del sole, eruzione dell'Etna, terremoti, ed apparizioni
di comete, lo che coincide con quanto si è ultimamente
osservato. Quei prodigi avvenuti alla morte di Cesare erano
già stati da Ovidio narrati (Metam. 15. 782); e sebbene
da alcuni, fra i quali da Servio sia stato interpretato
quell'oscuramento del sole per un eclisse, gli astronomi potrebbero
anche adesso provare che a quell'epoca non poteva succedere; e già
Scaligero aveva ciò sospettato attribuendolo ad un
insolito pallore del sole; siccome già anche Plinio l'aveva
chiaramente detto (Lib. 2. 80). Fiunt prodigiosi et longiores soli
defectus, qualis occiso Dictatore Caesare, et Antoniano
bello; totius pene anni pallore continuo; e lo aveva
confermato Plutarco (in Caesare). Circa solem quoque
hebetatio splendoris: nam toto illo anno pallens ejus globus, et sine
fulgore oriens, debilem et tenuem emisit calorem… Somigliava
pertanto questo fenomeno alla famosa nebbia dell'anno 1783. Se li
moderni astronomi possono co' loro calcoli comprovare che non vi fu
eclisse del sole alla morte di Cesare, potranno forse anche
predire il ritorno di quella cometa allora apparsa, e da molti altri
autori accennata.
Plutarco nel
luogo sopra citato dice: Grandis cometa post Caesaris necem eximie
fulgens septem noctes apparuit. Da altri fu detta stella. (Ecl.
9, 47). Ecce Dionaei processit Caesaris astrum.
E Svetonio (in
Caes. 88) Ludes, quos primo consecratos ei haeres Augustus
edebat, stella crinita per septem dies continuos fulsit exoriens
circa undecimam horam.
Come poi soltanto per
sette giorni, ovvero sette notti comparisse in tutto il suo splendore
quella cometa ai Romani, bisognerebbe supporre, che e prima e dopo il
cielo fosse per lo più nuvoloso; e che i raggi più vivi
della luna, e del sole nei diversi moti di questi astri, diminuissero
lo splendore di quella, oltre al suo progressivo allontanamento dalla
terra, e dal sole stesso.
L'oscuramento del sole
poteva provenire pertanto o dalle materie eruttate dall'Etna o dalla
coda della cometa caduta per attrazione nell'atmosfera terrestre, per
cui meglio ancora si spiegherebbe le scomparsa, ossia la perdita
della coda, almeno in parte, della cometa dopo il settimo giorno;
seppure anche il mistico numero sette non sia stato prescelto per
avvalorare il prodigio.
Che poi in alcune
circostanze un vulcano possa eruttare materie in stato vaporoso, o di
semplice polviscolo attenuatissimo, capace a sostenersi nell'aria per
lunghissimo tempo, come si sostiene il vapore acqueo vescicolare, che
può essere le centinaja di volte specificamente più
pesante dell'aria in cui nuota; e che queste materie eruttate e
spinte a grandissima altezza, sia per la loro leggerezza, sia per
l'impeto della colonna d'aria infiammata che s'innalza dal cratere,
potranno, dico, queste materie ora offuscare soltanto l'aria
coll'impedire il passaggio ai raggi del sole; or anche fare da
specchio come corpo semidiafano, e rifletterne la luce quando il sole
è sotto l'orizzonte come nel 1831 è succeduto; mentre
nel 1783, dominò soltanto, o almeno fu più notabile
l'offuscamento diurno.
La materia componente la
coda delle comete, potrebbe anch'essa produrre li stessi fenomeni,
come già ho detto altrove: perchè non vi è
ragione di credere che la materia componente questi corpi, sia in
tutti dell'eguale natura.
Egli è vero che
il celebre astronomo Arago, nell'Annuario per l'anno 1832, alla pag.
88 dice: «Dall'incontro della coda di una cometa non fu
certamente prodotta la nebbia secca, che nella state dell'anno 1783
coperse una gran parte d'Europa, perchè una cometa non può
rimanere che per brevissimo tempo in vicinanza della terra». Ma
sebbene la nebbia del 1783, o se si voglia anche la così detta
luce crepuscolare del 1832, abbiano10 durato per lungo tempo,
non per questo mi sembra che fosse necessario, che la cometa
rimanesse costantemente in vicinanza della terra, bastando che
trascinata fosse una volta sola la sua coda nell'attrazione
prevalente della terra, perchè la materia di cui era composta
si diffondesse nell'atmosfera nostra, e fosse qua e là
trasportata dai venti e tenuta sospesa, sia dalla specifica sia
gravità minore; sia per affinità chimica colle molecole
dell'aria stessa, sia, come già si disse, per moto ascendente
aereostatico impresso a quelle molecole riscaldato dal sole, la qual
temperatura venisse comunicata alle molecole d'aria circostanti, come
Fresnel ha spiegato la sospensione dell'acqua componente le
nubi.
Queste code di comete
potrebbero entrare nella nostra atmosfera nel giro annuo della terra
anche senza la presenza dell'astro da cui emanarono, come ben osserva
il sullodato Arago, incontrandole sparse ed isolate negli
spazj celesti; come pure vi potrebbero entrare quand'anche
accompagnassero l'astro, senza però che questo fosse a noi
visibile, quando si trovasse la cometa nell'emisfero australe;
siccome in quest'anno doveva succedere per riguardo ad una delle
comete predette11.
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