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Angelo Bellani
Del terremoto, del cholera e dell'aria cattiva

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  • Articolo I.I   Del Cholera.
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Articolo I.I

 

Del Cholera.

 

 

Diximus solere post magnos terrarum motus

pestilentiam fieri.

Seneca, Natur. quæst. Lib. VI, cap. 27.

 

Troppo fatale avvenimento sarebbe per l'Italia se questa sentenza di Seneca si verificasse ora; e già minacciati ne siamo ben da vicino: e le prove di quella sua sentenza quel Filosofo stesso dell'Antichità ne riferiva soggiungendo: Nec id mirum est: multa enim mortifera in alto latent. At aer ipse corruptus internorum ignium vitio affert nova genera morborum4.

Che il Cholera sia un nuovo genere di morbo ora mai i medici ne convengono resistendo all'azione di tutti i farmachi che l'arte, e la scienza hanno finora proposti: che dalla terra escano corrotte esalazioni capaci a produrre la malattia è da non pochi sostenuto: dicendosi perfino d'essersi provato nella respirazione un sapore metallico di ferro e di rame: che nell'alto dell'atmosfera mortifere cause si celino alcune sperienze sembrerebbero comprovarlo, perchè essendosi innalzata a grandi altezze, mediante cervi volanti, delle carni, del pane, e del pesce, queste sostanze si trovarono passate in putrefazione, e piene di animaletti microscopici: ma se così fosse di fatto, i paesi posti più in alto sarebbero i più soggetti alla malattia, e non si saprebbe poi come questi infiniti animaletti possan vivere nell'aria a quelle altezze. Ma queste sono notizie da gazzetta.

Anch'io aveva già sospettato che dall'alto dell'atmosfera, anzi al di dei limiti dell'atmosfera stessa potessero provenire micidiali vapori capaci a produrre nuove malattie all'uman genere fatali. Già da molti mesi in un mio scritto intorno a questa nuova malattia diceva:» Fra le tante stravaganze che si sono dette e pubblicate a proposito del Cholera, se questo sia contagioso, o epidemico, e fra gl'infiniti rimedj che si sono proposti ed adoperati, sia per preservarsene, sia per guarire; e per cui si è pur troppo avverata questa conseguenza ricavata dalla storia medica, cioè che tutti i rimedi si sono trovati utili in qualche caso per una identica malattia; e che uno stesso rimedio ha guarito in alcune circostanze ogni sorta di malattia: mi sia permesso in mezzo al generale scetticismo invalso, di azzardare due mie opinioni, alle quali però non do la minima importanzaRiguardo ai rimedj preservativi faceva riflettere che il morbo aveva fino allora percorso unicamente quei paesi dove non si fa uso abitualmente di vino sia in Asia, sia in Europa: dico abitualmente, e parlo del vino non dell'acquavite; ed anche in proposito di vino è l'uso e non l'abuso che può preservare, siccome l'abuso di qualunque medicina può ammazzare; considero il preservativo individualmente in stretto senso, ma in massa fra la popolazione. Non per questo caderò io nell'altro eccesso menzionato da Celso (Bibl. Ital. Maggio 1832, pag. 203) ch'Ericistrato pretendeva di curare il Cholera sporadico con tre sole gocce di vino! (medicina homeopatica). Ho dunque trovato che già fino dall'antichità si pensava a curare il Cholera col vino.

Egli è vero che nell'Ungheria non aveva il morbo risparmiato que' luoghi dove si fa l'ottimo vino del Tokai; ma bisogna riflettere che il vino si beve in Vienna e altrove, alle tavole dei ricchi, ma non si beve forse che pura acqua da chi coltiva quelle viti prelibate. Sic vos non vobis (Virgil.) Dopo quel mio scritto il morbo è passato dall'Inghilterra in Francia, ed ha fatto stragi in Parigi dove certamente si beve vino: ma non sono mancati medici di quella città, i quali hanno attribuito appunto la grande mortalità5 avvenuta al cattivo vino adulterato che ivi si beve comunemente; lo che equivale forse in quanto agli effetti al non bever vino. La Francia meridionale invece, come più abbondante di eccellenti vini, finora poco o nulla ha sofferto, e se la Spagna, e l'Italia anderanno esenti dal flagello, dopo l'ajuto divino, al vino potremo esserne debitori; ma torno a ripetere, questa sarà una fra le cento stravaganze che si sono dette a questo proposito; come non mancò chi al frequente uso del the ne attribuì il preservativo, facendo osservare che in Asia ne andò esente la China, ed in Europa l'Olanda, e poco soffrì l'Inghilterra: ma ora sembra che, la malattia siasi introdotta anche in Olanda; ed in Inghilterra ha tornato ad infierire forse peggio di prima; siccome anche in quella porzione della Francia dove sembrava cessata. Osservo che già si comincia a riguardare l'aceto come un ottimo rimedio (Gazette de France 21 Juill. 1832).

Riguardo alla causa si poteva sospettare che quell'insolita nebbia apparsa in gran parte dell'Asia, e dell'Europa nella scorsa estate, se fosse stata l'esalazione della coda di una Cometa entrata nella nostra atmosfera (mentre io piuttosto sospetto che provenisse dal nuovo Vulcano apertosi nel mare di Sicilia); e che fosse di natura tanto maligna che o per respirazione, o per assorbimento cutaneo, o per introduzione cogli alimenti e le bevande producesse in alcuni individui quella funesta malattia, allora sarebbe stata inutile ogni umana precauzione; e per cui non sarebbero poi tanto riprensibili i nostri maggiori se per alcune epidemie o contagi, lasciarono libero corso al male; sempre più persuadendosi che le comete fossero foriere di grandi mortalità. Siccome però la malattia prese origine in Asia già da qualche anno prima, bisognerebbe supporre che queste esalazioni cometarie si fossero già anche prima d'ora introdotte nella nostra atmosfera. Certo che se la malattia presenta dei caratteri suoi proprj e prima d'ora non conosciuti, come pare oramai dimostrato, non sarà poi tanto stravagante l'attribuirne le cause efficienti a molecole dotate di particolari proprietà e prima d'ora non esistenti, o soltanto di tempo in tempo cadute nel nostro pianeta. Che le emanazioni delle comete possano entrare nella nostra atmosfera, pare dimostrato, (Annuaire puor l'an. 1832); e come possa una cometa rimanere invisibile ad un emisfero se ne ha un esempio nel ritorno di quella di quest'anno. (Bibl. Ital. Aprile 1832, pag. 80.)

Anche la peste del 1576 si poteva credere non predetta, ma prodotta da una cometa (Cantù nell'Indicatore di luglio 1832, pag.121): così pure si attribuì la peste in Lombardia del 1630 alle due comete apparse nel 1628, e 1629 (ivi, pag. 107 e 110); e si noti, che sebbene si dica comunemente la peste del 1630, perchè in quell'epoca fece maggiori stragi fra noi, pure anche fra noi cominciò nel 1629, e finì nel 1632. (Ragguaglio dell'origine della peste di Alessandro Tadini medico; Milano 1648). L'Autore riteneva per indubitato che la cometa apparsa in giugno verso settentrione fosse indizio manifesto del futuro contagio6.

Citava io a questo proposito un celebre Fisico moderno, Biot, che diceva «S'il est peu philosophique d'y croire sans preuve, il l'est tout aussi peu de les rejeter sans examen. Qui se seroit seulement appliqué depuis trente ans à étudier ce que l'on appeloit des préjugés populaires, en auroit tiré un asses bon nombre de belles decouvertes. (Considerations sur la nature et les causes de l'aurore boreale. Journal de Physique, Tom. XCIII, 1821, pag. 99). Il chiaris. Arago poi si spiega più chiaramente, e dice (Annuaire pour l'an 1832, pag. 237-238) «La terra deve poter attrarre a sé ed appropriarsi intieramente le parti estreme delle code cometarie, quand'anche nella sua corsa annuale restasse sempre molto lontana… L'introduzione nell'atmosfera terrestre di qualche nuovo elemento gasoso potrebbe, secondo che fosse più o meno abbondante, occasionare la morte di tutti gli animali, o generare delle semplici epidemie: tale è stata in effetto, secondo diversi autori, l'origine e la vera sorgente della maggior parte di questi flagelli di cui la storia ci ha conservata la memoria… (pag.257). Il passaggio della terra nella coda di una cometa è un avvenimento che deve arrivare più volte in un secole.» Sieno pertanto esalazioni di comete, o di vulcani: vengan dall'alto, o dal profondo degli abissi della terra queste estranee sostanze, producendo diverse combinazioni, produrranno nuovi fenomeni. Forse col tempo si potranno dai medici trovare i rimedj anche contro le code delle comete, come dagli Astronomi si è cominciato a prevederne i ritorni; e se noi ridiamo delle minacce che gli antichi attribuivano alle apparizioni delle comete; essi avrebbero riso dei nostri timori che le comete venissero ad urtar la terra per subissarci7.

Che quella nebbia secca dell'anno scorso possa aver relazione colla pestilenza europea si può anche arguire dalla relazione sul contagio manifestatosi in Barcellona già sono alcuni anni, dove l'aria appariva costantemente ingombrata da una nebbietta rossiccia (Antologia di Firenze, gennajo 1832, pag.111). Quella nostra nebbia era poi molto risplendente dopo il tramonto, e prima del nascere del sole, e questo pure era stato osservato dagli antichi; per cui dietro l'autorità di Biot mi faccio animo a citarne qualche frammento, specialmente di Paolo Diacono già citato nell'Articolo precedente, scrittore insigne, e che tanto ha illustrato co' suoi scritti la mia patria, della quale senza lui forse non ne sarebbe rimasta onorata menzione in que' tempi oscuri: (De Gentis Langobardorum: Lib. IV, Cap. XV); Subsequenti tempore rursus Ravennam, et eos qui circa oram maris erant, pestis gravissima vastavit. Sequenti quoque anno mortalitas valida populos Veronensium attrivit. (Cap. XVI, De signo sanguineo in coelo, et bello Francorum inter se). Tunc etiam signum sanguineum in coelo apparuisse visum est, et quasi hastae sanguineae, et lux clarissima per totam noctem (Lib. V, Cap. XXXI). In sequenti post tempore mense augusto, a parte Orientis stella cometas apparuit nimis fulgentibus radiis, quae post in semetipsam reversa disparuit. Nec mora, gravis pestilentia ab eadem parte orientis secuta, Romanum populum devastavit8.

Da altri scrittori di que' tempi vengono questi fatti confermati. (Pontif. Raven. In vita S. Mariniani XXX Cap. XI). Istius igitur temporibus circa commorantes marina litora, maximeque in hac civitate Ravennae gravissima peste vastati sunt, et volutato anni cirsulo Veronenses cives valida mors comsumsit. Post hoc visum est terribile in coelo signum, et velut hostes sanguinei per totam noctem dimicantes, et lux clarissima lustrata est.

(Fredegarii Scholastici Chronicum: cap. XX, An. DC). Anno V regni Theuderici, iterum signa, quae anno superiore visa fuerant, globi ignei per coelum currentes, et ad instar multitudinis hastarum ignearum ad occidentem apparuerunt.

L'illustratore dell'edizione Muratoriana del Diacono (Scriptores Rerum Italicarum, T. I) fa osservare a questo proposito De Comete isto Beda lib. 4, cap.12 Anatasius in Dono etc., dicesi presso a poco lo stesso, cioè che nel mese d'agosto apparve la cometa dalla parte d'Oriente visibile dal canto del gallo fino alla mattina per tre mesi di seguito «quae post in semetipsam reversa disparuitmaxima mors a parte Orientis subsequuta est. (an. 677). Quanto poi, soggiugne l'illustratore riguardo ad Aimonio che narrasse li stessi fenomeni metereologici già descritti dal Diacono, e del Fredegario, si deve intendere che aveva scritto in senso figurato, leggendosi nel Lib. III, cap. 88 (Aimonius; Historiae Francorum) In ea pugna Angelus Domini evaginatum astans, visus est tenuisse gladium.

Si ricava dunque da queste relazioni che durante la notte si vedevano insoliti splendori come fra noi nel mese d'agosto del 1831: con gravissima peste in Ravenna, e quindi in Verona, ma particolarmente lungo la spiaggia del mare; come recentemente il Cholera al dire di moltissimi infieriva particolarmente lungo il corso delle acque: che dopo la comparsa di una cometa all'Oriente, nel mese d'agosto, s'avanzò da quella parte la pestilenza, come fra noi s'avanzò il Cholera dall'Asia in Europa. già si può supporre che questi splendori a sanguinei colori, che furono pure da noi rimarcati, provenissero da qualche aurora boreale, perchè quegli autori tutti s'accordano nel dire che apparivano anch'essi dall'Oriente all'Occidente. Impropriamente dal celebre Archeologo Carlo Fea di Romafu quella apparizione luminosa del 1831 indicata per un'aurora boreale (Bibl. Ital. genn. 1832, pag. 117); ma è ben più singolare come un Dragomanno in Egitto indicasse anch'esso quella meteora per un'Aurora Boreale (Bibl. Ital. Genn. 1832, p. 99); mentre ne doveva essere a mio avviso perfino sconosciuto il nome in quelle regioni e da quella gente.

Ma tornando più da vicino al nostro argomento, rimane il dubbio ancora se all'aria debbasi attribuire la funesta propagazione, oppure al contatto dei corpi già infetti: mi sembra che si potrebbe fare un'altra distinzione, cioè che in origine poteva dall'atmosfera derivare il malanno, ossia dal contatto dell'aria, e propagarsi quindi pel contatto delle persone già infette o mediatamente o immediatamente. Certo che considerata la gran mobilità dell'aria, e le continue cause che servono a rinnovarla, quali sono i venti, e le correnti ascendenti, e discendenti per cambiamento di temperatura, di umidità, di pressione; certamente si dura fatica a dover ammettere che questi germi invisibili, impalpabili, senza odore, senza sapore particolare, possano soggiornare lungamente in un determinato spazio dell'atmosfera, o progredire gradatamente dentro limitati confini. Quelle stesse cause generali che tendono a conservare nei loro rapporti numerici i diversi fluidi componenti l'atmosfera, nonostante le continue variazioni cui sarebbe sottoposta per le infinite combustioni, respirazioni, traspirazioni, fermentazioni, esalazioni ec.; quelle stesse cause dissiperebbero que' germi pestilenziali, diffondendo prestamente in tutto l'immenso spazio aereo quanto dalla terra non venisse assorbito. Ma quando pure si volesse ammettere che dall'aria tragga origine la malattia, bisognerebbe ammettere che il fomite di essa fosse poi nella terra, ossia derivasse dai corpi infetti, i quali di continuo emanassero e difondessero quelle pestifere esalazioni, e che ad altri corpi si appigliassero prima di venir nell'atmosfera troppo diffusi e rarefatti; e perciò resi inefficaci a nuocere. Ecco perchè la pestilenza comincia con pochi casi, e attacca solo da vicino; ma va crescendo col crescere del fomite, e può diffondersi anche più lontano, ed attaccarsi senza il contatto, o la vicinanza del corpo infetto. Nel darsi un saggio nella Bibl. Ital. Marzo 1832 delle Lezioni di Fisiologia di Lorenzo Martini si viene a render palese indirettamente la confusa cognizione intorno alla volatilità dei corpi, e specialmente dei miasmi che domina in generale fra i medici anche di chiara fama.

Lasciata dunque da parte la distinzione qualunque fra epidemia e contagio; sembrami che la propagazione del Cholera, e d'ogni altra analoga pestilenza debbasi attribuire al contatto o immediato fra persona e persona, o mediante altri corpi stati prima in contatto colla persona infetta; oppure che il miasma sia passato dalla persona, o dal corpo qualunque infetto all'aria, in istato di gas, di vapore, di polviscolo, o per mezzo d'insetti, o che so io; e trasportato quindi nuovamente dall'aria su d'altre persone, o corpi vicini, cessata che sia la causa prima originaria.

La segregazione dunque delle persone, e delle robe infette sarà sempre lodevole precauzione; e se sono stati rimproverati i nostri maggiori perchè in occasione di peste si radunavano nelle chiese a pregare, ai giorni nostri coll'infierire del Cholera si riempiono i teatri per divertirsi, e si lascia che il male faccia il suo corso naturale; perchè non si può dire propriamente che si curi dove non vi è un metodo di guarigione: basta leggere le infinite contraddizioni, ed i metodi opposti di cura che nella sola Parigi si sono praticati: Indication des modes de traitement adoptès dans les divers ètablissements publics permanens ou temporaires. (Jour. Complim. Des Sciences medicales: mai 1832, pag. 329). La peste del 1630, venuta dalla Germania, si propagò fino a Faenza, dove si tirò un cordone. (Cantù, nell'Indicatore di luglio 1832, pag. 121). Come poi il morbo dopo un maximum di periodo, declini, e scomparisca da un luogo per andare ad infierire in un altro, è tuttavia un mistero, sia esso considerato epidemico, o contagioso. Si è anche veduto recentemente ritornare a comparire dove era del tutto, o quasi del tutto cessato; ma ciò non basta per avvalorare il sospetto che il morbo possa diventare permanente in Europa: sì perchè non sembra identico con quello asiatico, e sì perchè anche le altre epidemie e pesti dopo un certo periodo di tempo sono scomparse.

L'esempio addotto nella Bibl. Univ. (dicem. 1831 pag. 416) d'essersi rimarcata a Berlino una grande mortalità fra i polli ed i piccioni; e dall'essersi nei contorni rimarcata una grande mortalità perfino di pesci nei laghi e negli stagni mentre infieriva il Cholera, non sembra motivo sufficiente per attribuirne la causa ala Cholera stesso, sì perchè i pesci non sembrano poter essere soggetti agli effetti del contagio, o di epidemia; e sì ancora perchè questi sono casi isolati e non comuni a tanti altri paesi dominati dal Cholera; come pure perchè bene spesso si manifestano malattie pestilenziali nei quadrupedi e nei volatili domestici, senza che l'uomo menomamente ne partecipi. Se il fatto della grande mortalità ne' pesci è vero, perchè sebben venga da un Giornale molto accreditato, pure, e perchè non venne più confermato, e d'altronde tante dicerie si sono diffuse in questa occasione prive affatto di fondamento, così piuttosto stimerei, data la verità del fatto, di attribuirne la mortalità all'umana malizia che si fosse prevalsa di questa circostanza per dar la morte ai pesci o con calce gettata nell'acqua, o con altre velenose sostanze, come è ben noto praticarsi talvolta. D'altronde io m'appoggio all'autorità di un filosofo (Aristotile) piuttosto che a quella di un poeta (Virgilio)

 

Jam maris immensi prolem, et genus omne natantum

Litore in extremo, ceu naufraga corpora, fletus

Proluit

(Geor. Lib. III, v. 541.)

 

(Histor. Anim. Lib. VIII, Cap. 19). Morbus pestilens nullus insidere piscibus videtur, qualis pleriumque hominibus, et quadrupedibus equis et bubus et reliqui generis nonnullis accidit tum feris, tum urbanis9.

Ho parlato nell'articolo precedente, ed al principio di questo di alcuni fenomeni dei tempi passati che hanno molta relazione con altri successi ai nostri giorni: ora aggiugnerò che anche Virgilio nelle sue Georgiche parla di terremoti, e di pestilenze forse meno a proposito di quello che faccio io in un Giornale d'Agricoltura; e se è ciò perdonabile al poeta pei suoi bei versi, lo sia anche a me per motivi che il lettore approverebbe se li sapesse. Virgilio dunque cantava (Georgic. Lib. I, v. 163).

 

Solem quis dicere falsum

Audeat?.....................................

Cum caput obscura nitidum ferrugine texit,

Impiaque aeternam timuerunt saecula noctem.

................Quoties Cyclopum effervere in agros

Vidimus undantem ruptis fornacibus Aetnam,

Flammarumque globos, liquefactaque volvere saxa?

................Insolitis tremuerunt motibus Alpes.

................Nec diri toties arsere cometae.

 

Abbiamo nel tempo stesso oscuramento del sole, eruzione dell'Etna, terremoti, ed apparizioni di comete, lo che coincide con quanto si è ultimamente osservato. Quei prodigi avvenuti alla morte di Cesare erano già stati da Ovidio narrati (Metam. 15. 782); e sebbene da alcuni, fra i quali da Servio sia stato interpretato quell'oscuramento del sole per un eclisse, gli astronomi potrebbero anche adesso provare che a quell'epoca non poteva succedere; e già Scaligero aveva ciò sospettato attribuendolo ad un insolito pallore del sole; siccome già anche Plinio l'aveva chiaramente detto (Lib. 2. 80). Fiunt prodigiosi et longiores soli defectus, qualis occiso Dictatore Caesare, et Antoniano bello; totius pene anni pallore continuo; e lo aveva confermato Plutarco (in Caesare). Circa solem quoque hebetatio splendoris: nam toto illo anno pallens ejus globus, et sine fulgore oriens, debilem et tenuem emisit caloremSomigliava pertanto questo fenomeno alla famosa nebbia dell'anno 1783. Se li moderni astronomi possono co' loro calcoli comprovare che non vi fu eclisse del sole alla morte di Cesare, potranno forse anche predire il ritorno di quella cometa allora apparsa, e da molti altri autori accennata.

Plutarco nel luogo sopra citato dice: Grandis cometa post Caesaris necem eximie fulgens septem noctes apparuit. Da altri fu detta stella. (Ecl. 9, 47). Ecce Dionaei processit Caesaris astrum.

E Svetonio (in Caes. 88) Ludes, quos primo consecratos ei haeres Augustus edebat, stella crinita per septem dies continuos fulsit exoriens circa undecimam horam.

Come poi soltanto per sette giorni, ovvero sette notti comparisse in tutto il suo splendore quella cometa ai Romani, bisognerebbe supporre, che e prima e dopo il cielo fosse per lo più nuvoloso; e che i raggi più vivi della luna, e del sole nei diversi moti di questi astri, diminuissero lo splendore di quella, oltre al suo progressivo allontanamento dalla terra, e dal sole stesso.

L'oscuramento del sole poteva provenire pertanto o dalle materie eruttate dall'Etna o dalla coda della cometa caduta per attrazione nell'atmosfera terrestre, per cui meglio ancora si spiegherebbe le scomparsa, ossia la perdita della coda, almeno in parte, della cometa dopo il settimo giorno; seppure anche il mistico numero sette non sia stato prescelto per avvalorare il prodigio.

Che poi in alcune circostanze un vulcano possa eruttare materie in stato vaporoso, o di semplice polviscolo attenuatissimo, capace a sostenersi nell'aria per lunghissimo tempo, come si sostiene il vapore acqueo vescicolare, che può essere le centinaja di volte specificamente più pesante dell'aria in cui nuota; e che queste materie eruttate e spinte a grandissima altezza, sia per la loro leggerezza, sia per l'impeto della colonna d'aria infiammata che s'innalza dal cratere, potranno, dico, queste materie ora offuscare soltanto l'aria coll'impedire il passaggio ai raggi del sole; or anche fare da specchio come corpo semidiafano, e rifletterne la luce quando il sole è sotto l'orizzonte come nel 1831 è succeduto; mentre nel 1783, dominò soltanto, o almeno fu più notabile l'offuscamento diurno.

La materia componente la coda delle comete, potrebbe anch'essa produrre li stessi fenomeni, come già ho detto altrove: perchè non vi è ragione di credere che la materia componente questi corpi, sia in tutti dell'eguale natura.

Egli è vero che il celebre astronomo Arago, nell'Annuario per l'anno 1832, alla pag. 88 dice: «Dall'incontro della coda di una cometa non fu certamente prodotta la nebbia secca, che nella state dell'anno 1783 coperse una gran parte d'Europa, perchè una cometa non può rimanere che per brevissimo tempo in vicinanza della terra». Ma sebbene la nebbia del 1783, o se si voglia anche la così detta luce crepuscolare del 1832, abbiano10 durato per lungo tempo, non per questo mi sembra che fosse necessario, che la cometa rimanesse costantemente in vicinanza della terra, bastando che trascinata fosse una volta sola la sua coda nell'attrazione prevalente della terra, perchè la materia di cui era composta si diffondesse nell'atmosfera nostra, e fosse qua e trasportata dai venti e tenuta sospesa, sia dalla specifica sia gravità minore; sia per affinità chimica colle molecole dell'aria stessa, sia, come già si disse, per moto ascendente aereostatico impresso a quelle molecole riscaldato dal sole, la qual temperatura venisse comunicata alle molecole d'aria circostanti, come Fresnel ha spiegato la sospensione dell'acqua componente le nubi.

Queste code di comete potrebbero entrare nella nostra atmosfera nel giro annuo della terra anche senza la presenza dell'astro da cui emanarono, come ben osserva il sullodato Arago, incontrandole sparse ed isolate negli spazj celesti; come pure vi potrebbero entrare quand'anche accompagnassero l'astro, senza però che questo fosse a noi visibile, quando si trovasse la cometa nell'emisfero australe; siccome in quest'anno doveva succedere per riguardo ad una delle comete predette11.

 

 

 






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4 Sant'Ambrogio aveva quindi anch'esso fatto rimarcare come i terremoti sono talvolta susseguiti da straordinarie esalazioni permanenti nell'aria, nella guisa che si è osservato nell'anno scorso l'eruzione della nuova isola vicino alla Sicilia precedere quella nebbia secca, che si estese specialmente su gran parte dell'Europa. L'otto di Giugno del 1783 fu il giorno dell'eruzione del nuovo vulcano in Islanda, ed il diciannove dello stesso mese fu il cominciamento in Olanda di quell'altra famosa nebbia secondo la testimonianza di Van-Swinden, il  quale pure aveva rimarcato uno straordinario innalzamento del barometro durante tutto il tempo della comparsa di quella nebbia. (Bibl. Univ. Vol. 37 an. 1828 pag. 289). Che se nel 1831 quelle esalazioni erano molto luminose durante la notte, e poco quelle del 1783, io ne attribuisco il motivo all'essersi le prime come più sottili, e leggeri rimaste per più lungo tempo negli strati superiori dell'atmosfera, dove venivano illuminate dal sole anche dopo il tramonto; mentre le particelle di quelle altre del 1783 come più pesanti sierano rimescolate cogli strati inferiori per cui più opaca ne rimaneva l'aria, e ne risultavano visibili le particelle stesse come in altro scritto ho dimostrato. Ma ecco senza più il testo di sant'Ambrogio, ossia come comincia la sua orazione recitata in Milano l'anno 395 in morte di Teodosio Imperatore: Hoc nobis motus terrarum graves… et ultra solitum caligo tenebrosior denuntiabatCœlum tenebris obductum, aer perpeti horrens caligine, terra quatiebatar motibus. Anche Tito Livio nel lib. IV cap. 21, narra di una pestilenza accompagnata da terremoti in Italia; e nella Nota alla pag. 50 Tom. II dell'edizione di Torino 1825 si aggiunge: Probabile fit, hiatibus soli corruptum aerem contagium sparsisse: quo fere modo pestes Saec. VI, et XIII ab Chr. n. ortae feruntur. Heyn. Opusc. Acad. Tom. III p. 117.

Omero stesso nel principio del lib. I dell'Iliade sembra che voglia alludere all'apparizione del sole involto nella caligine contemporanea colla peste manifestatasi nel campo greco, cantando classicamente che Apollo resosi invisibile come fosse di notte, cominciò prima a saettare i muli e i cani, e poi gli uomini. Alessandro Tadino nel Ragguaglio sulla Peste, pagina 139 conferma questa spiegazione riportandosi ad Eustachio e Valeriano nel lib. 42.



5 «moralità» nel testo, evidentemente un errore di stampa. [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



6 Ragguaglio dell'origine et giornali successivi della gran Peste contagiosa, venefica et malefica seguita nel 1629: di Alessandro Tadino. Cap. XL. «Apparve nel fine del mese di Giugno una cometa molto grande verso Settentrione, et durò longo tempo». Se pochi lettori vorranno indursi ad attribuire alla cometa la pestilenza seguita, nessuno certo adotterà il motivo riportato da Antonio Portio al Cap. 12 (come riferisce il Tadino pag.110) »tutto ciò esser occorso a' nostri tempi per la coniuntione di Saturno con Marte in Gemini, et della Vergine non impedita da Giove et Venere



7 In questo caso avrebbe compimento la profezia del Vangelo. S. Luca, cap. XXI. Surget gens contra gentem, et regnum adversus regnum: et terremotus magni erunt per loca, et pestilentiae et fames, terroresque de coelo, et signa magna erunt. S. Mattheus, cap. XXIV. S. Marcus, cap. XIII.



8 Anche le piogge di sassi che si narravano da' scrittori di que' tempi, e che erano state credute favolose dai filosofi del secolo decimo ottavo contro il testimonio di tutti i secoli passati, vennero pur confermate nel secolo attuale: Clhadni ne ha steso il più copioso catalogo, al quale però potei aggiungere ancor io qualche altro fatto. Negli Elementi di Fisica sperimentale e di Meteorologia di Pouillet (Tom. 2o parte II pagina 767) trovasi inoltre un esteso catalogo della caduta di polveri, e di sostanze molli, secche o umide, ecc; anche a  questo catalogo ho aggiunto in altri miei scritti alcuni casi ivi non contemplati: ora un altro singolare ne riferisco accaduto in Costantinopoli durante un Sinodo nell'anno 680, ricavato dalla Storia del Diacono lib. VI cap. IV. Ed hora tantae aranearum telae in medio populi ceciderunt, ut omnes mirarentur. La caduta di questa grande quantità di tele di ragno ha molta analogia colla caduta di una sostanza fibrosa come seta bleu, caduta in grande quantità nel 1665 ai 23 di Marzo presso Laucha non lontano da Naumburgo; come ivi da Pouillet si accenna. Nel secolo settimo non essendo conosciuta la seta che molto imperfettamente, si sarà assomigliato alla ragnatella ciò che nel secolo decimo settimo si paragonò alla seta.



9 Dissi che si manifestano talvolta malattie pestilenziali ne' quadrupedi e volatili domestici; mentre Aristotile ed altri estendono l'influenza della mortalità anche agli altri animali non domestici, come Ovidio (Metamorph. Lib. VII), Virgilio (Georg. Lib. III), Silvio Italico (lib. XIV), oltre a Lucrezio (De Rerum Natura, lib. VI), ecc. per parlare dei soli antichi scrittori. Ma io non sarei per ammettere questo fatto così in generale, perchè ho una mia particolare opinione, che già da qualche anno vado maturando; cioè che gli animali che vivono nello stato di natura, e perciò non addomesticati, ossia non sottoposti dall'uomo a metodo di vita estraneo alla loro natura, non hanno avuto dal Creatore un limite prescritto alla loro esistenza, come l'ebbe l'uomo, per cui sono soggetti quegli animali a malattie, invecchiano, muojono mai di morte naturale. Questo paradosso formerà materia di un altro mio ragionamento.

V. Annali Universali di Medicina: Maggio e Giugno 1832 pag. 553. La mortalità pel Cholera nelle sale destinate in cura al signor Broussais, dimostra il dott. Guèrin, che fu maggiore che non nelle sale degli altri medici; come si ricava dall'estratto della gazzetta medica di Parigi, Aprile 1832, per cui si conchiude: ecco a che si riducono le millanterie dei sistematici!!! – Anche nella Bibl. Ital., Maggio 1832, pag. 186, avvi un ben ragionato articolo sulle due famigerate lezioni del Professore francese.

Farmacopea anticholerica, ossia Raccolta completa di tutti i rimedj impiegati finora contro il Cholera. Manuale all'uso de' Medici pratici e Chirurgi, contenente 283 metodi efficaci di guarire; di P. Wilhelmi. In 12.o Lipsia 1832. Hartmann. (Journal Gèneral de la Littèrature de France: Mai 1832). Quanto incerto, per non dire inefficace sia qualunque rimedio nelle straordinarie e multiforme epidemie, o contagi, o pestilenze, o miasmi che si voglian dire; si ricava fin dai tempi di Tucidide in quella moria da lui descritta in greco, e cantata in bei versi latini da Lucrezio (lib. VI vers. 1224).

 

Nec ratio remedi communis certa dabatur

Nam quod alis dederat vitaleis aëris auras

Volvere in ore licere, et coeli templa tueri:

Hoc aliis erat exitio, lethumque parabat.

 

Tito Livio lib. V cap. 13 anch'esso diceva: Gravis pestilensque omnibus animalibus aestas excepit; cuius insanabili pernicie quando nec causa nec finis inveniebatur. Virgilio. Georg. Lib. III v. 549:

 

Quaesitaeque nocent artes: cessere magistri.



10 «abbiamo» nel testo; errore di stampa [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



11 Mi diffondo molto più di quanto dovrei sopra questo argomento, perchè fino dal 1820, avendo appiccata alle comete la coda a modo mio (Nuova ipotesi sulla coda delle comete: Giornale di Fisica di Pavia, Dec. 2a , tomo III, pag. 48); e sembrandomi che ancor regga la mia ipotesi al confronto delle altre, aggiungerò due parole sul libro stampato in Milano 1832, Cenni storici e teoretici sulle Comete; libro che ha mal corrisposto all'aspettativa di alcuni fra gli uditori di questa scuola d'astronomia, che se ne dichiararono gli Autori, e checchè se ne sia detto dalla Biblioteca Italiana (Aprile 1832, pag.73).

Si dice nella prefazione: « che l'osservatore volgare approfitta soltanto dei fenomeni della natura, che crede più idonei a raggiungere il precipuo scopo del suo ben essere… Non guidati taluni da scopo ignobile, cui generalmente aspira il volgo (cioè lo scopo del suo ben essere) i cultori delle più sublimi notizie del Cielo si procurano qualche poco di estimazione; ma siccome prima che si dassero nuove spinte all'umano incivilimento, le cognizioni astronomiche erano la privativa di alcuni pochi che si riguardavano dal Pubblico quali misteriosi interpreti degli oracoli divini: dunque si erano procurati questi ben più di qualche poco di estimazione.

Viene citato Seneca al principio del Cap. I; ma non se ne cita il luogo delle sue opere; e quel che è peggio tutto quanto vi si riferisce non è una traduzione, ma una parafrasi del testo.

Nel Cap. III si dice che le code delle Comete non sembrano aver connessione col loro nucleo, ed esser perciò credibile che vadano soggette ad altre leggi, e siano provvedute di qualità diverse da quelle che si sono osservate negli altri corpi celesti… Se la luce avesse la benchè minima gravità, si sarebbe in tanti secoli accumulata intorno a tutti i pianeti e loro satelliti in una quantità assai rilevante; ma di questo fino ad ora, noi non ci siamo per niente accorti. Se vi possono essere corpi affatto privi di gravità, non sarà neppure audacia il supporre corpi dotati di una gravità negativa, vale a dire tali che non siano come tutti gli altri corpi attratti dal sole, bensì respinti, ecc. Tralascio la nota sul vapore vescicolare che si dice di gravità specifica minore dell'atmosfera che lo contiene, e passo all'altra in cui si dice:

«Senza ammettere una forza repulsiva si spiegherebbe l'allontanamento dell'atmosfera della Cometa dal nucleo, supponendo anche qui, che l'etere risentisse una gravità verso il nucleo della cometa maggiore di quella risentita dall'atmosfera di essa, allora per lo stesso motivo, obbligherebbe l'atmosfera della cometa ad allontanarsi dal nucleo stante la sua minore gravità specifica

Pag. 44: «L'aspetto della cometa del 1618 doveva essere tanto più straordinario in quanto che possedeva una coda non terminata, come all'ordinario, in punta, ma estendevasi a foggia di ventaglioBisogna che gli Autori non abbiano mai osservata alcuna cometa, o che non abbian veduta che la stella dei Re Magi nel Presepio, della quale solitamente la coda termina in punta.

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Nell'articolo I ho discusso se il livello del mare si alzi o s'abbassi sensibilmente col tempo, e non mi è sembrata vera l'una l'altra opinione: le contraddizioni de' dotti su questo punto avvalorano la mia opinione. Per esempio, trovo nella Bibl. Univ. 1828, febbraio, pag. 106: «che se è costante il rialzamento secolare del bacino del Baltico, ed il cangiamento nel livello del Mediterraneo che ha osservato Cordier con Dolomieu sulle coste d'Egitto, il continente d'Affrica proverebbe un abbassamento progressivo di 2 a 3 centimetri per secolo.» Ma io trovo che Seneca diceva all'opposto, che il suolo d'Egitto si alzava (Natur. Quaest., lib. IV, cap. 26); e ultimamente Tadini ha voluto stabilire il canone dell'abbassamento di un piede ogni mille anni nel livello de' mari. (Bibl. Ital. Gennaio 1832, p.71).

In quel medesimo articolo parlandosi dei Terremoti, come quasi sempre accompagnati da apparizioni luminose nell'aria, si legga in conferma la giudiziosa relazione di Hauy sul terremoto di Odessa, che si dice succeduto li 26 novembre 1829, mentre la data della relazione è dei 22 dello stesso mese ed anno, per cui vi è errore (Bullètin des sciences math., etc. Août 1830, pag. 115).

Finirò questo articolo coll'autorità del medesimo scrittore, con cui ho principiato: se il lettore troverà giusto e prudente il consiglio di Seneca rispetto a quanto ha formato il titolo di questo secondo Articolo, che nel lib. VI delle Naturali Questioni nel capo I, e che coincide col detto di Areteo riportato dagli Annali delle Scienze del regno Lombardo-Veneto 1831, pag. 237; non so poi se si troverà egualmente sensato quell'altro parere che riguardo al terremoto che formò l'oggetto del I.o articolo: Non metuendus tamen terrae motus quia magnificum a tam magna causa perire! (Argum., lib. VI, Natur. Quaest.).





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