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È il grazioso nomignolo che ci dà uno dei tanti foglietti
semiclandestini che pullulano all'ombra della Mole; quello che dell'attività
umoristica pedemontana si è riserbato la bandita della politica estera, e ogni
settimana spartisce per la cultura dei suoi lettori il mondo coi suoi annessi e
connessi, riserbando naturalmente all'Italia la fetta piú grossa e piú dolce
del panettone. Il nomignolo ci piace e lo facciamo nostro senz'altro. Crediamo
che anche i cani rabbiosi abbiano nella vita sociale una loro funzione, e
importantissima, e noi come per il passato continueremo a svolgerla del nostro
meglio.
A Torino, per riconoscimento universale, la vita pubblica
si svolge nel piú arcaico e buffo dei modi. Ogni scazzonte vi può passare per
gran uomo, ogni bulicare di letamaio diventa fatto politico di prim'ordine. Il
controllo, la critica non esiste. Esiste il soffietto, l'adulazione piú piatta
e disgustosa. Non per nulla Torino è specialmente illustre per i suoi
confettieri: tutto vi è inzuccherato, all'acqua di rose. Capitiamo noi in mezzo
a questo pollaio di tacchini tronfi e pettoruti, e siccome abbiamo pochi
rispetti umani e non ci lasciamo abbagliare dal luccichio delle penne, facciamo
strillare parecchia gente e ci tiriamo addosso un sacco di improperi e di
maledizioni. Ohibò! quanto schiamazzo per della gente della quale non ci si
cura e che si rivolge solo ai proletari. Evidentemente si sente che i nostri
morsi non sono dati a caso, e che la nostra rabbia ha uno scopo ben determinato.
Com'era bella la vita d'Arcadia della Torino d'altri
tempi! Teofilo Rossi attendeva con modestia e disinteresse a fare raccolta di
decorazioni, a strapazzare Dante nei suoi discorsi e ad educare i suoi rampolli
froebelianamente, abituandoli a seguire le orme paterne con l'ornare i loro
alberi di Natale di dischetti metallici riproducenti il collare dell'Annunziata
o l'ordine dell'Aquila nera. Come non avrebbe dovuto essere buon amministratore
di una grande città chi aveva saputo ammassare milioni con la professione di
vinattiere e aveva mostrato tanti scrupoli e tanta solerzia contabile
nell'Esposizione del 1911? Il conte Orsi democratizzava boterianamente,
coscienza limpida ed austera di infelice in politica che attende il suo astro.
Giolitti faceva le sue periodiche capatine ossequiato e osannato. C'erano i
socialisti che di tanto in tanto obbligavano il comune a spese straordinarie, [mezza
riga censurata] ma si sa, qualche molestia è pure indispensabile ci sia, e
senza qualche fastidio come si apprezzerebbe nella giusta misura la
tranquillità? Il prof. Cian sembrava con la sua invadente persona voler portare
una nota nuova nella vita cittadina: l'imperialismo comunale, con l'annessione
di Cavoretto alla cinta daziaria, se la guerra glie ne avesse dato il tempo e
se Bevione non l'avesse tradito. Le assemblee comunali tra i discorsi del
Borini e del Mussi, e la elefantesca agilità polemica dello Zaccone o di
Saverio dalla barba fiorita, si trascinavano in una beata strafottenza di tutto
e di tutti. Era proprio un idillio, una corte d'amore quella vita torinese,
quando a rompere qualche alto sonno è capitata questa pagina dell'«Avanti!» con
la sua petulanza screanzata e da monella. Il suo ronzio di vespa ha turbato
molti sonnellini, ha messo in corpo a molti un'irritazione sorda e nervosa.
«Chi sarà lo scorbacchiato di oggi?», si domandano i lettori aprendo alla
mattina il nostro foglio. Perché a Torino, come abbiamo detto in una delle
prime note corsive, abbondano gli esemplari di quella sottospecie zoologica che
è stata chiamata degli «idioti con decoro». Noi abbiamo dimostrato che di
decoro ne avevano pochino pochino, e allora sono rimasti solo col primo
attributo poco onorevole. Noi abbiamo dimostrato, non abbiamo solo cicalato,
abbiamo dato le prove della nostra affermazione, li abbiamo colti in atto,
nella conferenza o nella vita amministrativa e giornalistica, e la
punzecchiatura perciò è stata piú dolorosa, perché non lasciava adito alla
smentita.
Cani rabbiosi, benissimo! Sono i cani rabbiosi che attraversando
le strade cittadine sotto la sferza della canicola obbligano le donnine dei
marciapiedi a correre, a sollevare le gonnelline e a mostrare tutto lo schifo
dei loro dessous.
(22
febbraio 1916).
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