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Un amico mi scrive una lettera di fuoco contro il giornale
clericale torinese ed insiste perché la si pubblichi. L'amico pare che mi
rivolga anche un blando rimprovero perché noi dell'«Avanti!» non abbiamo
risposto subito e a dovere ai sagrestani del «Momento».
Non è che l'attacco — chiamiamolo cosí — ci sia sfuggito
di vista. L'abbiamo visto proprio giovedí poco dopo che ci si notificava la
querela del giornale clericale contro i nostri amici Bianchi e Guarnieri, che
sarebbero rei di aver diffamato il dottor Mondini, capo redattore del
«Momento», ancora e sempre divoto di S. Genoveffa, protettrice dei cervi e dei
mariti ideali.
Cosa volete rispondere al «Momento»? Ecco: se noi
dovessimo dare sfogo all'impeto della collera che ognuno che abbia sangue nelle
vene sente ogni qualvolta è fatto segno ad accuse malvagie e subdole, non
mancherebbe chi, come l'egregio direttore della «Gazzetta dei tribunali», ci
rivolgerebbe un'altra reprimenda, perché noi ci abbandoniamo «all'aggressione
personale», e Marco Sbroda salterebbe su a scriverne quattro delle sue contro i
nostri nervi che non sono mai stati cosí bene a posto dacché siamo a Torino, la
«bella Torino» che molceva persino l'ipocondria nietzschiana.
Sappiamo, amico che ci scrivi, da chi pervengono gli
attacchi, non tanto contro di noi che scriviamo e che siamo pur ora provvisti
di buone scarpe. È uno scimunito, un rifiuto del giornalismo, un esseruccio
malaticcio. Incapace di tirare colpi diritti, franchi, per deficienza fisica e
insufficienza di mente, s'indugia negli angoli oscuri della diffamazione. È
quegli stesso che aveva accusato uno dei nostri compagni di aver rubato il
mestiere alla censura. Altra volta fu da noi invitato a dare i nomi dei
socialisti torinesi «bacati». Il becero non rispose, non poteva rispondere. Ora
riprende fiato: il redattore capo ha cambiato padrone: ed eccolo — quel
poveretto tisicuzzo, avanzo di postriboli e di sacrestie — lanciare altre
accuse contro l'alleanza, l'associazione, il partito, la Camera del lavoro e contro
di noi che cerchiamo coi nostri nervi di coprire le magagne di molta gente.
Domandate a quell'incosciente di precisare, di specificare
le sue sozzure, ed egli se la svignerà, un giro di tacchi e via nei ritrovi
abituali: postribolo e sacrestia.
Lasciamolo là a consumare le sue ore e i suoi giorni. E
passiamo oltre.
Siamo sempre in tema di «aggressioni personali». E la
«Gazzetta dei tribunali» è pregata di leggerci. Nell'«Azione socialista» di
oggi, che ci giunge ancora umida d'inchiostro, leggiamo in un trafiletto
dedicato a tre nostri amici, tra i quali Ciccotti e Zibordi, questo tra
l'altro:
No, barabba, t'inganni. Il coraggio dei nostri compagni è intero: è coraggio
fisico e coraggio civile, di pensiero e di azione. Ma tu nella tua bassa anima,
nella tua zucca ripiena di sterco, sei incapace a comprenderlo; e seguiti ad
eruttare bestialmente e vigliaccamente. E noi ti sputiamo sulla faccia, con
senso di schifo, chiudendo gli occhi: tieni!
Via, non c'è male! E sapete il perché? Presto detto. Tutta
questa volgarità per avere scritto che i riformisti, che hanno un magnifico
campione a Torino nell'on. Quindicilire — quegli che vuole la fucilazione dei
nemici interni, e intanto lui se la passa benone al fronte interno — «non sanno
rassegnarsi alla condizione di semplici servitori del ministero».
Dica la «Gazzetta dei tribunali»: in questi casi chi è
l'aggressore e chi l'aggredito?
Tralascio un altro giornale di qui che stamane annunzia
che l'edizione torinese dell'«Avanti!» esce per assicurare a qualcuno una lauta
prebenda.
Tutto ciò è provincialesco, stupido, nauseante. E il
disgusto maggiore, piú repellente, è pur sempre quello che proviene dalla
necessità che talvolta c'impone di rispondere, d'impelagarci anche noi —
cittadini del mondo — in cotale pattume e pettegolume provincialesco.
Ed è cosí che, malgrado tutto, le nostre aggressioni
personali continueranno.
(13
marzo 1916).
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