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Ma è proprio vero che noi non ne azzecchiamo mai una? E,
peggio che peggio, quando ci mettiamo in testa di usare qualche riguardo alle
autorità costituite? Badate che cosa ci capita a proposito del caso Bauchiero.
I suoi «dipendenti» di Torino apprendono che il titolare della fortunata
azienda per le forniture militari, dopo alcuni mesi di prigionia preventiva, è
rilasciato in libertà provvisoria e quando il cavaliere si ripresenta nello
stabilimento impiegati ed operai gli improvvisano una dimostrazione di
simpatia. Dimostrazione evidentemente sconveniente. Noi la notiamo subito e ne
diciamo le ragioni piane, chiare, irrefutabili. Parliamo anche di servilismo e
ne abbiamo ben donde, ché i proletari non devono mai dimenticare che
«dipendere» non vuol dire «servire». C'è una dignità di classe e umana che
stabilisce un rapporto, non diciamo d'eguaglianza, ma di differenza tra
proletari consapevoli e proprietari anche onesti, e codesto rapporto non
dovrebbe consentire alcuna dedizione servile. L'industriale sia pure dotato del
cuore migliore e di intenzioni ottime, non può sottrarsi all'ubi consistam
della propria condizione preordinata sullo sfruttamento, sul plusvalore.
L'industriale che ricusa codesta condizione sua non è piú tale: sarebbe un
pessimo padrone, quand'anche la strada che batte fosse lastricata di buone
intenzioni. Noi vogliamo un padronato forte, attivo, conscio dei propri
interessi, energico; solo cosí in lui gli operai scorgeranno un propulsore di
classe, per approfondire e risolvere le antitesi sociali. È quindi logico che
certi abbracciamenti di simpatia e di cordialità fra chi sfrutta, per necessità
di cose, e chi è sfruttato, ci appaiono riprovevoli. E demmo cosí la nostra
riprovazione agli operai del cav. Bauchiero, tutt'ora accusato di frode ai
danni dell'erario.
Ora un giornale cittadino, che pare si occupi spesso e
volentieri, però sempre serenamente e cortesemente, della nostra attività,
scrive:
L'«Avanti! » non è molto soddisfatto delle manifestazioni degli operai,
spontanee ed affettuose, verso il Bauchiero, e trova che esse sanno di
servilismo, contrario alla dignità proletaria. Ma pare a noi che l'«Avanti!»
quanto meno esageri un tantino. Gli operai conoscono il loro principale e lo
stimano, vivendo con lui una quotidiana vita di lavoro, in un simpatico
affiatamento. Dopo parecchi mesi di detenzione sotto un'accusa che non vogliamo
credere, il principale ritorna fra loro. Essi non vanno tanto per il sottile,
né pensano che il loro atteggiamento possa influire nel futuro giudizio del
tribunale e che egli è tutt'ora sotto giudizio, gli vanno incontro e gli
porgono semplicemente il loro affettuoso saluto. Che c'è di male in tutto
questo? Lo vietano forse i santi principî della lotta di classe?
Ecco: la piccola ironia è di quelle che non attaccano.
Perché i «santi principî», nel caso in parola, s'innestano in una ragione di
convenienza morale che un giornale, come quello che con noi discute, non
dovrebbe ricusare con tanta disinvoltura.
Poniamo che le surriferite ragioni di principio siano
metafisicherie inconsistenti. Un giurista non ha il dovere di giurare sul verbo
della lotta di classe; la sua scienza, se non la sua pratica, è quasi sempre
una sovrastruttura discretamente allegra. Ma il giurista non può sfuggire ad
una plastica condizione di fatto: il Bauchiero è libero provvisoriamente e
rimane sub judice, e finché codesta condizione dura, finché il dubbio
permane sulla sua onestà, un certo ritegno di ogni simpatia s'impone per una
ragione morale.
Abbiamo sott'occhio la sentenza che rinvia anche il Bauchiero
al Tribunale militare, e in essa, mentre è pressoché esclusa la responsabilità
materiale del noto industriale massone, la responsabilità morale non è
«smorzata».
E allora ecco che noi abbiamo doppiamente ragione di aver
scritto quanto adesso un avvocato-giornalista vorrebbe fare bersaglio di
piccole ironie.
(19
marzo 1916).
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