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Sarebbe, secondo la «Rivista politica finanziaria» (organo
accreditato e diffuso dal ragioniere Attilio Finocchiaro di Roma), mentalità
patriarcale quella dei giudici del Tribunale di Torino, che hanno inabilitato
il comm. Leumann. E la sullodata rivista procede nella sua dimostrazione con un
ragionamento che è veramente impagabile. Il 90 per cento dei ricchi signori
frequentano le bische nostrane e forestiere e talvolta rovinano interi
patrimoni: il comm. Leumann non ha che il torto di appartenere a quel 90 per
cento. I giudici che non sono all'altezza dei tempi, e non hanno riconosciuto
che la bisca è ormai un'istituzione, sono dei patriarchi degni di vivere ai
tempi di Noè o Matusalemme. Essi, ad esempio, non hanno pensato quale
formidabile arma hanno posto in pugno alle mogli. Come la signora
Mazzonis-Leumann, il 90 per cento delle nostre ricche signore potrebbero fare
inabilitare i loro mariti, e ne verrebbe un disastroso capovolgimento del giure
familiare, dei diritti dell'uomo e del marito, e si ritornerebbe al patriarcato
nelle ricche famiglie, come pendant al patriarcato giudiziario.
Eppoi pensate: il comm. Leumann «è consigliere provinciale di Torino,
persona stimatissima che occupa anche una posizione assai elevata nel campo
economico e filantropico ed una notoria considerazione in quello industriale».
Via, i giudici sono stati veramente indelicati nel colpire un tanto uomo. Che cosa
verrà piú rispettato se non si tien conto né delle benemerenze politiche, né di
quelle economiche, filantropiche e industriali? O che il denaro è forse fatto
per essere lasciato ammuffire? E non è filantropia farsi spennacchiare dalle
«persone le quali sanno trarre profitti dalla debolezza di mente dei loro
clienti», come dice la sentenza?
La vita moderna che trova la sua piú efficace
rappresentazione nelle pochades parigine e nelle operette viennesi,
offre innumerevoli esempi di personalità spiccate del tipo Leumann. La giornata
laboriosa dedicata ad amministrare le cose pubbliche, a partecipare alle fiere
di beneficenza, a trarre dalle proprie maestranze il maggior profitto
possibile, a cristallizzare — terminologia marxiana — il sudore proletario. La sera
e la notte tappeto verde, donnine piacevoli, compagnie rumorose, nelle quali
non mancano, è vero, i lestofanti e gli scrocconi, ma d'altronde ci si diverte
tanto! Questa è vita moderna, perdio! Cosa hanno a vederci le mogli, la
famiglia, ecc., arcaiche istituzioni ormai superate dal 90 per cento dei ricchi
signori? Ma purtroppo per il signor ragioniere Finocchiaro, ci sono dei giudici
che hanno delle teorie sulla vita un po' diversa da quelle delle pochades
parigine e delle operette viennesi, e, finché questa mentalità patriarcale non
sarà sradicata per una maggiore diffusione della «Rivista politica
finanziaria», i personaggi da operetta come il comm. Leumann non potranno mai
essere sicuri di poter liberamente prodigare i milioni. È vero che in Italia c'è
ancora tanta libertà quanto basta per permettere che rimanga pubblico
amministratore chi è inabilitato per quanto riguarda l'amministrazione dei suoi
beni privati, ma nei riguardi della libertà non si è mai abbastanza prodighi.
Quando poi si dà tanto contributo alla filantropia, non importa affatto che i
denari distribuiti o prodigati siano il frutto del lavoro intenso, e che
abbrutisce, di una massa di uomini ai quali — generalmente — si nega ogni
diritto di miglioramento perché non abbiano la possibilità di andare
all'osteria o di giocare alle piastrelle corrompendo le buone qualità della
razza. Non è vero, egregio comm. Leumann e rag. Attilio Finocchiaro?
(23
marzo 1916).
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