|
[Diciassette righe censurate] [L'assem]blea degli
azionisti della Fiat ha servito bene a rilevare qualche cosa. E tuttavia il
giornale l'«Esercente» ha la faccia tosta di parlare di «micromani che
vorrebbero sostituire i sistemi attuali con quelli gretti delle piccole vedute,
dei piccoli compensi, delle economie mal intese, della piccineria insomma».
E tutto ciò perché si crede che guadagnare il cento per
cento e assegnare compensi come quelli dati ai signori Fornara, Marchesi,
Luciani di 400 000 lire, al Broglio di 450 000 lire, al Segre di 500 000 lire,
all'Agnelli di 800 000 lire, al Marangoni di 300 000 lire, sia un pochino
esagerato. L'«Esercente» ricorda che altrettanto si fa in America, in Francia
ecc, e che quindi è un buon sintomo lo si faccia anche in Italia.
Questi paragoni sono grotteschi. Non si può mettere a
confronto paesi a regime capitalista consolidato e diffuso in tutte le parti
dello Stato con l'Italia, che ancora cerca la sua via e in cui esistono degli
squilibri gravissimi tra regione e regione, tra città e campagna. Dal punto di
vista della produzione stessa i fatti della Fiat sono scandalosi. Perché i
sacrifici che tutti i contribuenti sono costretti a fare per le spese di guerra
non si riversano sul paese stesso sotto forma di aumento della sua potenzialità
produttiva, ma vanno semplicemente ad impinguare il portafoglio di singoli
individui. Gli amministratori della Fiat sono come tante Americhe che si
portano via le ricchezze, mentre esse avrebbero dovuto rimanere in Italia. Gli
interessi della nazione coincidono perfettamente, in questo caso, con gli interessi
del proletariato. Il proletariato vuole che sorgano in Italia quante piú forze
produttive è possibile, che aumenti la potenzialità economica collettiva,
perché il socialismo è problema essenzialmente di produzione intensa che
permetta il benessere a tutti nel giorno in cui avverrà il trapasso. E non è
coi metodi della Fiat che può verificarsi un aumento di ricchezza industriale. La Fiat si è trasformata in
ventosa, che assorbe dal Piemonte come dalla Calabria, dal Veneto come dalla
Sardegna, denari, denari, denari, e in gran parte se ne serve a creare
ricchezze individuali. Se i profitti andassero a dare incremento all'industria,
a sviluppare, ad allargare il mercato del lavoro, servirebbero ad accelerare il
processo del capitalismo. Cosí invece sono una forma di succhionismo, e noi
abbiamo tutte le ragioni di parlare di banditi e di brigantaggio.
Agnelli, Marangoni, Dante Ferraris, Fornara e soci sono
dei pericolosi sobillatori, e l'autorità dovrebbe occuparsene. Sono degli
sgretolatori non dei costruttori. La guerra non è uno stato permanente di vita
sociale, e solo la guerra ha permesso alla Fiat di realizzare i suoi favolosi
guadagni. Domani, quando il monopolio cesserà, le azioni potrebbero subire un
tracollo, e le maestranze potrebbero essere mandate a spasso. I compensi
prodigalmente assegnati agli amministratori, avrebbero dovuto servire a rendere
meno probabile un simile caso. Invece, anche se le azioni ribasseranno, anche
se possa di nuovo succedere ciò che è già successo nel 1906, i denari che i Marangoni
ecc. hanno intascato saranno al sicuro, e le ricchezze individuali di questi
messeri non subiranno tracolli. Ecco perché essi sono dei sobillatori
pericolosi: mostrano ai proletari che in tutti i casi chi va in aria sono
sempre gli stracci.
(27 marzo
1916).
|