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Un amico, che è anche avvocato, mi scrive una lunga
epistola per esprimere il suo dissenso a proposito dei nostri rilievi circa i
profitti della Fiat — cento per cento — e gli onorari veramente colossali dei
suoi amministratori e direttori. Non dico che l'amico voglia fare l'avvocato
difensore dei banditi dell'economia nazionale. Se cosí fosse io avrei torto
marcio di intrattenermi seco lui a discutere su un argomento che palpita di
attualità. Dice l'amico mio: «Se fu tuo intento elevare una constatazione e
dare una notizia di cronaca industriale, nulla ho da osservare; ma se oltre a
rilevare l'immoralità della organizzazione capitalistica per cui si rende
possibile ammassare e concentrare favolose ricchezze, tu hai voluto
rimproverare gli utili enormi agli uomini, o meglio all'uomo della Fiat, quasi
che la loro realizzazione rifletta l'immoralità del sistema borghese sulle
personali responsabilità, mi permetto di dissentire da te. Attraverso a
difficoltà terribili, ad episodi scabrosi e dolorosi — con visione precisa e
volontà inflessibile — l'uomo della Fiat ha creato con minimi mezzi un
organismo industriale, che sarebbe parso impossibile nel nostro Paese».
Cito ancora: «Or dunque, perché ti spaventi di questo
episodio di concentrazione capitalistica, onde sarà possibile la creazione
della grande industria?»
La lettera dell'amico sviluppa diffusamente un sofisma
vetusto ormai che si sa dove comincia e non si saprà mai dove possa finire.
Pare un presupposto rivoluzionario, marxista, e
l'illazione che se ne può dedurre va all'approvazione del cento per cento della
Fiat, all'esaltazione dell'uomo che ha creato «dal nulla» la colossale azienda,
di quell'uomo che può cosí essere innalzato nelle regioni fantastiche dove il
sogno nietzschiano foggiava il superuomo.
La concentrazione capitalistica, la grande industria...
Ben detto, amico avvocato! Il proletariato ciò deve agevolare per approfondire
i contrasti di classe. Ma è questione d'intendersi sul modo dell'agevolazione.
Ricardo diceva che «se il salario alza il profitto abbassa; e, all'inverso, se
il profitto alza il salario abbassa». Id est: l'incremento del
capitalismo è condizionato allo sfruttamento del proletariato.
Ora l'amico avvocato non s'avvede come, ad esempio, l'essere fautore della
concentrazione capitalistica senza «negarla», senza opporsi ai suoi malefizi,
può condurre ad accettare la guerra d'Italia e ad approvare l'invasione tedesca
nel Belgio che taluni sofisti di un marxismo a scartamento ridotto vorrebbero
attribuire ad un modo ineluttabile di concentrazione economica, ed è cosí che
si capovolgono le ragioni della lotta di classe, che è pure uno dei modi piú
efficienti dello sviluppo capitalistico.
Insomma, l'amico avvocato — che pure non tiene conto nella
misura dovuta della circostanza che il cento per cento è realizzato per la
guerra e in tempo di guerra — rimane a Ricardo... e al suo fatalismo. Noi
invece siamo con Marx e vogliamo contribuire allo sviluppo del capitalismo,
alla concentrazione economica, alla grande industria, all'allargamento
dell'antitesi di classe, lottando contro i capitalisti, denunziandone le
malefatte, le forme di sfruttamento ignobile, l'accumulazione di ricchezze
individuali, quindi anche il cento per cento della Fiat, compresi i sofismi
dell'amico avvocato. Al quale, in cambio della lunga epistola inviataci, vorrei
consigliare la lettura dell'Antidühring engelsiano, una lettura che i
proletari anche se non fanno poco importa, giacché sanno metterne in pratica i
dettami.
(3
aprile 1916).
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