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L'invito insinuante vi segue, vi perseguita dalle vetrine,
dalle pareti dei negozi: «Preferite i prodotti nazionali». Vi sta sempre
dinanzi agli occhi come un monito od un'accusa implicita. Alla coercizione
statale che, imponendo ai confini le barriere doganali e facendo rialzare i
prezzi, obbliga i cittadini a comperare un prodotto piuttosto che un altro, si
cerca di aggiungere anche una coercizione morale.
E va bene. Non si deve avere nessuna pregiudiziale
generica. Il prodotto nazionale è frutto della nostra industria, è prova della
nostra civiltà economica, e se viene offerto a condizioni vantaggiose e di
qualità equivalente a quella del prodotto estero, perché boicottarlo? Se
l'invito ha solo lo scopo di richiamare l'attenzione su ciò che prima si
trascurava, si disprezzava per una facile abitudine di autoscreditamento,
potrebbe anche essere approvato. La guerra, troncando molte delle correnti
commerciali tradizionali, stabilisce automaticamente delle condizioni di
monopolio che gli industriali italiani possono aver sfruttato per tirarsi su,
per mettersi in istato di poter fare ciò che prima era impossibile, date certe
condizioni speciali del nostro paese e la mancanza di certe materie prime.
Ma purtroppo non a questo tende il richiamo insinuante e
suggestivo. Lo scopo che si vuole ottenere è un tantino diverso. Si vuole
sostituire al fatto economico della libera concorrenza e della libera scelta in
base alla maggior convenienza, una coercizione morale in cui il fattore
politico ha la prevalenza. Domando al farmacista dell'aspirina, un medicinale
che deve avere un minimo di bontà indispensabile perché dia i risultati
terapeutici del caso. Mi pone innanzi tre boccette a marca differente: tedesca,
francese, italiana e mi fa questo ragionamento: il prodotto italiano è il primo
che si cerca lanciare sul mercato; non è da paragonarsi a quello Bayer e
neppure a quello francese, che pure non è ottimo. Ha un odore fortemente
acidulo, che indispone, mentre gli altri due sono completamente inodori; ha
un'apparenza di polverina di marmo che consola, mentre gli altri si presentano
sotto forma di bei cristalli lucenti e trasparenti. Ma è italiano, è un
prodotto nazionale, ed è dovere di buon patriota di comperarlo perché la nostra
industria chimica si affermi e il nostro mercato si renda indipendente
dall'estero. Domando se vi sia differenza di prezzo: nessuna. Il farmacista
infine, quando mi decido per l'aspirina Bayer, mi confessa che anch'egli non si
fiderebbe del prodotto italiano, perché quel fetore insopportabile di acidità,
lo porrebbe in guardia e lo farebbe dubitare che oltre alla febbre, un disturbo
viscerale si dovesse aggiungere a tormentarlo. Tuttociò, se non fosse indegno e
ributtante, sarebbe per lo meno ingenuo. Il «Preferite i prodotti nazionali»
diventa una trappola. Nei medicinali poi, se chi sceglie è il farmacista e non
il cliente, e il patriottismo vi pone lo zampino, la trappola può diventare
pericolosa, perché l'integrità fisica del consumatore va di mezzo.
Ahimè! Non è cosí che l'industria italiana si renderà
indipendente e si cancellerà la convinzione che tutto ciò che è italiano deve
essere perciò solo inferiore e disprezzabile. E i consumatori posti tra la
legge economica del minor prezzo e della miglior qualità e l'illusione morale
di giovare alla nazione preferendo i prodotti nazionali, seguiranno ancora una
volta la via piú logica e naturale, e ciò facendo renderanno un servizio alla
nostra attività produttrice costringendola a essere onesta e a porsi allo
stesso livello di quella straniera.
(9
aprile 1916).
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