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Dopo un anno e mezzo di vagabondaggio nei mari aperti del
nord, gli Iperborei sono felicemente sbarcati nelle terre del sole. Quale Omero
canterà il loro errare, le avventure meravigliose nelle terre dei Lotofagi,
presso le Calipso e le Circi boreali che trattennero i loro condottieri avvinti
coi dolci lacci d'amore? Ahimè! Passato è il tempo della poesia epica, ed è il
giornale che ha distrutto questo fiore precoce della fantasia umana.
Già nel settembre del 1914 il giornale piú bene informato
di Torino aveva mandato un corrispondente speciale a scortare i nuovi Ulissidi,
e qualche notizia era già arrivata al mondo civile di questo nuovo ciclo eroico
che stava aprendosi. Gli Iperborei, annunciava il giornale sullodato, sono
partiti da Arcangelo (nome fatidico di buon augurio), hanno costeggiato l'estrema
Tule, e le prime barbe cosacche e chirghise sono già state viste nella Scozia.
Il giornale subalpino destò l'invidia dei suoi confratelli romani; si apprese
che tutti avevano mandato i loro corrieri in anticipo ad Arcangelo; s'apri una
interessante disputa per sapere chi prima avesse dato la bella notizia. Uno
storico di Napoleone, pur esso torinese, abituato a documentare le sue ricerche
e le sue monografie press'a poco come Marco, il sanguinario, documenta le sue
cronache di palazzo Siccardi, pubblicò un epistolario inedito di una dama che
giurava e spergiurava di aver proprio coi suoi occhi visti gli Iperborei
passeggiare per le vie di Glasgow e di Edimburgo. La correttezza personale del
direttore del «Popolo» s'impose, come al solito, la disciplina del silenzio; il
tempo naturalmente gli avrebbe dato ragione, come è solito, da gran galantuomo,
darla a chi se la merita.
Un anno e mezzo è trascorso. La giubilante notizia è
arrivata. Sono finalmente alla Cannebière i tanto attesi. La disciplina del silenzio
ha prodotto i suoi frutti. Pensate ai mostri che attendevano in agguato la
flotta fantasma, alle insidie che avrebbero potuto inghiottirla fra le brume e
le nebbie, alle Circi che avrebbero potuto trasformare in bestie immonde gli
eroi del nuovo ciclo epico. Perché dar loro le notizie precise sull'itinerario,
sul contingente, sui fini? Meglio inghiottire in santa pace gli scherni dei
maligni, gli sberleffi e i lazzi degli scettici impertinenti. Il tempo avrebbe
dato ragione. Certo un anno e mezzo è un po' troppo in questi tempi di
telegrafo senza fili e di transatlantici a molte eliche, ma bisogna pensare che
si tratta di Iperborei, di primitivi che seguivano una rotta omerica di
circumnavigazione, remigando affannosamente alla ventura senza possibilità di
approdi, tutti insidiosi.
Facciamo atto di contrizione. Incominciamo a credere
davvero che il conte Orsi sia una cima di giornalista e che il tempo sia il suo
alleato naturale. Certo sarebbe stato degno di vivere nei tempi omerici, quando
i miti erano ancora l'unica storia possibile, e le notizie arrivavano dopo due
o tre anni dall'accadimento del fatto. Ma non bisogna disperare. Dopo la fine
della guerra qualche erudito tedesco saprà ben dimostrare, per vendicare la sua
patria offesa dalla terribile campagna della personalità piú importante
dell'interventismo subalpino, che il conte Delfino è una reincarnazione di uno
di quei compagni che Ulisse fu costretto a lasciare sul monte Circello, perché,
come testimonia Giovanni Battista Belli, preferirono rimanere animali al
ridiventare uomini.
(22
aprile 1916).
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