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I cosí detti «drammi d'amore» si susseguono in modo
impressionante. Cosí annota la cronaca, raccontando con la solita esuberanza di
particolari come qualmente il cittadino Ermenegildo Grosa, soldato del 7°
Bersaglieri, abbia soffocato con un cuscino la sua amante Caterina Astegiano in
una solitaria camera dell'albergo del Merlo Bianco, e come qualmente in seguito
si sia svenato recidendosi la carotide. E il cronista, per dovere
professionale, fa le sue ipotesi, avanza i suoi dubbi, istrada i lettori ai
misteri delle camere d'albergo dove si dànno convegno gli amanti appassionati.
Ma il cronista non convince. E, d'altronde, non è questo
un suo compito. Perché questi fattacci si ripetano con periodica assiduità
bisogna convenire che qualche elemento nuovo è sopraggiunto a sconvolgere il
ritmo che finisce per crearsi anche nelle attività piú bestiali dell'uomo,
anche nell'assassinio. Tutti sentiamo questo elemento nuovo, ma non sappiamo
rendercene perfettamente ragione, tanto esso è oscuro, impalpabile. Si ha
l'impressione che il mondo sia uscito dai cardini e sia sospeso a mezz'aria, in
una posizione provvisoria, che non può durare, ma che turba le coscienze e le
mantiene in uno stato di irrequietezza e di orgasmo. Tutto è d'eccezione: le
responsabilità individuali sono assorbite da una responsabilità superiore,
immanente in tutti e concretizzantesi in nessuno, che assolve e condanna con
leggi non consuetudinarie, ma transitorie, escogitate per il momento assurdo
che viviamo. L'individuo è scomparso, è assorbito nella macchina «nazionale» e
non sente piú i freni inibitori della coscienza. La vita umana è rinvilita nel
mercato europeo: cosa conta una vile donnacola il cui collo sottile si offre
allo strangolatore esaltato, quando milioni di vite sono sospese a un filo, e
un mietitore invisibile ne falcia ogni giorno a manate piene, a enormi cumuli
di sanguinosi covoni? La collettività si è realizzata violentemente in ente
assoluto, quando ancora le coscienze individuali non avevano raggiunto quel
quadro di maturità necessario per comprendere che la base granitica del dovere
è in noi stessi e non nella spada di Damocle della giustizia punitiva. Molti,
galantuomini ieri per mancata occasione a delinquere, per debolezza, per paura,
hanno sentito il capogiro per l'odore di sangue che si respira nell'aria, per
l'atmosfera di strage che ci circonda e colpiscono per ragioni che ieri li
avrebbero solo spinti al sorriso o al pianto.
Non è la prima volta che ciò si verifica nella storia. In
qualche paese di montagna ricordano ancora con terrore le scene che succedevano
cinquanta, settant'anni fa, quando i coscritti venivano arruolati per un
servizio che durava anche dieci o dodici anni. Era come un saturnale dei bassi
istinti dell'uomo: nelle case dei parenti le madri intonavano il canto delle
prefiche per quelli che non speravano piú rivedere, e gli altri si
asserragliavano per non vedere le loro donne violate, il loro bestiame ucciso,
i loro campi devastati dalle bande di reclute che facevano le prime prove della
forza che crea il diritto.
Oggi — Giove sia lodato! — ciò non succede piú, perché, si
voglia o non si voglia, qualche progresso s'è pur fatto. Si susseguono i cosí
detti «drammi d'amore» per dar lavoro ai cronisti. Ma in fondo in fondo, non ci
si può lamentare troppo.
(4
maggio 1916).
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