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È stata una buona lezione d'umiltà. Perché lamentarsi
sempre e con tutti del rincaro dei viveri, della impossibilità di andare
innanzi di questo passo, ecc., ecc.? Il cameriere che mi serve i fieri pasti in
trattoria m'ha dimostrato in quattro e quattr'otto che io ho torto marcio, e
che contro le leggi economiche è vano dar di cozzo. Veramente non si tratta di
una persona comune, di un qualsiasi lavoratore della mensa.
Legge e riflette sulle verità che i quotidiani
ammanniscono prodigiosamente nelle loro pagine economiche: ha viaggiato, ha
imparato da sé il francese e il tedesco, e, cosa strana, non si vergogna di
conoscere quest'ultimo come tanti professori d'università e tanti deputati al
parlamento che l'hanno di colpo dimenticato (qualcuno dubita l'abbiano mai
appreso), e non veglia le insonni notti sulle grammatiche inglesi per mettersi
all'altezza dei tempi.
Dunque il mio cameriere sostiene il fatale andare delle
leggi economiche. Diminuiscono i fabbisogni, egli dice usurpando i termini agli
Einaudi, ai Borgatta, ai Valenti, ai Dalla Volta, e naturalmente aumentano i
prezzi. Però, soggiunge puntando il dito sulla fronte alta e intelligente, non
bisogna credere che queste leggi siano proprio fatali. La loro fatalità è in
funzione della società attuale, che ha una certa graduazione di ricchezza. E
queste leggi economiche paiono create apposta per tutelare i sacrosanti diritti
dei ricchi. Esse infatti rappresentano una forma di risparmio, un mezzo per
impedire la dispersione di certi prodotti e serbarli cosí per il consumo di chi
può spendere molto senza perciò sacrificarsi. Prenda l'esempio dei
commestibili, della carne: prima della guerra il consumo ne era abbastanza
diffuso anche negli strati piú umili. Guai se il prezzo si fosse mantenuto
inalterato; dopo un certo tempo non solo gli umili avrebbero dovuto farne a
meno ma, ciò che sarebbe stato gravissimo, anche i superi. Allora entra in
azione il benefico controllo della legge economica, e ciò che sarebbe stato
consumato da cento in un giorno, basterà per uno cento giorni. Cosí per tutti i
generi. La trattoria è un gradino d'una scala. Vediamo a mano a mano passare
scendendo tutte le categorie sociali; ieri si sono fermati quelli che potevano
spendere 1, oggi sono qui quelli che possono spendere 2, domani saranno quelli
che 3, e cosí via. I trascorsi si fermavano nei gradini sottostanti, e
scenderanno sempre piú giú nel regno dei succedanei e dei surrogati. Tutto ciò
è fatale, ma, per farle piacere, aggiungerò che è fatalmente borghese. Se i
gioielli costassero come i pezzi di vetro, a che pro essere ricchi? La
contadina potrebbe ornarsi come una duchessa. Ma vede che anche ieri le leggi
economiche provvedevano all'uopo, e tenevano ferme le debite distanze. Oggi,
nel momento eccezionale, esse sono piú gravose, piú schiaccianti, ma non meno
logiche perciò.
Lezione di umiltà, evidentemente. Ma è evidente anche che
questa benedetta fatalità è uno spauracchio che convince solo molto
relativamente. Perché tutte le leggi, anche quelle che paiono piú metafisiche,
piú impalpabili, sono in realtà l'esponente di uno stato di fatto, le cui
responsabilità si possono sempre impersonare o meglio, se si potesse dire, inclassare.
(5
maggio 1916).
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