|
È veramente esasperante che non si riesca una volta ad
andar d'accordo con Teofilo Rossi. Ne siamo veramente desolati: tanto piú che vorremmo
riuscire a sorprendere il segreto che gli permette di essere sempre cosí ilare,
cosí cuorcontento, cosí riboccante di saporose virtú paesane come una
pagnottella gravida di mentastro e di strutto appena sfornata da una
contadinotta piena d'appetito.
È sicuro di sé, il buon uomo, certo di rappresentare una
grande parte nel mondo, e la vanità lo nutre. La vanità è la pianticella che
con piú amore egli coltiva nel chiuso orto della sua coscienza, innaffiandola
quotidianamente con abbondanti cascatelle di metallici dischi e di pergamene
leggiadramente miniate. Essa gli diventa la leva che muove l'universo. Se ne
serve nelle sue funzioni sindacali, come ultimo rimedio, come mezzo estremo.
Per la sottoscrizione — dopo un anno di frasi reboanti, di pappardelle melense
ispirate alla letteratura che corre le bancherelle dei libri usati — ha trovato
il rimedio dell'albo d'oro, della pubblicazione cortigiana in cui sfileranno
facendo bella pompa di sé tutti i sottoscrittori, ai quali sono state mandate
per rincalzo nuove circolari che promettono gloria e fama a caratteri vistosi
per quelli che maggiormente si distinguono.
E può darsi che Teofilo Rossi, in tal materia giudice
competente quant'altri mai, abbia ragione d'essere persuaso che la vanità possa
sui ricchi torinesi piú che il «senso del dovere». Si tratta nientemeno di «far
conoscere agli italiani, nella prima ricorrenza dell'anniversario della
dichiarazione di guerra, la meravigliosa attività patriottica torinese
nell'assistenza civile e in tutte le sue svariate forme in quest'anno
memorabile». Ed i torinesi ci tengono ad ogni forma di primato di fronte a
tutte le altre città d'Italia, sebbene non sentano affatto la voluttà di
procurarsi questo primato col sacrificio.
Ecco, noi siamo piuttosto dell'avviso che questa
meravigliosa attività fosse conosciuta dalle famiglie dei soldati di Torino ed
in forme concrete, in tanto danaro sonante. Vorremmo che fosse pubblicato e
diffuso tra le famiglie dei sussidiati un libro in cui accanto ad ogni offerta
fatta fosse segnato in cifra l'offerta che ciascun sottoscrittore avrebbe
potuto e dovuto fare, in base ai dati catastali e fiscali. Vorremmo che fosse
dimostrato come al sacrificio di sangue abbia corrisposto un sacrificio
adeguato di reddito da parte della grassa borghesia. Che fosse diffuso il senso
del dovere che si ha verso le famiglie dei combattenti di sostituire in qualche
modo le braccia che non possono lavorare e produrre. Ma è questa una nota
stonata nella ilare e sbracata comprensione delle proprie funzioni che ha
Teofilo Rossi.
Tra la vanità e il dovere c'è un abisso incolmabile, ed il
Rossi aborre dai salti nel buio. Tanto piú che dovrebbe cominciare da se stesso
e non si può domandare a nessuno il suicidio per dissesti morali.
(20
maggio 1916).
|