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Un mese di soggiorno in Sardegna: banchetti, bicchierate,
strette di mano, entusiasmo per l'italiano illustre che ha fatto il sacrifizio
di portare la sua preziosa persona fra i briganti, i mendicanti, i pastori
vestiti di pelli dell'isola. E l'italiano illustre ritornato in terra ferma si
atteggia a Cristoforo Colombo e scopre qualcosa, tanto per dimostrare che non
ha perduto il suo tempo.
Anche Mascagni non ha perduto il suo tempo, e sotto i
portici di via Po ha versato nella capace vescica di G. Corvetto la piena delle
sue impressioni; e il risultato fisiologico lo abbiamo visto stemperato in due
colonne della «Stampa». Tutte le competenze, si è trovato ad avere l'illustre
compositore! Tanto è vero che può giudicare dei terreni, «splendidi,
sterminati» (vedi manuale di geografia: 24 000 kmq) «gente sana e saggia»
(hanno applaudito, quindi...), «buoni costumi, belli e robusti abitanti», che
hanno il torto di essere pochi, in un terreno cosí ferace, quantunque il piú
imbecille sociologo sappia che due terzi dei sardi sono emigrati perché il
terreno (almeno cosí come il patrio governo, con la sua legislazione doganale,
impone sia coltivato) non è poi tanto ferace.
E Mascagni fa anche opere buone: come uno dei tanti
vescovi che la curia manda nei villaggi per rappacificare i partiti divisi da
una vendetta di sangue (e per la verità se ne conta una ogni venti anni), egli
mette la pace fra due partiti che a Cagliari si dilaniano e arrivano persino,
in presenza al forestiero, a prendersi a schiaffi. Meno male che a Cagliari ci
sono i questurini, che non permettono di andare ai banchetti con lo schioppo,
altrimenti, dio sa che strage. L'architettura sarda, Mascagni ne è entusiasta;
solo il timore di dire bestialità (benedetto timore!) impedisce al cronista di
riprodurre le sue parole, che pure avrebbero rivelato anche ai sardi ciò che
non hanno mai avuto la possibilità di vedere: l'esistenza di un'architettura
sarda (eccettuati i nuraghi che un altro scopritore, l'on. Giovanni Rosadi,
studioso di storia dell'arte, confondeva con i briganti, tanto per dire di averli
visti).
Naturalmente chi, senza timore di dire bestialità, infila
per due colonne di queste piacevolezze, appartiene a quella vasta tribú dai
delicatissimi nervi, cui urta e fa sobbalzare ogni improprietà di linguaggio
dei Baedecker o di tutti i libriccini e librucciacci che gli stranieri
pubblicano sull'Italia. Ma le bestialità dette dagli italiani sono
rivelazioni... dei tesori nascosti.
Ecco: i sardi passano per lo piú per incivili, barbari,
sanguinari, ecc., ma non lo sono evidentemente quanto è necessario per mandare
a quel paese gli scopritori di buona volontà. Un ufficiale, andato a Cagliari
nel 1910 per reprimere uno sciopero, compiange le donne sarde destinate a
divenire legittime metà degli scimmioni vestiti di pelli non conciate, e sente
in sé (testuale) ridestarsi il genio della specie (quella non vestita di
pelli), che vuole porsi all'opera per migliorare la razza. Giuseppe Sergi in
quindici giorni si sbafa una quantità di banchetti, misura una cinquantina di
crani, e conclude per l'infermità psicofisica degli sciagurati sardi, e via di
questo passo. Mascagni scopre gli schiaffi e i pugilati dei partiti sovversivi,
pur affermando la bontà, la saggezza, ecc. ecc. Ma non potrebbero i Corvetto
divertire in altro modo il pubblico? Ci sono tante biondissime cagnette sotto i
portici, sulle quali scrivere interessantissimi bozzetti.
(24
maggio 1916).
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