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All'avv. Arturo Brusasco sono stato in debito di una
risposta; ma fui costretto a tacere dal desiderio di non guastare la nostra
amicizia. Perché avrei dovuto fargli notare come né io, né alcuno
dell'«Avanti!» abbia proprio bisogno di prendere lezioni di educazione dal direttore
della «Gazzetta dei tribunali», che si è dimostrato tanto impermalito del
riuscitissimo profilo fisico-morale che di lui avevo tracciato. Ma oggi mi
capita una buona occasione per rivolgermi nuovamente all'equanimità sua.
L'«Avanti!» considera ancora l'avv. Brusasco come il suo
pedagogo, come l'amico che ne può frenare i bollenti, qualche volta
intempestivi ardori, ed al quale si può chiedere un buon consiglio gratuito.
Noi siamo ancora dei giovani, ed è bene che qualche volta un vecchio compia un'opera
benefica di tutela e di rimbrotti. Ho avuto ieri una tentazione tremenda; ho
per qualche minuto ruminato le ingiurie piú atroci, ho pensato a coniarne delle
nuove, delle colossali per scaraventarvele qui Sotto la Mole. Poi
ho voluto calmarmi. Mi sono chiesto se ne valeva la pena, se l'omuncolo
meritava tanto onore. E poi mi sono ancora domandato: che ne direbbe l'avv.
Brusasco? Ed ho deciso di chiedergli un parere preventivo. Ecco di che si
tratta: un giornalucolo settimanale, che non si sa di quale partito sia
l'espressione, né di quale idealità precisa sia il banditore, né di quali fondi
viva, scrisse nel suo numero di sabato u. s. a proposito della promozione del
poliziotto Intaglietta:
È
doveroso ricordare che a lui, al suo consueto sangue freddo, si deve se in quel
pomeriggio di maggio, in cui avvenne l'espugnazione del Forte Chabrol di corso
Siccardi, il sangue non ebbe a scorrere in maggior copia.
Noi lo ricordiamo ancora pochi minuti prima dell'assalto, risoluto ma calmo,
dare gli ultimi ordini, mentre dalle finestre del rosso palazzone le rivoltelle
crepitavano sulla cavalleria e sulla forza pubblica: pochi minuti dopo alla
testa dei migliori funzionari della questura di Torino egli irrompeva per primo
nella Camera del lavoro, accolto da numerosi colpi di rivoltella, riuscendo a
troncare con quell'atto d'audacia necessaria, il movimento rivoluzionario alle
sue radici.
Che Intaglietta sia stato promosso a me importa un
accidenti; che ci sia lui nella sezione Monviso o ci sia Carassi, fa proprio lo
stesso; l'uno vale l'altro, e tutti e due, quando possono, ci fregano che è una
meraviglia; che all'Intaglietta sia stato applicato il sistema del promoveatur
ut amoveatur, è un affare che riguarda lui, la questura ecc... noi no; ma
che ci sia un giornalista che scriva di quelle affermazioni...! Senti, caro
Brusasco, non ti pare che avrei proprio ragione, almeno questa volta, di dire
che Riego Ciriola Tupin è un mascalzone in piena, assoluta malafede? Chi non sa
ormai a Torino che le rivoltellate crepitanti sulla forza pubblica non sono mai
esistite, che non un solo agente o soldato fu ferito intorno al palazzo di
corso Siccardi, che il processone fu, con opportuni cavilli procedurali, messo
a dormire perché la gonfiatura non poteva reggere al dibattito piú superficiale?
Quando oggi un giornalista, mentendo sapendo di mentire,
continua a mettere in circolazione invenzioni (chiamiamole cosí) di tale fatta,
che cosa devo, che cosa posso fare io? Dimmelo, pacato e cortese amico. Posso
prenderlo a calci nel sedere, posso sputargli sul muso, posso staccargli le
orecchie dalla testa? O mi conviene accendere tranquillamente la sigaretta, e
le gambe distese sul divano guardare il fumo salire e dileguarsi, e pensare che
cosí passano leggere e senza traccia le sciocchezze di Ciriola?
Dammi un tuo consiglio, o dolcissimo amico...
(30
maggio 1916).
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