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La nazione giudicherà di questa nuova impresa dei socialisti ufficiali, che,
per il cinismo e la bruttura degli evidenti rapporti col nemico supera tutto
ciò che fino ad oggi fu dato conoscere in questa triste materia.
Cosí scrisse l'on. Giuseppe Bevione il 9 corrente
commentando il gesto di alcuni deputati socialisti, che avevano lanciato
nell'aula di Montecitorio delle cartoline con l'effige di deputati socialisti
russi deportati in Siberia. Le prove di questi evidenti rapporti secondo
il Bevione sono queste: la dicitura è in lingua tedesca e poi in francese; la
cartolina porta sul lato dell'indirizzo, in caratteri gotici, la parola
Postkart che si è vista infinite volte sulle cartoline fabbricate in Austria e
in Germania.
Conclusione: «Evidentemente si tratta di un documento
grafico tedesco od austriaco, molto probabilmente falso e diffuso negli Imperi
centrali, per conforto spirituale di quelle Sozialdemocratien». Su
questi elementi, secondo la sua brillante abitudine, il Bevione costruisce il
romanzo. L'on. Mazzoni lo picchia, e l'on. del quarto collegio magnanimamente
lancia la solita sfida cavalleresca.
Non siamo entusiastici ammiratori del diritto del pugno;
eppure quei pugni vibrati robustamente sul ceffo di Bevione ci riempiono di
giubilo e di ammirazione. Un pugno non è certo un ragionamento; ma è l'unica
risposta che si può contrapporre ai «ragionamenti» di Bevione. Questi si trova
ora imprigionato in un dilemma categorico. Cazzottato, ha l'obbligo, impostogli
dai pregiudizi dei quali è schiavo, di ottenere una riparazione. Questa gli
viene offerta nella forma piú onorifica per un galantuomo — le scuse — ma a
condizione che dimostri, con documenti meno... da corrispondente speciale, la
verità delle sue insinuazioni. Altrimenti né scuse né duello, e invece promessa
di altre vilissime vie di fatto. Mazzoni è veramente ammirevole, nella sua
logica. Tutti gli imparziali dovrebbero riconoscerlo: ha trovato nel caso
specifico il modo perfetto per mettere con le spalle al muro il piú ributtante
degli sparafucili della pennaioleria, inchiodandolo al ridicolo colle sue
stesse armi. Ed un cazzotto, un umilissimo facchinesco cazzotto ne è stato il
mezzo piú efficace. Pertanto elogiamo il cazzotto.
Bevione era riuscito ad arrampicarsi al seggio
parlamentare dando delle sue qualità politiche prove poco dissimili da questa.
Affermò che i ginepri erano olivi, che gli arabi della Cirenaica ci aspettavano
a braccia aperte, mandò corrispondenze da Bengasi, mentre si trovava a Tripoli,
sostenne che la sabbia era humus, e che un pozzo era una falda acquifera.
Scrisse una lettera aperta all'on. Giolitti che era un ultimatum, tanto piú
pericoloso in quanto le sue bugie avevano contribuito potentemente a svegliare
in molti italiani la fregola dei facili guadagni, della conquista di Bengodi,
apportatrice di lauti e immediati guadagni piú che l'onesta operosità e lo
sgobbare alla tedesca. La sfortuna dell'Italia consistette nell'essere un nome
vano senza soggetto; non ci fu nessuno che allora cazzottasse Bevione e gli
imponesse il dilemma di provare le sue affermazioni o di rimanere infamato dal
marchio dei mentitori. I fatti travolsero tutto e tutti; dei ragionamenti Bevione
rise e non rispose; lo scopo era raggiunto, la sua personcina di retore divenne
l'esponente dell'Italia, della Patria e cosí arrivò in parlamento. Ma il
partito non è un nome vano e senza soggetto. Alle menzogne ha opposto il duro
cazzotto di Nino Mazzoni, ed ha imposto di provare. Il pennaiolo è stato colto
in trappola. L'Italia è veramente in quel pugno, ed è essa, non solo il Partito
socialista, che domanda a Bevione le carte, dura cosa per un corrispondente
speciale, ma i cazzotti sono anche piú duri, ed i pregiudizi di cui si è
schiavi vogliono anch'essi soddisfazione. Pertanto plaudiamo ai cazzotti, e
auguriamoci che essi diventino un programma per liquidare i corrispondenti
speciali, i pennaioli asserviti alla greppia.
(12
giugno 1916).
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