|
Il socialismo non trae le sue origini da un sistema filosofico che esclude
l'idea di Dio o che, perlomeno, non riconosce l'utilità sociale della
religione. Per conseguenza fra cattolicismo e socialismo non esiste alcun
distacco essenziale e l'atteggiamento antireligioso del partito non è che
un'incrostazione della moda positivistica di vent'anni fa, contro la quale gli
stessi socialisti piú intelligenti hanno incominciato a reagire.
Con siffatti ragionamenti qualche cattolico vuol riuscire
a dimostrare l'utilità di un'alleanza permanente tra noi e le forze clericali,
o almeno di un avvicinamento simpatico. Cumulo di spropositi da una parte,
propositi irrealizzabili dall'altra. Non val la pena neppure di ricordare che
il socialismo critico poggia graniticamente sull'idealismo germanico del secolo
XVIII, che, pur non coincidendo con la moda positivistica, non ha meno perciò
ghigliottinato l'idea di Dio; Hegel è sempre la bestia nera dei cattolici,
perché non è facilmente confutabile come Enrico Ferri o Cesare Lombroso. Un
professore di storia della filosofia è stato respinto dalla nostra università
per la molto settaria ragione che, essendo hegeliano, era aborrito da una
pattuglia di colleghi clericaleggianti. La differenza di concezione, di sistemazione
filosofica tra socialisti e cattolici si rivela in ogni atto, in ogni
presupposto, perché sia necessaria una dimostrazione dottrinaria.
A Torino, per esempio, ieri c'è stata la grande fiera per la Madonna della Consolata.
Il grande bazar della superstizione piemontese era sfavillante di lumi, di
oreficerie (vere o di princisbecco) e di compunzione. Un telegramma del
cardinale Gasparri aveva annunziato indulgenza plenaria per trentasei ore. Il
papa aveva mandato una pisside capace di mille particole e ornata di settanta
pietre preziose. Facciamo pure astrazione da tutto questo armamento
scenografico; badiamo pure solo alle iscrizioni che il munifico dono papale
reca con sé quale espressione di un pensiero: «Fiat pax in virtute tua,
virgo Consolatrix Maria». Latino facile, comprensibile anche ai proletari.
Ebbene, anche per la pace la posizione dei cattolici è in antitesi stridente
con la nostra. Aspettano la redenzione dalla grazia, essi, invocano la buona
volontà dei santi, quando sarebbe piú opportuno fare appello a quella degli
uomini. Per essi vale solo l'autorità, la rivelazione, la parola di Dio, poiché
pongono la scaturigine dei fatti umani fuori dell'uomo, in una volontà suprema
che tutto abbraccia e tutto giudica, e spartisce il torto o la ragione al lume
di una semitica concezione del bene e del male che può valere per gli schiavi,
non per gli uomini. Noi non aspettiamo nulla da altri che da noi stessi; la
nostra coscienza di uomini liberi ci impone un dovere, e la nostra forza
organizzata lo attua. Solo ciò che è opera, conquista nostra, ha valore per
noi, diventa parte di noi stessi, non ciò che viene elargito da un potere
superiore, sia esso lo Stato borghese, o sia la Madonna della Consolata.
Non è quindi solo la ripugnanza per il rito, per l'esteriorità, per il
simbolismo ormai vuoto di ogni contenuto di fede che, a malgrado gli sforzi
dialettici di qualche abile casuista, ci tiene lontani dal cattolicismo. È
l'antitesi insanabile delle idee; l'uomo che ha acquistato coscienza della
forza della sua volontà, dell'efficacia della sua coscienza nella storia, non
vuole piú saperne della Consolata e delle sue virtú taumaturgiche. E nel mondo
cattolico ci sono ancora troppe Consolate.
(21
giugno 1916).
|