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Sessantaquattro è il numero dei consiglieri della
maggioranza. Sessantaquattresimo è il sesto preferito dai librai che lanciano
nel mercato i libri della cultura spicciola, quelli che si mettono nel taschino
del panciotto, che si offrono alle signore tra una chicchera di the e l'altra,
e si buttano via senza rimpianto, perché non starebbero bene in nessun
scaffale, accanto agli altri volumi, seri, composti, gravidi di pagine e di
contenuto. Fra i sessantaquattro ci deve essere, e c'è infatti, un
sessantaquattresimo, un tomino gingillo, un bebé dei padri coscritti, che lo
accarezzano e gli fanno festa quando è utile sfogliarlo, e lo mettono nel
taschino o in soffitta quando la sua vocetta stridula e balbettante dà noia o è
fuori luogo. Accanto alla cultura accademica dei professori come Foà, Einaudi,
Ruffini, ecc., accanto alla onniscienza squarquoia di Teofilo Rossi e di Luigi
Grassi, rappresentanti l'intellettualità libera, l'autodidattismo, la vecchia
tradizione del giornalismo piemontese un po' togato, ma battagliero, la critica
musicale e letteraria del Piemonte buzzurro, che imponeva Wagner al becerismo
fiorentino stornellaio e piedigrottaio della nuova Italia. Come l'ape della
favola ha vagato di fiore in fiore nel giardino della cultura, ma il sesto è
rimasto sessantaquattresimo. Demi-mondaine dell'intellettualità, non può
liberarsi del baco che lo rode, che lo deturpa; non riesce mai a farsi prendere
sul serio, ad uscire dalla cerchia dell'occasionale, dell'attimo fuggente, per
occupare anche un modesto posticino fra gli in quarto e gli in ottavo delle
biblioteche serie. Severo giudice dei bilanci altrui, successore in pectore
ieri di Teofilo Rossi, d'un tratto mostra il puntino nero d'un baco che lo
insozza, e la risatina degli amici, che se ne accorgono, lo rimandano nel limbo
delle probabilità. Quando pare piú assorto in un problema serio, angoscioso, la
sua attenzione divaga per una preoccupazione futilissima. Gli è che nel suo
spirito il futile e il serio, l'angoscioso e il grottesco si confondono, si
conguagliano; il baco lavora e il cervello perde la nozione dei valori. Mentre
tutti sono assorbiti nei problemi dell'ora, mentre il comune si dibatte preso
da ogni parte nella morsa degli errori accumulati in sette anni di sgoverno
rossiano, l'uomo del baco, l'ex assessore, il sindaco rientrato è travagliato
da un «essere o non essere?», che lo pone fuori di sé. Finalmente si decide,
prende la sua autorità a due mani e fa togliere dall'anticamera del consiglio
il n. 13 dei portamantelli. Sospira liberato da un incubo; ripensa ai
sotterfugi, agli anticipi d'orario, ai giochi di nascondino cui dové ricorrere
per liberare i suoi indumenti dall'influsso di quel numero fatale, gli sforzi
fatti durante i discorsi ponderosi per vincere l'afasia mentale che l'incubo
del 13 gli procuravano. Sospira il pover'uomo, tranquillato, alfine sicuro del segretuzzo
professionale che avrebbe dovuto nascondere il puntino nero del baco. Ma ahimé,
il mondo è cattivo; butta nell'immondezzaio le meline fradice, non risparmia i
graziosi gingilli, ma vuol vedere, come ogni bimbo bizzoso, come essi sono
fatti. Rimettiamo dunque anche noi il tomino in sessantaquattresimo nel
taschino del panciotto, dimentichiamo d'averlo trovato per caso in fondo ad un
cassetto polveroso, fra una monetina greca ed una miniatura falsa, mandiamolo
al balôn; ce ne daranno quattro soldi; e francamente, esso non vale di
piú.
(4
luglio 1916)
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