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Un pregiudizio. Si dice: «Parigi, la Francia della vigilia non
avevano repubblicani». Bisognerebbe dire: i rivoluzionari francesi non avevano
come fine immediato di creare la repubblica. La loro meta era piú lontana, era
piú generale; era internazionale, in fondo. La loro rivoluzione era economica —
come quella che noi prepariamo — non politica. Si voleva che fosse la borghesia
a dar legge alla produzione, che fossero i produttori di allora a creare con le
proprie mani il loro avvenire, la loro vita: la terra ai contadini che la
coltivavano, non ai signori feudali che vi andavano solo a caccia di lepri e di
belle figliole; l'industria all'industriale, non al clero ed alla nobiltà che
imponevano taglie, che volevano la loro parte — e che parte! — e inceppavano il
lavoro con balzelli, con dogane interne particolari, ecc. Ad un certo punto la
monarchia si pose in mezzo, fece gravare il suo potere per conservare lo statu
quo, e fu spazzata via. Tutti divennero repubblicani semplicemente perché lo
erano già in potenza, quantunque non fossero iscritti a quel tale partito e non
urlassero a tutti i venti ogni giorno che volevano la repubblica. Non è un
miracolo, quindi, Parigi repubblicana, Parigi che abbatte la Bastiglia o massacra gli
svizzeri prezzolati. Quando ci si pone un fine lontano, generale, che interessa
e fa muovere tutta una classe, non è un miracolo se per via, prima di arrivare
alla meta ultima, si abbatte tutta una quantità di cose, tutta una serie di
ordinamenti, che a sentire certuni vorrebbero un'azione particolare,
domanderebbero un'azione specifica, una polemica quotidiana particolare.
Perciò ricordiamo il 14 Luglio e Parigi sbastigliata. È un
insegnamento ed un corroborante.
[Trentadue righe censurate].
(15
luglio 1916).
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