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L'articolo di fondo dell'«Avanti!», che ricorda alle
sezioni socialiste l'ordine del giorno del Congresso di Ancona contro il
protezionismo e consiglia tutto un piano di propaganda contro «la guerra
economica», che si vuole inscenare a continuazione della guerra dei fucili e
dei cannoni, ci procura molti sorrisi ironici di avversari in buona e cattiva
fede. «Voi siete ancora a Norman Angell — ci dicono — credete davvero che
l'interdipendenza economica, creata dal liberismo tra Stato e Stato, sia un coefficiente
di pace; credete davvero che essere convinti dell'inefficacia della guerra a
creare nuove fonti di ricchezza, si trasformi in opposizione alla guerra. Ma
Norman Angell ha fallito nel suo programma; la guerra attuale lo prova. Il
titolo della sua opera può adattarsi meglio alla sua convinzione che a quella
dei nazionalisti, i quali dalla guerra si aspettano la ricchezza, i pingui
mercati da sfruttare, l'allargamento degli orizzonti economici e tante altre
cose».
Obiezioni di questo genere sono state ripetute, da due
anni a questa parte, in ogni occasione. L'Angell, che era sulle prime apparso
lo scopritore di una grandissima verità, pare ora a molti un imbecille
qualsiasi. Il suo pacifismo — solido perché non semplicemente sentimentale, ma
fondato sulla constatazione di uno stato di cose nuovo, creato inconsciamente
dal capitalismo, come forza economica pura, e non come spina dorsale delle
nazioni borghesi — viene volentieri confuso col pacifismo facilone, e che cade
di crisi in crisi, di E. T. Moneta. Bisogna perciò difendere e diffondere il
libretto dell'Angell, dimostrarne la perenne verità e la forza rivoluzionaria
dei suoi assiomi economici.
Non ha mai detto l'Angell che il suo libro avrebbe fatto
di colpo cessare le guerre! Ma su questo fatto si basa l'equivoco. Anzi
l'Angell sosteneva la tesi opposta: le guerre moderne, coloniali o nazionali,
succedono appunto perché la massa è in una grande illusione, e perché nessuno
si è mai data la pena di guarirnela. Egli si proponeva di incominciare l'opera
di rischiaramento; voleva che i clubs e le società formatesi all'uopo in
Inghilterra, dopo la pubblicazione del libro, facessero questa propaganda nuova
del pacifismo. La guerra europea ha travolto tutto, è vero; ma basarsi su
questo per dire che l'Angell era un illuso, sarebbe come pretendere che basti
l'enunciazione del vero perché la persuasione si formi e, ciò che piú conta,
che la persuasione diventi volontà, diventi opera.
I socialisti devono appunto proporsi questo compito: fare
che la persuasione diventi volontà, stimolo, azione rivoluzionaria. La guerra
dei fucili ha trovato impreparazione, titubanze; e ci ha travolti. La guerra
economica deve trovare energie decise ad agire, pronte allo sbaraglio,
all'azione violenta. L'accademica persuasione di una verità non basta ad
impedire il male; l'errore dell'Angell, se mai, consiste nell'aver creduto al
realizzarsi platonico di uno stato sociale, permeato dal suo pensiero e di già
insuperabile dalla volontà guerraiola. L'illusione che la guerra di qualsiasi
specie sia ricchezza, sia fattore di progresso, bisogna distruggerla, va bene;
ma bisogna anche rivoltarsi se una casta che dalla guerra può anche
arricchirsi, vuole gettare la confusione negli spiriti, e per suoi interessi
particolari impoverire anche la collettività. Soffiate nella grezza creta del
pacifismo angelliano, lo spirito rivoluzionario e la grande illusione crollerà
per sempre.
(24
luglio 1916).
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