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Non abbiamo molta simpatia per il romanticismo francese.
Le gonfiezze, le prediche sociali di Victor Hugo ci lasciano discretamente
indifferenti. Sterili diatribe, esse distruggono, ma non costruiscono neppure
dell'arte. Prodotto di un feticismo sentimentale per il «popolo» non lasciano
solco nelle coscienze, non lasciano stimoli alla fantasia creatrice. Eppure,
caduti per caso nell'aula di un tribunale, ripensiamo alle enormi, titaniche
sfuriate del romantico francese contro la giustizia dei suoi tempi, e vorremmo
avere i suoi robusti polmoni per soffiare contro queste montagne di carta
stampata che lasciano sulla fronte dei pazienti, che sfilano alla sbarra, il
marchio che li manda per sempre alla geenna dei bassifondi: pregiudicato!
Trenta minuti di discussione, quattro processi per
direttissima, quattro condanne, quattro nuovi pregiudicati. Anche i loro nomi
sono ignoti ai giudici fino all'ultimo momento decisivo. La preoccupazione
maggiore è di sbrigarsela in fretta, di poter uscire dall'aula fetida, di
respirare. Nessun senso di responsabilità. Il Pubblico ministero che, secondo i
sacri principî dell'89, tutela la collettività e deve parlare in nome di tutti
per il diritto che tutti hanno di vivere tranquilli, chiacchiera con un vicino;
quando viene il suo turno domanda un nome, scorre un rapporto di polizia,
ricorda un articolo del codice, e bolla. Il suo dovere, secondo lui, è di
condannare sempre. La polizia ha già condannato; contraddire alla polizia
richiederebbe uno sforzo, domanderebbe una persuasione.
E il caldo non consente sforzi, la fretta e la
conversazione interessante col vicino non lasciano tempo alla persuasione di
formarsi. La collettività lo paga, e lautamente, per essere tutelata; suppone
in lui quel minimo di simpatia umana necessaria per non cacciare in prigione il
primo venuto, per non creare di un onesto, che può anche aver fallito per un
momento, un pregiudicato, un refrattario che ormai non penserà piú che
all'ingiustizia subita, che ormai, obbligato dal marchio infamante a vivere in
margine, sarà preso dall'ingranaggio e diventerà il delinquente nato, a
soddisfazione dell'antropologia criminale.
Non abbiamo simpatia per il romanticismo francese. Eppure
desidereremmo che uno di quei grandi retori, di quei feticisti del «popolo»
inchiodasse alla gogna nel volume che corre fra le mani di tutti il tipo di
questi barbassori del diritto, di questi irresponsabili che vengono assunti
alla cattedra seguendo il pregiudizio che la collettività possa davvero essere
difesa da loro. Perché pensiamo che noi non possiamo subito dare una sanzione
punitiva a tanta leggerezza. Perché vorremmo, ma sarebbe pretendere troppo, che
la furia di popolo spazzasse via queste montagne di carta bollata, questi
commedianti in toga, odiosi non meno dei melodrammatici inquisitori di felice
memoria.
E allora ci basterebbe che per effetto del libro
romantico, essi fossero inseguiti, vociati per le vie come i gesuiti dai lunghi
cappelli a tegola delle vecchie incisioni. Perché, persuasi che una giustizia
veramente possa esistere, la nostra irritazione morale potesse trovare sfogo
contro queste parodie che alle menti leggere sembra dover essere tutta la
giustizia, la sola giustizia possibile.
(2
agosto 1916).
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