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Bevione scrive di Leonida Bissolati. L'«Idea nazionale»
protesta, e con ragione, perché l'apologia del socialismo e delle passate
battaglie socialiste fatta sulla «Lettura» è ripugnante o sollazzevole, a
seconda se si abbia voglia di piangere sulla bassezza morale e intellettuale
degli uomini ai quali è affidata la rappresentanza della nazione, o di ridere
sulle contorsioni acrobatiche di chi ha bisogno di assicurarsi un collegio.
Nessun socialista, scrivendo la passata vita del
neo-ministro fino al momento della sua espulsione dal nostro partito, avrebbe
potuto forse trovare frasi piú benigne, né valutare piú serenamente i fatti.
Tutto è lodato! L'adesione al socialismo dalla corrente mazziniana, la prima
opera di propaganda per il risveglio delle plebi agricole, le battaglie
parlamentari per la libertà, sono narrate con la massima simpatia. Sembra che
Bevione ci sia stato anche lui accanto a Bissolati in quell'epoca; abbia anche
lui partecipato a tutte le lotte, abbia sofferto il carcere e non mai
combattuto, vilipeso il movimento nostro. Ma oggi Bissolati è ministro e forse
domani sarà il Briand d'Italia, e Bevione gli scodinzola intorno, e ne esalta
non solo le attuali benemerenze patriottiche, ma anche le altre del tutto
opposte. Razza di giullari!
Perché non c'è piú oggi in Italia un cane d'un moderato
che abbia il coraggio di difendere le persecuzioni inflitte nei tempi passati
agli uomini nostri. Crispi?! Domicilio coatto?! Prigionieri?! Novantotto?!
Quando se ne parla ogni buon borghese si stringe nelle spalle, e sembra quasi
voglia chiederci scusa se allora, molti anni fa, vi furono dei governi e dei
ministri cosí poco liberali! «Che colpa ne abbiamo oggi noi del secolo XX? —
sembrano dire. — Già, allora hanno avuto torto, ma oggi... vedete quanta
libertà; vi chiamano perfino al governo!»
E se si ricordano i processi, le condanne di oggi: «Oh,
sono uomini questi senza testa e senza buon senso, vedete... Bissolati!» Tal è
del resto il destino di tutte le grandi idee innovatrici: costare agli
assertori dolori e sacrifici, ed essere accettate dalle maggioranze
lentissimamente, onde ogni qualvolta un piccolo progresso è conquistato, già
nuove aspirazioni urgono!
La borghesia si sta accorgendo ora di quale magnifica
opera per la causa del proletariato e della civiltà umana abbiano compiuto i
primi socialisti; lo riconosce perché crede che essi non siano piú pericolosi,
e riserba tutte le sue ire contro coloro che oggi non vogliono fermarsi, ma
vogliono proseguire senza sosta, ad ogni costo, il lavoro iniziato. Certo fra
venti anni o cinquanta, qualche altro Bevione scriverà, fra il consentimento
generale, che noi anti-patriottici, traditori ecc. non avevamo poi ogni torto,
e magari riconoscerà che abbiamo bravamente saputo tener fede alla nostra idea,
a delle buone idee che saranno ormai comunemente accettate.
Frattanto è preferibile ridere! C'è tanta tristezza, tanta
oppressione, tanto sconforto intorno, che è necessario scuotere qualche volta
l'animo nostro.
Ecco Teofilo Rossi sindaco ed ecco Giuseppe Bevione
deputato: quali sforzi per rimanere a galla, quale pietoso spettacolo! Ridete.
Chi di loro si salverà? Ahimè, purtroppo per la nostra allegria, nessuno!
(7
agosto 1916).
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