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È invero la molla piú forte della storia. Ma a rovescio.
Ciò che succede, il male che si abbatte su di tutti, il possibile bene che un
atto di valore generale può generare, non è tutto dovuto all'iniziativa dei
pochi che fanno, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che
avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la
massa dei cittadini abdica alla sua volontà, e lascia fare, e lascia aggruppare
i nodi che poi solo la spada può tagliare, e lascia salire al potere degli
uomini che poi solo un ammutinamento può rovesciare. La fatalità che sembra
dominare la storia è appunto l'apparenza illusoria di questa indifferenza, di
questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, perché mani non sorvegliate
da nessun controllo tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora. I
destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli
scopi immediati di piccoli gruppi attivi, e la massa dei cittadini ignora. Ma i
fatti che hanno maturato vengono a sfociare, ma la tela tessuta nell'ombra
arriva a compimento, e allora sembra che la fatalità travolga tutto e tutti,
che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un
terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha
voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo, chi indifferente. E
quest'ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe che
apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli è irresponsabile. E alcuni
piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno, o pochi,
si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere di uomo, se avessi cercato
di far valere la mia voce, il mio parere, la mia volontà, sarebbe successo ciò
che è successo? Ma nessuno, o pochi, si fanno una colpa della loro
indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro appoggio morale e
materiale a quei gruppi politici ed economici che, appunto per evitare quel tal
male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. Costoro invece
preferiscono parlare di fallimenti di idee, di programmi definitivamente
crollati e di altre simili piacevolezze. Continuano nella loro indifferenza,
nel loro scetticismo. Domani ricominceranno nella loro vita di assenteismo da
ogni responsabilità diretta o indiretta. E non è a dire che non vedano chiaro
nelle cose, che non siano capaci di prospettarci delle bellissime soluzioni dei
problemi piú attualmente urgenti, o di quelli che vogliono piú ampia
preparazione, e piú tempo, ma che sono altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni
rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva
non è animato da alcuna luce morale; è conseguenza di una curiosità
intellettuale, non di pungente senso di responsabilità storica che vuole tutti
attivi nella vita, nell'azione, che non ammette agnosticismi ed indifferenze di
nessun genere. E bisogna perciò educare questa sensibilità nuova, bisogna farla
finita con i piagnistei inconcludenti degli eterni innocenti. Bisogna domandar
conto a ognuno del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli
pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha
fatto. Bisogna che la catena sociale non pesi solo su pochi, ma che ogni cosa
che succede non sembri dovuta al caso, alla fatalità, ma sia intelligente opera
degli uomini. E perciò è necessario che spariscano gli indifferenti, gli
scettici, quelli che usufruiscono del poco bene che l'attività di pochi
procura, e non vogliono prendersi la responsabilità del molto male che la loro
assenza dalla lotta lascia preparare e succedere.
(26
agosto 1916).
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