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In via Don Bosco. Una dimostrazione contro un proprietario
di casa che ha sfrattato alcuni inquilini, povera gente, per aver modo di
aumentare il fitto. Guardie e carabinieri circondano la casa e tengono a bada i
dimostranti, procedendo di tanto in tanto a degli arresti. Gavroche immortale è
in mezzo alla folla. Si ride degli agenti, e vuole far ridere. Demolisce
l'agente col ridicolo, il monello; vuole farlo apparire alla folla nella sua
vera realtà, di ridicolo sbirro manzoniano, che la sghignazzata plebeamente
gioconda fa squagliare, come il corvaccio spennacchiato dai pulcini petulanti.
Gavroche si pianta fieramente sulle due gambe aperte a compasso, guarda con
intenzione i carabinieri e urla, come congestionato dall'eroismo, nel suo
dialetto: «Farò giustizia io per i poveri, con le due pere che ho in
saccoccia». I corvacci si guardano fra loro: il piano strategico è subito
preparato. Due agenti in borghese si infiltrano fra la folla, e d'un tratto due
braccia immobilizzano Gavroche, e due mani lo frugano febbrilmente dopo un: Ah!
di soddisfazione. «Le mie pere — grida il monello in italiano — le pere della
mia colazione!» I due agenti si guardano esterrefatti. Due pere, due prüss
fanno schiattare dalle risa i presenti, mentre Gavroche se la dà a gambe
gridando: «Arrestare un ragazzo perché ha due pere in tasca!» I corvacci si
squagliano queti, queti, friggendo. E il delegato Donvito si morde nervosamente
i baffi: fossero state davvero due pietre! Che bel processo contro i barabba e
che condanna coi fiocchi! Gavroche immortale si vendica cosí! E i Donvito
scorbacchiati rimandano l'affissione delle autolapidi commemorative,
perseguitati da queste risate che ronzano continuamente nelle loro orecchie.
(12
settembre 1916).
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