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La morale corrente della poltroneria borghese non si
stanca dal predicare che bisogna guardarsi dai consequenziari. Cioè. È permesso
ragionare astrattamente sul bene e sul male, è permesso dire, a proposito di un
fatto concreto, che è in errore chi opera in un certo modo, e merita plauso chi
opera invece in un altro, è permesso chiamare criminoso un modo di agire, ma
non è permesso andare píú oltre. Le conseguenze individuali non bisogna mai
tirarle, altrimenti si è maledici, si è vociatoci, si è teppisti e cosí via.
Leggete nella «Stampa» di ieri l'altro, la ben quadrata risposta
ad una lettera di Dante Ferraris. Vi troverete espressioni di questo genere:
Noi riteniamo che lo spettacolo delle facili ricchezze cosi ingentemente
accumulate sulle lacrime e sul sangue della nazione, mentre tanti meno
fortunati pagano di persona e di averi, costituisca uno dei fenomeni piú
ripugnanti delle grandi guerre, contro il quale lo Stato avrebbe il diritto di
armarsi con ogni mezzo. E riteniamo, altresì, non dispiaccia al comm. Ferraris,
che quei signori i quali, valendosi dell'impossibilità dello Stato di far
diversamente, non sentono il patriottismo di andare essi stessi incontro a una
ragionevole diminuzione dei prezzi, agiscono socialmente in guisa criminosa.
Ci siamo rallegrati di vedere cosí accuratamente
imbalsamate e fasciate di pudiche foglie di fico le stesse cose da noi dette
senza ambagi di ipotesi, senza cautele di poltroneria morale. La «Stampa»
domanda scusa al comm. Ferraris di ciò che dice, non vuole che il comm.
Ferraris possa credere che quell'aggettivo «criminoso» possa adattarsi alla sua
persona. Gli individui devono scomparire, che diamine; si ragiona in ipotesi,
come ben si intende. Non è consequenziaria la «Stampa»: essa è un giornale
serio che non si abbassa al volgare pettegolezzo, al demagogico attacco
personale. Tutto ciò, non può essere che triste privilegio dei socialisti, che
si sono posti fuori della moralità nazionale, e come i briganti attendono
all'angolo delle strade, quaerentes quos devorent. E tuttavia il lettore
che segue la «Stampa» sa che lo scrittore vuole anche parlare del comm.
Ferraris, sa che la risposta non è una semplice esercitazione retorica,
accodata ad un quesito accademico proposto dal presidente amministrativo della
Fiat. Sa che il Ferraris nella lettera si difende da una accusa specifica, e
che questa accusa è solidamente ribadita. E allora? Perché la «Stampa», che ha
pubblicato a suo tempo un'intervista con un azionista della Fiat, che si era
opposto all'imbroglio contabile dell'immissione dei superprofitti nel capitale,
non dà del mentitore al Ferraris, che afferma nessuno avere sollevato la
questione nel momento opportuno? E perché non afferma esplicitamente che
«criminali» sono e il Ferraris e gli altri della Fiat, che non sono andati
«essi stessi incontro ad una ragionevole diminuzione dei prezzi»? Ma ciò, deve
essere compito nostro, naturalmente. Noi non abbiamo paura d'essere
consequenziari. Se «criminoso» è l'aggettivo che aderisce perfettamente al
fenomeno, «criminale» deve essere l'aggettivo da accompagnarsi ai nomi
individuali. Ciò che si adatta al complesso, si adatta ai singoli; è una
massima di logica vecchia quanto Aristotele. Ma la logica è lasciata ai
vociatori; la poltroneria borghese si trastulla coi fenomeni, a noi abbandona
gli individui. E non si accorge di tributarci cosí il massimo onore, e di
riconoscere a noi soli la massima consistenza storica. Poiché nella storia i
fenomeni sono astrazioni intellettuali, e l'unica realtà viva e solida è
l'individuo.
(18
settembre 1916).
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