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Sono almeno quindici giorni che io non mi sento piú io.
Sono almeno quindici giorni che sento scricchiolare qualcosa nell'impalcatura
dell'animo mio, e dubito e diffido. Che lezione per il mio satanico orgoglio!
Credere di essere un uomo morale; essere persuaso che pensiero e azione si
siano nei propri atti fusi in un blocco granitico non scalfibile dal piú
potente acido di autocritica corrosiva. Che lezione! Perché, da quindici giorni
almeno, per ogni atto che l'abitudine meccanicamente fa compiere alla persona
materiale, dei calcinacci cadono con tonfo lugubre nelle acque stagnanti del
foro interno della coscienza, e suscitano frotte di domande lancinanti: sono io
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essere morale? O non sono l'ultimo degli uomini? Dieci
sigarette, dieci pugnalate nel cuore: il fumo se ne illividisce, l'aspirazione
diventa un sibilo viperino. La costellazione delle fibrille tattili del palato
è tutto una amarezza di rimproveri pungenti. Quali occhiali frapporre fra la
retina e il mondo? Perché il mondo si intestardisce a conservarsi bello e, ad
assalire l'intero sensorio (come direbbe l'ineffabile neo-filosofo letterapertario
Faracovi) con traditrici e tentatrici sensazioni? Satana, il beffardo
sabotatore della guerra, non è in agguato solo per umili monachelle; chi si
salva dalle sue malefiche arti? Satana è nei marrons glacés. Satana è
nella chicchera di caffè dentro la quale è scivolata una quarta zolletta di
zucchero. Satana è nel grappolo d'uva rimasto in Italia dopo l'assunzione di
Filippo Meda alle Finanze. Satana è dappertutto, nel tozzo di pane semiunico,
nel vinello annacquato dopo le nuove tasse, nell'uovo che si ostina a mancare
per fare un torto personale al calmiere; Satana è in ogni miserabile nostro
desiderio. Da quindici giorni almeno Satana trionfa. Satana ci perseguita.
Satana scuote con le sue braccia nerborute l'impalcatura delle nostre
coscienze. E fa crollare i calcinacci dell'edifizio dell'animo nostro, e ne
lascia lugubramente scheletrite le travature, al freddo dell'inverno che
sopraggiunge, al freddo che ci riporta il lamento degli assiderati, dei privati
di tutto, di quelli che vedono Satana nella loro vita, nel loro sangue che
zampilla implacabilmente, nel loro cervello che si arrovescia fuori del macabro
calice del teschio. Satana non è solamente nelle belle gemme che ornano le fini
mani delle dame dei nuovi plutocrati, non è nelle ville, nei poderi, prezzo
scellerato dell'industria nazionale che si rassoda per il domani, non è nei
guadagni insanguinati dei capitalisti che preparano la nuova Italia piú
disciplinata, piú vigile assertrice del dovere. Ebbene, sí: da almeno quindici
giorni sembra crollare l'impalcatura del mio animo; ma sembra solamente. Alla
nuova tribú dei noiosi quacqueri monorimi, l'animo mio risponde con uno sputo;
se è stabilito nel libro del destino che dieci generazioni siano radiate dal
mondo che pure ha anche per esse qualche bellezza, non invidi loro la tribú dei
quacqueri una zolla di zucchero, un grappolo d'uva, e neanche un marron
glacé.
Il canto di domani tanto non sarà dolcificato dalla
limitazione odierna di zucchero.
(23
ottobre 1916).
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