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Il poeta Arturo Foà, crudelmente offeso per un nostro
accenno poco riguardoso alle sue versificature, ci ha inviato il suo ultimo
volume Mentre la guerra dura, per provarci che la «sua anima paterna può
essere tranquilla». «Ho aperto con trepidazione i miei libri di canti. Che i
miei versi, nati puri dal cuore, si fossero corrotti nelle pagine stampate come
figli traviati per le bettole del mondo? Ma i miei versi non mi avevano
tradito. Ragionavano, serenamente, della vita e della morte e della vanità di
molti discorsi umani».
Abbiamo letto il nuovo volume del poeta: e vi abbiamo
infatti trovato molte vanità. Novanta pagine in ottavo: due di indici, 44 bianche,
44 stampate, e di esse 21 stampate solo a metà (cronaca esatta, per evitare
polemiche incresciose). La nostra fatica non è stata grave, e di ciò siamo
grati al Poeta; il miglior ragionamento sulla vanità dei discorsi umani non può
essere che il bianco volontario: 44 vani e 21 semi-vani: è tutto un palazzo
moderno, da mobiliare utilmente da quell'inquilino-lettore che abbia a propria
disposizione i mobili sufficienti. I figli, nati puri, del Poeta hanno un bel
fare: non riescono ad occupare tutto. Perché questi nati puri, benedetti
figliuoli, sono bene educati, molto bene educati; camminano lentamente,
composti, pallidini, perché il papà li nutre solo di marzapane e di chiaro di
luna. È molto se riescono ad occupare 23 vani e 21 semi-vani; si stiracchiano,
gonfiano le gote, ricoprono le sparute personcine di lunghe, arricciolate
strisce di coriandolo, ma non basta. Sono troppo sottili, evanescenti,
indeterminati: hanno tutta l'aria di vanità che riempiono le vanità di fantasmi
di nebbia che sfuggono dalla finestra aperta, sotto l'azione del bel sole
primaverile, a ogni apertura di libro. Povero papà! quanta pena deve soffrire
per tenerli in casa, per impedire che vadano a traviarsi per le bettole del
mondo. Ma non peni troppo: si traviano solo le persone robuste e in buona
salute; le creature di ricotta non bevono vino, per incompatibilità di
carattere: scoppierebbero al primo bicchiere, i poverini.
Non si offenda crudelmente, di nuovo, il Poeta. La lettura
del suo nuovo libro, non può farci cambiare di parere. La poesia non è migliore
della prosa, nella nuova letteratura italica di guerra. Ha questo di diverso:
la lingua non è ridotta a miscuglio putrido di fondo da rigattiere; non ci sono
errori di sintassi; le sgrammaticature sono nel pensiero, nell'immagine; le
incongruenze sono nella fantasia, nel barocco modo di concepire del Poeta, che
non avendo niente da dire, avvolge questo niente in ampollose amplificazioni
verbose, e finge di essere un lago profondo intorbidando il limo retorico nella
pozzanghera batracica del suo ingegnuccio.
La profondità consiste, per esempio, nel dire che la
regina dei belgi guarda il suo popolo nei propri occhi (vedere qualcosa nei
propri occhi è un colmo di strabismo, profondissimo); nel dire che un popolo,
fattosi invio, viene spezzato, ma si rimpietra nei cuori, per quindi
diventare canto d'epica; nel dire che le calze preparate dalle signorine
pietose, conterranno tra maglia e maglia una parola che tremerà sul cuore
dei soldati come un bacio; nel dire che in un'urna «c'è chi c'è» e che gli
occhi sono «armati come l'armi». Le trenta pagine di nati puri, non traviati
nelle bettole del mondo, sono piene di questi profondamente stupidi
preziosismi. Poveri nati puri, che casa è la vostra; nessuna bettola del mondo
riuscirà ad accumulare tutto il pattume poetico che insozza la vostra purezza.
«Piangere nel pianto che uno piange»; «i lunghi oggi d'Egitto» che sono
per di piú «grandi, umidi, profondi»; «le chiome» che sono «di neve», i viaggi
«fantastici», le diane «fresche», le nevi « gelanti», la sera «molle e
pallida», l'amore «amante», l'ombra «simile a una larva», tutte queste immagini
sono di una fresca purezza che incanta. E non parliamo dei singhiozzi
onomatopeici, ottenuti con bisticci di questo genere: «E siano i figli che
verranno i miei — e siano i tuoi, e non i miei, ma i tuoi», e coi «te, te, te,
tu, tu, tu» graziosissimi, in fine di verso. La purezza dei nati puri si
potrebbe ancora salvare. Ma quale mai tiro birbone ha giocato al Poeta questa
sua sdilinquita indeterminatezza, questa spappolata ricotta che gli tiene luogo
della fantasia? A pagina si troviamo questi versi: «Già pende una dritta spada
— di notte, quando ti risvegli e stai», senza soggetto espresso, ciò che,
facendo almanaccare il lettore, può trarlo a identificazioni un po' impoetiche,
specialmente per il fatto che nella stessa poesia si parla di una «Gemma» che
«Come è nuova, e come è bionda!» Ma non c'è da meravigliarsi. La
retorica bolsa fa spesso di questi tiri birboni ai suoi discepoli diretti,
specialmente a quelli che di piú tenero amore la amano, che piú volentieri
diguazzano nel truogolo del sentimentalismo fatturato. Il sentimentalismo e la
pornografia sono fratello e sorella; la seconda non è che la necessaria
conseguenza del primo. O figli puri, non fidatevi dei poeti che ripetono troppo
spesso di essere puri, di non frequentare le bettole, di nutrirsi solo di
marzapane e di chiaro di luna.
(19
aprile 1917).
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