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È successo questo fatto. Mentre «un corteo di pie persone
che accompagnava il Santo Viatico per la Pasqua degli infermi» passava dinanzi alla scuola
De Amicis, dove sono acquartierati i bersaglieri ciclisti, alcuni soldati,
dalle finestre, hanno «insultato con villane imprecazioni» i passanti. I
cattolici sono fuori dai gangheri contro questi soldati, «villanzoni,
disgraziati, senza educazione, ignobili», e domandano che i superiori
distribuiscano loro una congrua razione di consegne e di carcere militare.
Comprendiamo perfettamente la santa collera dei cattolici.
Si è mancato di rispetto al loro totem, al loro tabú. In tutti i
paesi di questo mondo, i seguaci delle innumerevoli religioni, gli osservanti
degli innumerevoli culti, vanno infallantemente in collera quando si insulta i
loro totem e i loro tabú. E in tutti i paesi esistono delle leggi
che puniscono chi gratuitamente manca di rispetto ai simboli della fede degli
altri. Ma tra gli altri paesi del mondo e l'Italia c'è questa piccola
differenza. Negli altri paesi non si può insultare, è vero, ma non è neppure
obbligo riverire e prostrarsi. I simboli hanno valore per i fedeli, i totem
ed i tabú sono tali solo per i praticanti il loro culto, non per tutti.
In Italia invece il totem dei cattolici deve essere riverito da tutti; i
soldati hanno l'obbligo di prostrarglisi, hanno l'obbligo di immaginare che in
esso sia davvero sustanziata una divinità. Hanno l'obbligo di rimanere seri, di
non sghignazzare, mentre portano la mano al cappello, mentre presentano le armi
ad un oggetto materiale, a un piccolo oggetto cui assolutamente il loro
cervello, la loro intelligenza si rifiuta di prestare alcuna virtú
taumaturgica, alcuna vita trascendentale. La libertà di non riverire, di non
prostrarsi, si vendica però alla prima occasione. Obbligano a dare veramente
importanza ad una cosa che non ne ha affatto. La cosa acquisterà importanza non
solo per il saluto, ma anche per l'imprecazione. La preghiera e la bestemmia
sono le due facce di una stessa realtà: la incomprensione dell'inconoscibile.
Si prega perché c'è l'abitudine di credere; si bestemmia perché c'è l'abitudine
di non credere.
Anche l'imprecazione è un omaggio alla divinità: è una
forma di polemica, è un'abitudine polemica. I cattolici vogliono imporre
l'adorazione del loro totem, quando possono, quando riescono a dar peso
giuridico alla loro particolare forma di superstizione, impongono il saluto, la
preghiera, la pratica religiosa. È naturale che chi subisce l'imposizione
finisca per dare una certa importanza al totem e non riuscendo a dargli
importanza positiva, gliela dia negativa e lo imprechi: il fatto è che una
certa vita gliela dà, il fatto è che finisce per riconoscergli una certa
autorità. Perché mentre impreca al totem dei cattolici, non impreca ai
sassi delle vie o agli alberi dei viali, ciò che vuol dire che fa distinzione
tra il piccolo oggetto materiale tabú e i sassi e gli alberi.
Pertanto, i cattolici hanno torto ad andare in collera contro i
«disgraziati» bersaglieri ciclisti. Probabilmente i «disgraziati» bersaglieri
erano da poco ritornati dall'audizione sorda di una messa coatta. Non avevano
sentito il totem in chiesa per venerarlo; lo sentirono in istrada per
imprecarlo.
Lo scopo dei cattolici era ad ogni modo raggiunto: far
sentire il loro totem. Essi sono davvero incontentabili, lamentandosi. Si sa
che la vita è un continuo compromesso. Un gruppo vuole imporre ad un altro
gruppo una sua particolare credenza: riesce a imporne solo una parte, come è
naturale che sia. I cattolici sogliono imporre di sentire venerando: ottengono
di far sentire imprecando; conquista positiva è il far sentire. Non siano
incontentabili.
(22
aprile 1917).
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