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Bevione è uomo d'ingegno, dicono, ma ha certamente un
difetto: ne vuole fare apparire piú di quello che in realtà ne abbia. Ciò gli
nuoce e lo impiccolisce tanto che mentre è un buon riassuntore di fatti e di
situazioni politiche, quando vuole aggiungere riflessioni sue cade in enormi
contraddizioni ed inesattezze imperdonabili. Scrive il 5 gennaio: «La mentalità
dei dominatori di Pietrogrado è cosí assurda, cosí penetrata da utopie, cosí
passionale, cosí violenta che tutti gli impreveduti sono possibili». Ed il
giorno 13, compiacendosi per il discorso di Pichon, afferma che «dimostrò come
una verità luminosa ed irresistibile che i governanti russi sono fedifraghi,
usurpatori del diritto di parlare in nome degli alleati, violentatori della volontà
nazionale, indegni di accordi». Ma pochi giorni dopo è preso da improvviso
entusiasmo e scrive: «I bolscevichi, bisogna riconoscerlo, lottano con
intelligenza ed energia contro l'idealità degli avversari; l'ultimo documento
di Trotzky in cui accetta la continuazione delle trattative di Brest-Litowski è
notevole per logica e fermezza». Nel suo recente discorso alla Monarchia è
arrivato fino a dire che il programma dell'Intesa assomiglia a quello di
Zimmerwald! Chi avrebbe detto che Bevione sarebbe giunto a tanto? Per sua buona
fortuna non è ìl solo a fare di queste capriole. Anche il «Corriere della
Sera», quando sente che Kühlmann, per stabilire la validità della Dieta
artificiosa di Curlandia, dice a Trotzky: «Non avete fatto lo stesso in
Ucraina?», e questi con arguta finezza ribatte: «Ma in Ucraina non abbiamo
truppe di occupazione, né diete medioevali, né ministeri di apparenza, ma
Soviet di operai e soldati», si mette ad esclamare: «La battuta è buona; si
parla a nuora perché suocera intenda». Salvo s'intende a dirne di nuovo di
tutti i colori contro Trotzky e i suoi colleghi, non appena questi uomini
facciano o dicano qualche cosa che non sia inquadrabile nel pensiero e nella
volontà del «Corriere della Sera», o dell'on. Bevione. Questi nel suo recente
discorso parlò di libertà di grandi e piccoli popoli, mentre non sarebbe alieno
dal sacrificare la Polonia
e le province balcaniche pur di ottenere vantaggi in Occidente. Tale è almeno
l'interpretazione insidiosa, qualificata già pochi giorni or sono dall'«Avanti!»,
con altra piú efficace espressione, dell'indifferentismo dimostrato nel suo
discorso da Lloyd George per le cose russe.
Ma abbandoniamo il campo delle contraddizioni ed entriamo
in quello delle inesattezze, che potrebbero essere prova manifesta d'ignoranza
o di voluta deficienza. È troppo superficiale voler combattere il movimento
socialista senza conoscerlo. Non è conoscerlo, quando si afferma che Pichon non
ripete nel suo discorso che un articolo del leader socialista Thomas.
Ebbene appunto nello stesso giorno l'«Avanti!» racconta che il comitato della
frazione minoritaria socialista francese protesta contro le dichiarazioni di
Thomas relative all'Alsazia-Lorena, e che pochi giorni prima la Federazione socialista
della Senna aveva protestato contro di lui perché sì era messo in relazione coi
rappresentanti dell'imperialismo inglese — Lloyd George, lord Milner,
ammiraglio Smuts — e gli domandava insistentemente il nome di chi era andato a
Londra e che rappresentava. Ora può un giornalista non essere informato di
tutto ciò? O peggio ancora, per settaria volontà di parte, può fare apparire
una concordia maggiore di quella che in realtà non esista, e indurre il suo
pubblico a ignorare completamente le correnti d'opposizione? Né ci pare piú
avveduto quando vuol teorizzare sulle conseguenze della guerra: «Un senso nuovo
— egli disse alla Monarchica — si va diffondendo in questo principio d'anno,
una solidarietà sincera di spirito e di classi è in via di formazione». Noi
pensiamo tutto all'opposto. Mai come ora si è andata preparando e fucinando una
spietata lotta di classe, e non si è mai domandata tanta giustizia economica
quanto se ne domanderà dopo la guerra. Già in Russia si è fatto qualche cosa in
questo senso, ed in Inghilterra i delegati delle Trade-unions hanno già
ieri domandato la coscrizione della ricchezza. In Italia le masse sono
obbligate a tacere, causa museruole, guinzagli e minacce da un lato, lusinghe e
parvenze di concessioni e provvedimenti statali provvisori ed illusori
dall'altro, ma non è detto che rinuncino a presentare i conti dei sacrifici
imposti e subiti ed il mantenimento delle promesse fatte, anche se vi fosse il
proponimento di eluderle. Invece Bevione calcola nella solidarietà dopo tanta
compressione. Ma facciamo punto, che altri troppi commenti ci spunterebbero
d'attorno al suo discorso.
(27
gennaio 1918).
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