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C'è stata la proposta d'un uomo di buona volontà, che
desidererebbe restaurare l'equilibrio della propaganda. Esaminiamo la proposta,
e la buona volontà.
Proposta: un'accademia, cento o duecento socialisti
ufficiali da una parte della sala, cento o duecento (!?) socialisti riformisti
dall'altra; un tavolino, due o quattro, o sei, ecc., oratori; argomento: la
guerra. Non si capisce cosa c'entrino i riformisti nella rottura
dell'equilibrio, ma lasciamo andare: se essi si autonominano rappresentanti
autorizzati e responsabili della classe borghese e dello Stato borghese, non possiamo
che prendere atto e passare all'ordine del giorno: ognuno ha le sue debolezze.
Cosa si guadagnerebbe? Gli oratori socialisti a chi
parlerebbero? Cosa può importar loro il convincere duecento (!?) riformisti?
Esistono i riformisti in quanto tali, o non sono un puro atto arbitrario del
pensiero, una pura possibilità grammaticale, in quanto qualsiasi nome proprio
può essere accompagnato da un aggettivo qualificativo? È il riformista un uomo,
o non è esso solo un'astrazione dello spirito pratico? È il riformista un
cittadino, o non è egli solo un avvocato, un industriale, uno scribacchino che
assume un'etichetta politica per meglio consumare i suoi affari? Sono i
riformisti passibili di pensare, di comprendere il pensiero degli altri, di
spietrificare il loro cervello, di imprimere, nel disco fonografico che tiene
il posto della materia grigia entro le pareti craniche del loro scheletro,
questa semplice frase: è possibile che ci sia chi non è riformista?
A che servirebbe dunque l'accademia? L'equilibrio ideale
non è stato rotto tra socialisti e riformisti, ma tra socialisti e Stato
borghese, e noi non abbiamo affatto intenzione di fare dei sermoni allo Stato
borghese, e ai suoi ministri responsabili per indurli a diventare bravi, a
concederci la libertà di polemica e di propaganda. Notiamo volta per volta ciò
che ci pare interessante tra le manifestazioni della vita borghese, e, per
quanto ci è concesso, cerchiamo di promuovere delle spinte ideali dal basso in
alto: perché le libertà sono solo tutelate dalle energie sociali organizzate,
non dai riformisti e neppure dallo Stato, se non apparentemente.
Veniamo alla buona volontà del proponente. Essa risulta
dall'attività svolta finora: attività diffamatoria, questurinesca. Né poteva
essere diversamente. Noi comprendiamo benissimo che il ristretto clan
interventista non possa che svolgere solo questa attività: lo disprezziamo ma
lo comprendiamo. È un'intima necessità logica. C'è un fine particolare da
raggiungere: perché ciò sia è indispensabile che tutte le forze materiali siano
mobilitate: la mobilitazione delle forze morali richiederebbe troppa fatica e
troppo tempo, e non ne sarebbe certa la riuscita. E allora si scatena la
campagna diffamatoria, questurinesca. Siccome non è un ideale, che si vuole
realizzare, ma un fatto contingente, non si opera universalisticamente, ma
contingentemente. A che pro persuadere, se si può far tacere? E si fa tacere in
tutti i modi, con la galera, con l'intimidazione, col ricatto: domani, i numi
ci penseranno; come dal pervertimento e dalla stortura attuale possa ritornarsi
alla pacifica convivenza, non si vede, e non ci si preoccupa di vedere; quale
ammoniaca possa far svanire l'ebreità attuale, nessun responsabile prossimo o
remoto si preoccupa di pensare e inventare.
E dato tutto ciò: dato che il riformista non è uomo,
perché non sente l'umanità negli altri, non è cittadino, perché vorrebbe
togliere le prerogative della cittadinanza agli altri, dato che non siamo
sicuri che il riformista esista in sé se un altro non lo pensa come tale,
arriviamo alla piana conclusione di credere che la buona volontà del proponente
l'accademia sia solo buona volontà di togliere dalla circolazione cento o
duecento socialisti, per infrazione del decreto Sacchi e per delitto di
disfattismo, e portare poi la carniera rigonfia di tanta fresca selvaggina a
spasso per le sale e i palcoscenici, a farsi applaudire al suono della marcia
reale e dell'inno di Garibaldi.
(12
febbraio 1918).
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