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Un assiduo manda alla «Sentinella delle Alpi» una lettera
in cui è contenuta questa piacevole narrazione:
L'altra sera, nel tragitto
da Torino a Cuneo, in un compartimento di seconda classe il calore era tale, e
il buon funzionamento della valvola tanto (o i molti milioni stanziati per
riparazioni dove se ne vanno?) che non solo il ristretto spazio era immerso in
una vera nube di vapore, ma che questo ad un certo punto, a contatto dell'aria
fredda che veniva ogni tanto aprendosi lo sportello nelle singole stazioni, o
anche semplicemente toccando la volta del vagone, ch'era, per la neve, gelida,
si condensò in forma di pioggia. Prima fu ad un angolo, poi ad un altro, vicino
ai regolatori. Lo sciagurato che sedeva sotto, prima si stupiva, poi si
dimenava, in ultimo abbandonava il comodo sedile, tra i sorrisetti maligni dei
compagni di viaggio. Alla prossima stazione un ingenuo saliva, vedeva il posto
d'angolo vuoto, se ne impadroniva come di una gran fortuna: figurarsi ora che
si viaggia stipati come acciughe! Ma di lí a due minuti, stessa farsa; stupore,
esclamazioni: «Ma qui piove?» «Macché», risponde la compagnia ancora illesa,
già in attesa del nuovo merlo, il quale, di lí a poco, abbandona il campo anche
lui.
Finalmente però cominciò a
piovere in tutto il compartimento, sicché si vide una signora flemmatica aprire
l'ombrello e finire cosí il viaggio tra l'ilarità dei passeggeri.
Passiamo agli archivi questo sollazzevole documento delle benemerenze della
burocrazia italiana. Una volta tanto i cittadini devono aver dovuto esclamare,
con convinzione non retorica: «Piove, governo ladro!» Gli studiosi di
psicologia popolare ne tengano conto per la storia della fortuna dei motti e
dei proverbi piú diffusi.
(24
marzo 1918).
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