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Il giudice Emanuele Pili non è senza storia, come gli
uomini e i popoli felici. Ma la storia del giudice Emanuele Pili ha una lacuna;
iniziatasi col protagonista autore drammatico, riprende ora col protagonista
«ragionatore» di sentenze, e riprende con una gloriosa e strenua pugna: il
«ragionamento» della sentenza per i fatti di Torino, che nell'ultimo numero
della «Gazzetta dei tribunali» il misuratore di crani prof. Vitige Tirelli
qualifica «dotta».
Benedetto Croce ha scritto: «Chi ha pratica dei tribunali
sa che molto spesso un magistrato, presa la decisione e stabilita la sentenza,
incarica un suo piú gio6 [dodici righe e
mezzo censurate]. E il giudice giovane ha fatto sfoggio di dottrina; e il
giudice giovane — poiché nella prima gíoventú aspirava alla gloria di Talia e
dedicava le sue fresche energie intellettuali a scrivere commedie nei vari
dialetti di Sardegna e non poté studiare tutti i risultati delle ultime
ricerche sulla natura del diritto e delle costituzioni — ha ragionato [una
riga censurata] nella sentenza dei fatti di Torino, rovistando nei vecchi
cassettoni, rimettendo alla luce tutti gli imparaticci scolastici del primo
anno universitario, quando ancora si frequentano le lezioni e si prendono gli
appunti.
[Venticinque righe censurate].
Gli sono estranee le correnti del pensiero moderno che
hanno ringiovanito tutta la dottrina dello Stato e del Giure — superando le
concezioni puerilmente metafisiche della dottrina tradizionale, degli
imparaticci da scoletta universitaria — colla riduzione dello Stato e del Giure
a pura attività pratica, svolta come dialettica della volontà di potenza e non
piú pietistico richiamo alle leggi naturali, ai sacrari inconoscibili
dell'istinto avito, alla banale retorica dei compilatori delle storiette per la
scuola elementare. Il «ragionamento» del giudice Pili è solo una filastroccola
di banalità retoriche, di gonfiezze presuntuose: esso è il ridicolo parto di un
fossile intellettuale, il quale non riesce a concepire che lo Stato italiano
almeno giuridicamente (e come giudice questa apparenza della realtà doveva solo
importare al «giovane» da tribunale) è costituzionale, ed è parlamentare per
tradizione (l'on. Sonnino è gran parte dello Stato attuale, ma crediamo che il
suo articolo Torniamo allo Statuto! non sia ancora diventato legge
fondamentale del popolo italiano): [cinque righe censurate]. La
«dottrina» del giovane da tribunale infatti si consolida (!) in esclamazioni
enfatiche contro chi ha «resistito» o è accusato di aver resistito: non cerca
(come era suo compito) di dimostrare, alla stregua delle prove concrete e
sicure, un delitto per passare l'esatta commisurazione alla sua entità di una
pena contemplata nel codice. No, il «giovane» vuole sfoggiare, come una
contadina ricca del Campidano di Cagliari le vesti multicolori che hanno
servito alle sue antenate per le nozze e per decine e decine di anni sono
rimaste seppellite in un vecchio cassettone a fregi bestiali e floreali tra lo
spigo e una dozzina di limoni: e sfoggia tutti i vecchiumi, tutti gli
scolaticci dei vespasiani giuridici chiusi per misura d'igiene pubblica.
Il giudice Emanuele Pili ha scritto una commedia
dialettale: Bellu schesc' e dottori! (che bel pezzo di... dottore!)
L'esclamazione potrebbe essere la conclusione critica della lettura di una
sentenza, cosí com'è il titolo di una commedia.
(20
ottobre 1918).
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