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Toh! finalmente lo rivedo. È piú che mai repellente. Ma è
proprio lui in carne ed ossa. Ecco: S. E. trascina la sua noia di uomo scontroso
nei laboratori degli indumenti militari ove il clericale Zaccone sta
immortalandosi. Vedo che intorno al capo del governo strisciano ancora le piú
nauseanti e lombricali adulazioni, il presidente sorride di un sorriso
indefinibile: è ironia, o compiacenza? Chissà?
Ma eccolo, eccolo lí quel picco empiastro di scetticismo e
di egoismo dappresso all'uomo di governo, eccolo a proferire le sue adulazioni
— l'on. Quindicilire. È il vice presidente del comitato di preparazione e magna
pars del comitato contro lo spionaggio; è quegli che invocava in una
riunione di allievi ufficiali i fulmini contro di noi nemici interni; è il
direttore di una grande formidabile azienda cooperativa socialista; è l'on.
Nofri, il politicante, il trafficante che non crede piú nemmeno al riformismo,
che fra tante brutture dà ancora l'operosità inquieta e nostalgica di Angiolo
Cabrini e l'abnegazione di Leonida Bissolati.
L'on. Quindicilire non crede piú a nulla; o meglio non
crede che all'ingenuità di quei proletari torinesi che gli assicurano uno
stipendio di viceministro.
Conosco un altro riformista torinese temutissimo e
odiatissimo, fautore fervido delle opere di assistenza per i fratelli colpiti
dalla guerra; questi ha saputo dignitosamente astenersi dai festeggiamenti dei passati
giorni. Io guardo il caso Nofri prescindendo dal riformismo e
dall'interventismo: lo riguardo di per se stesso, come un'espressione della
miseria politica e morale di un uomo che non sa comprendere la delicatezza
della sua situazione. O con noi o contro di noi. È l'imperativo categorico di
tutte le fedi vere e profonde e sentite. L'on. Quindicilire non sente, vegeta;
guadagna quasi come un ministro, conciona per la guerra e crede di adempiere a
tutti i suoi doveri civici versando quindici lire per le opere di assistenza.
Non sente e irride all'angoscia di quel partito che lo
«mantiene» e che in questi giorni ha dovuto fare violenza alle proprie forze
per rattenerle, per non lasciarle disfrenare in una protesta clamorosa.
Vorrei fare una proposta; vorrei proporre una
sottoscrizione per racimolare quella somma solo per la quale, senza nocumento
per la nostra azienda cooperativa socialista, è possibile mettere alla porta il
corteggiatore, il lacchè di S. E., nonché mantenuto dal Partito socialista torinese;
metterlo alla porta dell'edificio di viale Stupinigi, a pedate nel sedere.
Ecco il trattamento che ormai il mantenuto si merita:
calci nel sedere.
(3
febbraio 1916).
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