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Lettel è incorreggibile. Ne abbiamo già illustrate le
deficienze intellettuali e morali in un «corsivo» che ebbe un vero successo,
poiché non vi è a Torino un cane che abbia per questo piccolo idiota almeno un
po' di commiserazione. E benché sia poco soddisfacente ritornare ad occuparci
di questo mascalzone, è bene farlo, soprattutto perché nei piccoli fatti si
rivelano meglio gli uomini e lo spirito animatore dei direttori e dei loro
grandi giornali si manifesta nella cronachetta, piú che nei solenni articoli
calcolati e levigati.
Ieri i giudici torinesi hanno trovato modo di infliggere
due anni e sei mesi di reclusione a due operai, Riccardo Zampillo e Pietro
Campo, ritenuti responsabili di una sassaiola contro i vetri d'una conceria,
avvenuta a Borgaro nello sciopero generale del maggio scorso. E Lettel sulla
«Gazzetta del Popolo» usa questo frasario: «Gli scioperi sciagurati, alcuni
illusi, i pesciolini rimasti al solito nella rete (che sarebbero i due
imputati), i veri responsabili che sfuggirono (che saremmo naturalmente noi)».
La «Gazzetta del Popolo» ha dato del processo un resoconto falso perché ha
taciuto una parte di quanto ne è risultato. Scrive il giornale interventista e
non democratico, dicono, quanto il «Popolo»:
Questi (lo Zampillo) subito
si mise a fare opera di pacificazione gridando che per carità smettessero di
tirar pietre, e si convenne che il direttore lascerebbe uscire gli operai, ma
che però potrebbe continuare lo scarico urgente di un carro e che gli
scioperanti cesserebbero la sassaiola. E cosí avvenne.
I carabinieri iniziarono le indagini; queste si concretarono in
un'istruttoria contro Riccardo Zampillo e Pietro Campo, questi reduce ora dal
fronte dove è stato ferito, imputati di violenza privata, di lancio di sassi, e
di violenza contro il direttore. Ieri alla quinta sezione si discusse la causa.
Risultò che lo Zampillo non tirò affatto pietre, che davanti alla scamosceria
fece opera di pacificatore, ed in quanto al Campo anche qualche dubbio fu
elevato sulla sua effettiva partecipazione al lancio delle pietre. Il P. M., pur
lamentando che il codice punisca troppo severamente questi reati, chiese tre
anni di reclusione per entrambi, ecc. ecc.
E la «Stampa», la citiamo apposta perché qualche imbecille
[non] ci trovi da ridire, diede un resoconto obiettivissimo.
Lettel è naturalmente padronissimo di servire chi gli
assicura, nella sua incapacità di esercitare la propria professione, un pezzo
di pane nel modo che ritiene piú conveniente, è padronissimo di sfogare tutta
la sua bile di uomo impotente e finito, è padronissimo di incastrare nella sua
prosetta sgrammaticata e idiota le solite diffamazioni, che ormai solamente
ripetono piú i parroci nelle montagne e i cronisti nel giornale della
tradizione boteriana, ma noi siamo anche padroni di dirgli e di ripetergli:
«piccola carogna». Tanto alla «Gazzetta del Popolo» non usano né dare i conti
né rispondere o querelare chi li attacca.
Ed il giornale che vanta la sua democrazia, che predica la
concordia, che trova naturalissimo che oggi un tribunale infligga due anni e
sei mesi di reclusione ad un soldato tornato ferito dal fronte, dove né Lettel
né Orsi, né Bevione vanno, e che rimastica contro i socialisti gesuiticamente
le sciocchezze diffamatrici, fa schifo.
Evidentemente essi, che sono i pesci grossi, calcolano di
non rimanere nella rete.
(4
febbraio 1916).
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