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È quella tal delicatissima cosa che ognuno sarebbe
imbarazzatissimo a definire. Complesso di sensazioni di ribrezzo, di nausea per
certi atteggiamenti fisici e morali che variano di volta in volta e di persona
in persona, pur mantenendo immutato il nome. Se fossimo scienziati della scuola
positiva e muovessimo nelle nostre ricerche di sociologia sperimentale fin
dalla preistoria, potremmo sostenere la cinica tesi che il pudore, secondo la
cosí detta filosofia del linguaggio, era ed è ancora la reazione fisica del
nostro organismo per certi spiacevoli odori, e l'imperativo categorico che il
ritegno e la vergogna impone di non far sentire e vedere agli altri ciò che
dispiace a noi stessi. Ma siamo piú modeste persone. Cosí nel mio odio per le
tesi paradossali ammetto senza discussione che il pudore esiste ed è una cosa
molto delicata e rispettabilissima.
Non posso ammettere però che possa esistere il pudore in
astratto, come entità trascendente uomini e cose, perché altrimenti dovrei
riconoscere che tutti gli uomini non fanno che continuamente oltraggiare questa
nuova divinità giuridica. Eppure il codice, tanto caro in questi suoi articoli
a tutti i pruriginosi Gigioni del nostro paese, lo ammette e lo salvaguarda.
Tanto che i giudici, siano essi anche popolari, arrivano a conseguenze
addirittura strabilianti. Vedete ciò che è capitato al repubblicano Chiavassa.
Egli ha cercato di strangolare la sua amante cacciandole in gola il piú caro
pegno d'amore, le rosee mutandine, e i giurati hanno ammesso la totale
infermità di mente, e l'hanno mandato assolto. Ma il disgraziato non solo aveva
fatto del male alla viva, concreta persona umana di Marta Mottura, aveva anche
oltraggiato l'indefinibile ed evanescente divinità Pudore, e allora l'infermità
di mente non è valsa piú di zero, e i giurati l'hanno implacabilmente
condannato. In tutto ciò esiste un'assurdità che dovrebbe saltare agli occhi di
chiunque. Poiché diritto e procedura dovrebbe essere la cosa piú concreta e piú
palpabile di questo mondo. Tanto concreta e palpabile che ricordo non aver
offeso il mio senso comune, sebbene mi abbia fatto ridere, il caso di quel vecchietto
che denunciò un giovanotto per offesa al suo pudore, e riuscí a farlo
condannare perché pare che, buontempone, cogliesse proprio il momento di essere
visto dal querelante per abbandonarsi ad esposizioni di cattivo gusto (il caso,
se bene ricordo, fu proprio riportato umoristicamente nell'«Avanti!»
dall'allora compagno Silvano Fasulo). Ma il Chiavassa di chi aveva offeso il
pudore? Forse della sua amante? O questa non aveva fatto viceversa? E allora
non sarebbe ora che certe cose fossero contemplate nel codice senza tanti
pregiudizi e con un senso piú vivo della realtà? Nel Medioevo si imbastivano
processi anche contro gli animali che avevano in qualche modo offeso l'Iddio
dei cristiani. Tanto era vivo il senso dell'esistenza fuori della coscienza umana
della divinità che anche gli esseri irragionevoli erano tenuti responsabili del
sacrilegio. Ci pare che per il pudore si sia ancora nel Medioevo. Non si
ammette che esso esista fuori della coscienza umana e dei singoli individui a
tal punto che si ritiene colpevole e meritevole di una sanzione punitiva anche
colui che nello stesso istante è ritenuto irresponsabile di un delitto commesso
a danno della carne e delle ossa di una donna che vive, mangia, beve e veste
panni?
(12
febbraio 1916).
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