|
La guerra ha fatto nascere un nuovo genere letterario: la
conferenza patriottica. I giornali cosí chiamano almeno tutti quei discorsi che
prendono come spunto un fatto o un altro interessante la cultura o la storia,
l'ovattano ben bene di parole d'occasione e lo servono caldo caldo al pubblico,
perché ne tragga persuasione di una tesi e viatico spirituale per questo
tremendo periodo che attraversiamo.
Noi siamo persuasi che i fatti dovevano rimanere tali
anche in tempo di guerra, e che la storia e la cultura sono cose troppo da
rispettare perché possano essere deformate e piegate dalle contingenti
necessità del momento. La verità deve essere rispettata sempre, qualsiasi
conseguenza essa possa apportare, e le proprie convinzioni, se sono fede viva,
devono trovare in se stesse, nella propria logica, la giustificazione degli
atti che si ritiene necessario siano compiuti. Sulla bugia, sulla
falsificazione facilona non si costruiscono che castelli di vento, che altre
bugie e altre falsificazioni possono far svanire.
Qui a Torino abbiamo sentito in questi ultimi mesi un
numero cospicuo di conferenze e di qualcuna abbiamo fatto giustizia senza pietà
e senza rimorso. Ma ce n'è rimasto in fondo all'animo una specie di nausea e di
disgusto. Perché abbiamo trovato che questa guerra ha dato modo alla democrazia
facilona e chiacchierona di rimettere in circolazione e di attossicare gli
spiriti con tutti quei luoghi comuni che tanta fatica avevano durato i
socialisti per cacciar via e sradicare. Per molte di queste ragioni la
democrazia è la nostra peggiore nemica, è quella con la quale dobbiamo sempre
essere pronti a fare a pugni, perché intorbida il limpido distacco delle
classi, e vorrebbe quasi diventare le molle della carrozza che servono a far
pesar meno sulle ruote il carico dei passeggeri e ad evitare gli scossoni che
possono far ribaltare. Non che le conquiste democratiche non siano
desiderabili, ma devono esserlo solo come mezzo e possibilità di piú rapido
sviluppo, e non già come fine ultimo della storia. Devono insomma diventare
strumenti della lotta di classe e non motivi per sdilinquimenti ed
abbracciamenti generali. Bisogna constatare che la propedeutica della guerra è
fatta su motivi e su chiave democratica, e che la democrazia abusa un po' troppo
di questa sua posizione per lanciare nell'arringo uomini che meglio starebbero
nell'ombra, perché nulla essendo nessuna parola nuova possono dire, nessuna
volontà fattrice di storia possono creare. A Torino c'è stato un vero diluvio
di personalità e di personcine democratiche. Tutte le sciocchezze hanno detto,
tutti i luoghi comuni. E ben farebbero i proletari a frequentare di piú i
ritrovi per conferenze. Ne ritrarrebbero lo stesso insegnamento che gli
spartani traevano dalla vista degli iloti ubriachi. Senza contare che si
farebbero un po' di sangue buono quando la fortuna concedesse loro uno
spettacolo simile a quello che al salone Ghersi ha dato il prof. Romano.
(19
febbraio 1916).
|