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| Antonio Gramsci Sotto la mole 1916 - 1920 IntraText CT - Lettura del testo |
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LA CAMPANA
Il gergo barabbesco si è impadronito della parola santa, l'ha ricreata, le ha dato un contenuto proprio, fantastico, che non potrebbe essere meglio espresso. Compare è già un'altra cosa; indica piuttosto la complicità morale, è piú generico, meno plasticamente vivo. Piú ancora di palo, rigidamente statico, legnoso, senza voce e possibilità di richiamo, campana fa subito pensare alla vigile anima sonora del bronzo, che squilla, suona a martello, lancia nello spazio i suoi rintocchi ammonitori che avvisano del pericolo lontano. Pippo il guercio, Pinot gambelunghe, campane principi, che conoscete le malinconiche lunghe soste agli angoli delle vie buie nelle notti nebbiose, la vostra onorata fama di guappi ha un temibile concorrente. Egli è il cardinale arcivescovo, il santo presule che passa per le vie del suo ovile, rosso di tutte le fiamme della vergogna, e con gesto stanco tende la mano grassoccia alla folla di curiosi che s'inchina e bacicchia l'anello, sigillo di iniquità e di frodi. Piantata all'angolo di via Garibaldi, questa ribalda campana vigila a che i saccomanni non siano disturbati nella loro rapina di cose sacre. Il questurino scivola lentamente e evita di intervenire; e la donna di marciapiede, la democrazia imbellettata di via Quattro Marzo, ammicca furbescamente e tace prudente. La clientela è scarsa e non conviene turbare il poco commercio con inopportuni sbandieramenti di sacri principi. Le nostre sassate hanno un po' turbato le facce pallide dei vari padri Fort, che hanno già piantato l'accampamento nella chiesa dei SS. Martiri, e fra l'orma delle pedate di S. Giulia e il pellegrinaggio al Santuario di S. Ignazio, incominciano a tessere le ragnatele, in cui cadranno pingui eredità, passaporto per il paradiso di tremule anime aristocratiche, il cui corpo è tarlato irrimediabilmente dal fuoco corrodente del vizio e del peccato, e gli oboli dei politicanti che gioiscono della nuova possente colonna su cui la buona causa potrà in avvenire appoggiarsi. Ce lo dice una delle facce pallide, fermando il suo obliquo passo silenzioso sotto le navate deserte. Essa non dubita dell'identità dell'interlocutore. La censura ci ha abituato ai silenzi, bianchezza verginale; il gesuita crede alla nostra parola, si sbottona, comprendiamo, fiducioso. Fiducioso e con un sorriso sulle labbra sottili di discreto trionfo. Leggi dello Stato, proteste di cittadini, voti di consigli comunali, rumori mondani cui egli tende appena l'orecchio; la campana lo protegge e al momento opportuno i cittadini taceranno, la giunta troverà che tutto va bene perché il diritto canonico è stato osservato, e lo Stato continuerà come prima a non far osservare le leggi. La campana non ha vibrato, non ha avvisato di pericolo alcuno, ed è una buona campana, che sa il fatto suo e prende a cuore gli interessi dei suoi buoni amici. E il batacchio è a Roma in mano del generale, in mano alla congregazione del Concilio, che hanno le braccia lunghe e sono tanto influenti, tanto cari e diletti anche a chi si adorna del serpente verde e del grembialino massonico. Nelle labbra sottili vive sempre il sorriso indefinibile di sicurezza, di trionfo. È vero però che altre volte altri battacchi hanno suonato a Torino, a martello e a festa, e non fu lieto suono quello che diedero le benedette terga dei discepoli di Loyola. (28 giugno 1916).
IL PROFUMO E IL DECOTTO
Anacleto Morra, assessore della città di Torino, a malgrado del nome prosaicamente filisteo, si è rivelato uno squisito esteta. I frequentatori del Valentino devono ringraziare tutti i numi dell'Olimpo del fortunato caso che ha posto Anacleto Morra sul seggiolino che cosí degnamente ha mostrato di coprire. Egli è uomo dai larghi orizzonti, dalle vedute aperte e geniali. In questi tempi di industrialismo sopraffattore, di utilitarismo volgare, egli, discepolo finora ignorato di Ruskin, prende parte per la Bellezza disinteressata, per il profumo di tiglio contro il decotto di tiglio. Qualcuno ha protestato contro l'assessore. Si afferma che in tempo di guerra il decotto ha maggiori diritti del profumo, e che i frequentatori del Valentino avrebbero con rassegnazione sopportato il sacrifizio dei fiori di tiglio, pensando al ristoro che il decotto avrebbe arrecato ai soldati giacenti negli ospedali e pensando inoltre che la vendita dei fiori doveva andare a benefizio all'Ufficio per la confezione di indumenti ai soldati che combattono. Ma l'assessore conosce meglio di chiunque lo spirito dei suoi amministrati. Sa che non bisogna domandare sacrifizi collettivi a chi non è disposto a fare il proprio dovere individuale. La collettività, perché anonima, non arrossisce del proprio egoismo. Ogni giorno il municipio sospende qualche sussidio a famiglie di richiamati, perché i denari sono pochi e la sottoscrizione si è arenata. La borghesia torinese non vuole scomodarsi. La sua frigidità la dimostra in ogni modo, ogni giorno. E la giunta, che accumula in sé tutti i difetti della borghesia che rappresenta, non vuole forzare la mano, non fa nulla per educare al sacrifizio, anzi non sente neppure la possibilità del sacrifizio, perché non può vivere di nessun entusiasmo. Arriva sempre in ritardo in ogni manifestazione nazionale. Felicita prima Cesare Rossi per il sottosegretariato che Cadorna per la ripresa di Asiago, Cesare Rossi che non ha altro titolo municipale se non quello di essere fratello di Teofilo. Si preoccupa dei cittadini che non devono essere privati «del gradevole profumo che dai viali del corso Massimo d'Azeglio si espande nel parco del Valentino, e ne forma in questa stagione una delle piú gradite attrattive», piú che dei soldati che aspettano indumenti e decotti. Salvo alla prima occasione a lanciare un nuovo appello reboante per intenerire le borse ammaestrate da questi esempi magnifici. La giunta è un ramo secco della vita di Torino. Non rappresenta piú nessuno; assunta ai seggiolini come fulminea risposta al socialismo negatore della guerra di Libia e tentante la riscossa proletaria nel giugno 1914, non sente il dovere di eccitare ora la borghesia al sacrificio che la sua volontà guerresca ha imposto a tutti quanti e specialmente agli irresponsabili. La borghesia, per bocca dell'assessore Anacleto Morra, elude i suoi doveri piú immediati, dobbiamo ricordarcene. E fa pagare cari i decotti di tiglio mancati per non privare i fannulloni del delicato profumo che da corso d'Azeglio si spande su tutto il Valentino. (30 giugno 1916).
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