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| Lodovico Muratori I figli dell'arricchito IntraText CT - Lettura del testo |
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Sala riccamente mobiliata in casa di Riccardo. Sopra una consol vi sarà un orologio grande. Nel fondo la comune; a destra degli attori le camere di Elena, a sinistra quelle di Eugenio.
SCENA PRIMA
Riccardo passeggiando pensoso, Gaspare allo scrittoio, quindi Paolo.
Gas. Così è signore, come ella vede, quest'anno le sue rendite hanno aumentato di cinquemila franchi sull'anno scorso. Pao. (entrando) Illustrissimo. Ricc. Il Conte mio figlio è levato di letto? Ricc. Andate a vedere (richiamando) Guardatevi dallo svegliarlo se ei dormisse. Pao. (s'inchina e parte a sinistra, quindi torna) Gas. (seguitando) La buona coltura attivata sulle terre che la S. V. ha ereditate dal Commendatore Alberto Albani comincia a dare.... Gas. Chi? Ricc. (con impazienza) Mio figlio! Gas. Il Sig. Conte sarà andato al riposo molto tardi... Ricc. Si sa! Un giovinotto libero di sè, pieno di danaro, deve divertirsi. Ricc. Mia figlia è già in piedi, ed egli..... Questa bestia di Paolo non torna. Ricc. Sì, caro Gaspare: non vado da me per non dargli soggezione. Gas. (Sembra impossibile che un cuore duro come il suo, pei figli poi.... Ma già anche le tigri..... (entra a sinistra poi torna) Ricc. (sorridendo) Che impasto incomprensibile è l'uomo. Io non avrei raccolta una corona di conte o di marchese se fosse caduta fra i miei piedi, anzi ho sempre riso malignamente di quei cotali che van pettoruti per così fatti titoli, in ispecie poi di quelle vecchie casate che si reggono su coi puntelli dei debiti: Eccellenza, m'inchino; Principe il mio profondo ossequio; Duca sono vostro schiavo.... E poi volgeva le spalle per non far loro una risata sul mostaccio. Ed ora io stesso ho speso non poco per comperare una contea al mio Eugenio, e quando posso dire: dite al Conte mio figlio.... È un impasto curioso, è un grande impasto! Gas. (entrando) Il Sig. Conte è sveglio e sta bene. Pao. (entrando) Il Sig. Conte finisce di vestirsi e viene. Ricc. Dite al cocchiere che attacchi. Pao. Sarà obbedito (parte dal fondo) Ricc. Favorite farmi chiamare mia figlia.
Ricc. (lo abbraccia) Come stai? Eug. Sì? Non vi ho fatto caso. Eug. No. Mi volevate? Ricc. Voleva domandarti se questa mattina sei libero, se volevi venire a trottar meco? Eug. Sì, sono libero.... Cioè no. Attendo a far colezione con me Arturo, un mio compagno di Roma ove studiammo insieme: è un giovane che sa tener bene in mano la matita ed il pennello. Ah! se voi mi aveste fatto seguitare a coltivar la pittura per la quale sentiva una vivissima inclinazione, adesso potrei anch'io dipingere dei quadri che mi procacciassero la stima delle persone. Ricc. Fanciullagini! Io sono ricco, e de' quadri te ne puoi comperare senza avere la noia di farteli da te. Circa la stima poi assicurati che ciò che fa più stimare nella società è il danaro. Tu oltre a quello che avrai da me, hai pure la dote di tua madre.... Insomma tu puoi e devi eclissare tutti gli altri giovani, e sfoggiare proporzionatamente al titolo che ti ho comperato. Eug. Non dubitate, signor padre, che sarete obbedito: spenderò a piene mani. Ricc. Piano, piano.... Ricordati che io non ammetto altre spese che quelle che ti facciano fare buona figura, che si vedano, che si sappiano. Non giuoco, non.... capricci Eug. Ma vestiario, cavalli, scommesse.... Ricc. In ispecie quando vi sia probabilità di vincerle. Eug. Non dubitate, che quando mi capita il destro, tento sempre di umiliare questi nobilotti spiantati. Ricc. È quello che io desidero. Eug. Essi fanno meco gli schizzinosi perchè mio nonno era ferraio. Eug. Ma se si conoscessero i nonni di tutti! E vorrebbero pormi sotto a' piedi perchè la mia nobiltà è in fasce. Ricc. E senza un pane che è peggio. Eug. Ma hanno trovato in me chi sa rendere il contracambio. Ricc. Se tu vuoi chiuder la bocca a questa gente, sai che devi fare? Dà loro da pranzo.
Ele. Mi volete? Ricc. Tuo fratello ha un'appuntamento in casa, ma tu potrai venir con me? Oggi non ho voglia di far niente: andremo.... dove vuoi. Hai delle spese da fare? Ele. No. Ricc. È maraviglioso! E perchè non ti compri un abito come quello che portava ieri la signora Claudia, con quelle magnifiche guarnizioni ponsò? Eug. Vi pare? Quella è roba da.... Ele. Voi sapete che io ho stabilito dopo la morte di mio marito di non togliermi più il nero. Ricc. Queste sono le storielle che contano tutte le vedove. E poi credi che starai molto a rimaritarti, con quello che hai del tuo, e con quello che ho intenzione di darti io? Ele. Io rimaritarmi? È impossibile. Ricc. Già, impossibile.... (ad Eugenio) con quelli occhi.... Ele. Io vi dico seriamente che sono risoluta. Ricc. Allora come le vedove indiane dovevi viva viva gittarti sul rogo del marito. Ma benchè le nostre femine vadano raccogliendo mode da tutti i popoli e da tutte le età, pur tuttavia ti assicuro che nessuna donna imitando le indiane giammai si svenerà sulla salma del.... Ele. No.... non è niente. Ricc. Maledetto quando ho parlato! Amavi dunque molto quel vecchio?.... Ricc. Oh, questo è indubitato. Eug. È naturale, padre mio, una moglie virtuosa ed affezionata come Elena, non può udir con piacere celiare sul.... Ricc. Va va dunque a vestirti, che andremo a comperare degli abiti neri, se così vuoi, e perdonami se non volendo ti ho afflitta. Ele. (Quale supplizio!) (entra nelle sue camere) Eug. Cara Elena! Ella mi rammenta in tutto la mia buona madre. Ricc. Eugenio.... Elena conviene sorvegliarla, essa ha qualche segreto affanno. Eug. È poco più di un anno che perdemmo la madre, ella era tuttora afflitta della perdita di un marito rispettabile.... Ricc. Anche troppo. Eug. Come? Ricc. Io trovo più logico il credere che ella invece di piangere per un marito morto, pianga per un amante vivo.... Eug. Ma.... Ricc. Cerca di scoprir terreno.
Pao. (a Riccardo) Un Signore chiede della S. V. Pao. (entra un momento, quindi si ripresenta alla porta). Ricc. (seguitando) Io sono alquanto scettico e.... Ma va a fare la tua toilette se attendi questo amico a colezione. Ricc. Ti ritroverò in casa quando torno? Eug. È facile (entra a sinistra) Ricc. (a Paolo) Chi è che mi vuole? Pao. Un vecchio signore che si chiama Anselmo Ripalta. Ricc. Il Barone?.... Va, e digli che io non sono in casa.
Ans. (sulla porta) È permesso? Pao. (avanza le sedie e parte dal fondo) Ans. Perdonatemi se v'incomodo. Ricc. È un onore che io non mi aspettava (del quale avrei fatto di meno volentieri.) Ans. Nei pochi mesi che io sono nel vostro paese.... Ricc. Questa è la seconda visita che mi regalate. Io non tornai.... sono tanto occupato! Ans. Non era il vostro incomodo che io da voi desiderava. Ricc. Già, voi allora desideravate, se non erro, che mi accomodassi con quel tale incisore.... Ricc. Sicuro! Riprendendo quel che mi doveva a piccole rate mensili, mentre io aveva la sentenza per fargli vendere quella sua casetta. Ans. Che voi comperaste. Ricc. Uno dovea essere il compratore, e per colui era indifferente chi fosse. E se poi sapeste quanto vi ho speso.... Sì, feci un bel negozio. Ans. Intanto egli non lavora più perchè è divenuto cieco. Ricc. Vedete se era il cuore che me lo diceva di fargli vendere la casa? Come avrebbe potuto pagarmi? Ans. Ma io non intendeva parlarvi di lui e della sua famiglia che stenta nella miseria. Ricc. Mi fa specie che stenti con tanti ricchi protettori che egli ha: voi per esempio. Ans. Come aveva l'onore di dirvi, non è questo quello di che io desiderava favellarvi. Ricc. (Cambia discorso! Tutti così questi pietosi umanitari! vogliono fare il bene, ma colla borsa altrui.) Ans. Voi, sig. Riccardo, foste l'amico del commendatore Alberto Albani; voi l'assisteste ne' suoi ultimi momenti di vita, ed egli vi diede larga prova del suo affetto col lasciarvi ogni suo avere. Ricc. È vero: questo palazzo, alcuni tenimenti.... Egli era un ottimo uomo. Ans. Io credo facesse benissimo nello scieglier voi per erede. Ricc. Oh certo, certo Ans. Tuttavia egli avea un fratello. Ricc. Che non gli sopravvisse che di pochi giorni. Ans. Ma questo fratello lasciò un figlio, il quale correva in quell'epoca la sorte delle armi. Questo nipote era colui che avrebbe ereditato i beni del Commendatore. Ricc. Io credo che ognuno sia padrone di lasciare il suo... Ans. Non vi ha che dire: pur tuttavia io credo che l'acerbità del male in quelli ultimi momenti della vita avesse turbata la memoria del vostro amico, tanto che egli scordò fratello e nipote, che sempre gli erano stati cari. Ricc. Sbagliate. Egli lasciò loro 15,000 franchi. Ans. E che cosa è questa somma, mentre voi che eravate nulla per lui ne ereditavate forse 300,000? Ricc. Ebbene Signore, che cosa volete concludere da ciò? Ans. Io voglio concludere, che voi che tanto bene riceveste dal vostro amico, non dobbiate permettere che l'unico suo congiunto seguiti a stentare la vita; che voi dovete insomma aiutare il nipote di Alberto? Ricc. Uno scapestrato! un vagabondo! Perchè non seguitò a servire nell'armata?.... Bella idea sig. Anselmo! Io dovrei coltivare i suoi vizi e la sua poltroneria?.... Fatichi, fatichi!.... Ans. Pensate che la sua condizione non gli permette... Ricc. E che ha che fare la sua condizione? si mangi allora la sua condizione. Ma grazie al cielo oggidì non vi ha altra nobiltà che quella del danaro. Non è così? Ans. Io attenderò per ringraziare il cielo che non vi sia altra nobiltà che quella dell'ingegno e dell'onore. Ricc. È forse egli che vi manda quì? Ans. No, ve ne dò la mia parola. Egli è abbastanza orgoglioso per.... Ricc. È pure orgoglioso codesto spiantato? Già è la lue che scorre per le vene di tutta la casta. Insomma io debbo rispettare l'ultima volontà del mio amico; e se facessi altrimenti potrebbe anche qualche audace credere, che so io.... che forzassi il Commendatore a nominarmi suo erede, e che ora per un rimorso.... Ans. Il timore delle dicerie del mondo non deve rattenervi dal fare il bene. Ricc. Ognuno la vede à suo modo. Io mi sono tracciata la via. (con compiacenza) Ad Eugenio ho già comperato una contea: dopo spero fargli ottenere qualche carica: dopo un buon matrimonio.... Ricc. Dopo dovrò pensare alla sorte de' miei nepoti. Io voglio che molti o pochi che sieno, abbiano tutti una fortuna. Ans. Dopo ciò converrà, io credo, morire. E nel dare il suo addio alla vita, unico conforto è poter dire: io passai su questa terra senza nuocere ad alcuno, anzi stesi la mano al mio simile che soffriva, e non porto nella tomba la maledizione degli uomini. Ricc. Questa è poesia, sig. Anselmo. Quando spezzato un elemento di questa nostra macchina, che chiamiamo uomo, il sangue arresta il suo corso; finisce la febbre della vita, e tutto insieme ad essa finisce. Ans. Tutto? Ricc. Tutto! Ans. Ne siete certo? Ans. Questo pensiero non vi farà dormir tranquilli i vostri sonni, sig. Riccardo, e vostro malgrado la mente vi andrà sempre ripetendo: e se non fosse? Ricc. Guardate: son già bianchi i miei capelli.... Non è più tempo che io tremi per cotali larve. Ans. Sig. Riccardo, io vi compiango. Ricc. Io vi son grato, ed altrettanto fo di voi, sig. Anselmo. Ans. (partendo) Nulla dunque farete per questo giovine? Ricc. Io penso che fra le tante fantasie alle quali và soggetta la testa dell'uomo, la più comune, e forse anche la più incomoda, si è quella di volersi a forza introdurre nei fatti altrui, sotto la maschera della carità, dell'amore; ma per taluni ciò è un bisogno, una passione irresistibile, un male. Non parlo per voi, sig. Anselmo, poichè io sarò sempre e tutto del piacer vostro, eccettuato in ciò che mi avete richiesto questa mattina. Ans. Sig. Riccardo, io non parlai per il mio bene, ma per il vostro. Seguitate, seguitate per cotesta via, e vedremo un giorno se è la via che conduce alla felicità.
Eug. Non mi sbaglio?.... È il sig. Anselmo.... Non sapeva che conosceste mio padre. Godo molto di sapervi amici. E la vostra sig. Nipote sta bene? Eug. Poichè ebbi la fortuna di conoscerla a Roma ho mille volte avuto il desiderio di tornare a tributarle il mio ossequio. Ans. Non s'incomodi sig. Conte. Riverisco (parte) Eug. La prego de' miei complimenti alla sig. Atala. Ricc. Conosci il Barone di Ripalta? Eug. Ci siamo incontrati insieme per viaggio; poi ho trovato sua nipote Atala a Roma in una riunione serale, altre volte nelle gallerie, nei musei; e sempre ho concluso nel modo medesimo, cioè che Atala è la più simpatica, la più adorabile di tutte le vedove della terra.
Pao. La carrozza è pronta. (parte) Ricc. (Le parole di colui mi stanno fitte nella testa come tante lame d'acciaio. (è per partire macchinalmente) Eug. Non mi dite nulla? Mi lasciate così? Ricc. (lo abbraccia commosso e distratto). (E se fosse? mi disse.) Eug. Voi siete turbato.... Che avete? Ricc. (rasserenandosi a stento) Nulla, Eugenio, nulla (partendo) (Si sacrifichi tutto per il bene dei figli). (parte) Eug. Mio padre non è di buon umore. Già di queste nuvole ne passano spesso sulla sua fronte.
Pao. (posa delle lettere e dei giornali). Eug. (guardando) Il giornale delle mode. Portalo al solito. (Glie lo dà). Pao. Comanda altro, sig. Conte? Eug. (scorrendo una lettera). Rammenta la colezione appena giunge il mio amico, e di far quindi insellare i due cavalli. Eug. (seguendo a leggere) Che caro amico! Non può stare senza vedermi.... teme che io stia male.... Vi è un poscritto (legge piano) Che? mi chiede un'imprestito di 200 franchi. Ora capisco il tuo amore! Mi sono insopportabili queste finzioni. Se egli avesse senza tanti preamboli chiesto il denaro, forse glie lo avrei imprestato, benchè mio padre mi abbia proibito di dare agli amici. (straccia la lettera e ne apre un'altra) Un nuovo giornale che si propone di dire la verità (ne apre un'altra) Non vale la pena di abbuonarsi, perchè non camperà un mese. (legge) «Illustrissimo signore e mio buon padrone colendissimo» Chi scrive? «Marco Marocchi» Non lo conosco «Sia ringraziato il cielo!» Ringraziamolo pure «I grani della provincia sono quasi tutti nelle mie mani» E a me che importa? «Se tutti gli altri sapranno fare come me, quest'anno manderemo il pane alle stelle, e noi empiremo il taschino. Potrebbe essere che con l'ultimo treno di oggi o col primo di domani dassi una sfuggita; ma se io non venissi V. S. mi mandi al più presto il danaro che le chiedeva nella mia di ieri l'altro. In questa congiuntura mi fo ardito di pregarla di far passare un franco per mio conto a quella povera famiglia che io soccorro, e di far recitare delle preci pel buon andamento dei nostri negozi.» E chi è questa schiuma di birbante? Quest'empio, questo ladro? Ma egli non può scrivere a me (guarda la soprascritta) «Al Sig. Riccardo Grippi» A mio padre? Ed io l'ho aperta! Questo è uno scherzo.... una mistificazione, direbbe un francese.... Mio padre è tanto galantuomo e guai a chi gli scrivesse così! Potrebbe essere una coincidenza di nomi....
Eug. Venga, venga. Mostrerò questa lettera a mio padre, (l'intasca) egli forse capirà con qual fine è stata scritta.
Pao. (introduce Arturo e parte) Eug. Puntualissimo. (si stringono la mano) Art. Ma dimmi un poco; sono proprio a casa tua? Tutto questo palazzo è roba tua? Eug. L'ha ereditato mio padre. Art. È dunque molto ricco tuo padre? Ora capisco perchè con tante belle disposizioni, pure non sei divenuto artista. Tu avevi il benedetto babbo che pensa a tutto, e finchè vi è il babbo si rimane sempre piccini. Eug. È forse la provvidenza, mio caro, la quale a chi dà il danaro, a chi l'ingegno per procacciarsene. Art. E che a te forse manca l'ingegno? Ma sai tu a che cosa somiglia l'uomo? Art. Non è vero. L'uomo somiglia alla pietra focaia: il suo genio non scintilla se non quando viene battuto dal ferro della necessità. Ecco perchè i grandi uomini sono stati tutti disperati come noi, cioè come me. E che fa tuo padre? Art. Ah, è vero! Siccome io non possiedo alcuna terra, all'infuori de' miei vasi di fiori che ho sulla finestra, così non penso mai che vi sono coloro che vivono senza guadagnare. Eug. Ma egli ha faticato la sua parte: fu militare e nel 1848 era capitano tesoriere. Dopo la guerra chiese il congedo. Art. Capitano tesoriere in tempo di guerra! è un bel posto. Art. Perchè.... perchè mentre gli altri corrono il pericolo di portare a casa qualche palla, il tesoriere non corre altro pericolo che di portare a casa la cassa. Anche io fui militare; ma non tesoriere. Eug. Mio padre ha avuto dopo delle eredità, ha fatte delle ottime compere, dei negozi.... Eug. È uno di quegli uomini fortunati... Art. Che se pure si gittano dalla finestra cadono in piedi. Eug. Io poi non mi sono mai impacciato degli affari, e sono stato quasi sempre lontano da casa. Prima in collegio, poi ho viaggiato, poi sono andato a Roma a studiare, e non è un mese che io mi trovo stabilmente in famiglia. Art. E tuo padre ti ama molto? Eug. Moltissimo! tutte le sue cure sono per me e per mia sorella; non vive che per noi, e sacrificherebbe pure la vita per risparmiarne un'affanno. Egli pensa ad amassar danaro, e vuole che io pensi a spenderlo. Art. È giusto: ognuno in famiglia deve aver le sue attribuzioni. Eug. Amico mio, che bella cosa è il danaro! Quante soddisfazioni si possono prendere; quanti visi superbi si fanno arrossire; quante altiere fronti si fanno piegare. Art. (con sprezzo) Se il danaro non dovesse servire che a ciò, sarebbe la cosa più disprezzabile che fosse uscita dalle mani.... dell'uomo. Eug. No, no, Arturo; ed io stimo molto più il danaro perchè mi porge occasione di dare delle prove massiccie della mia leale amicizia. Arturo, io sono ricco, e tu meriti di esserlo: la mia borsa è a tua disposizione. Art. Gli antichi dicevano: amici fino all'ara; ed i moderni dicono: amici fino all'oro; ma tu per me varchi generosamente questi confini, ed io ti ringrazio di cuore, e rifiuto. Art. Se non altro per esserti sempre amico: chè quando ti dovessi qualche cosa, non potrei liberarmi di essere il tuo adulatore, il tuo servo. Eug. Ebbene, rispetto la tua delicatezza; ma non potrai rifiutarti di eseguire il mio ritratto. Eug. Ed io te lo pagherò 500 scudi. Art. (un poco offeso) Ho dipinto ritratti anche per 50 scudi. Art. (con alterezza) Lo fo gratis. Art. È quella dell'uomo frugale avezzo a contentarsi di tutto, avezzo a non dover niente ad alcuno, ed a riconoscere ogni sua cosa dalla provvidenza e dalle sue fatiche. Amico mio, non vi sono che gli artisti che possano sentire di essere veramente liberi, di essere uomini. Eug. Hai ragione, la vita dell'artista è la più bella. Art. Guarda per esempio i dottori di medicina. Essi debbono lisciare le loro pratiche, specialmente le ricche, e quando logori per l'età e per i vizi, costoro muoiono, tutti gridano: è quella bestia del medico che l'ha amazzato; se poi guariscono.... chi sa chi gli ha salvati. Gli avvocati, poveretti, se vogliono lavorare gli convien vedere le cause giuste o ingiuste come le vedono gli occhi dei loro clienti; potrebbero essere altrettante caste Susanne per l'onestà, pure non si salverebbero mai da qualche epiteto disgustoso. I militari devono cassare il verbo volere dal loro dizionario: han voglia di ciarlare, e suona il silenzio; vorrebbero dormire, ed ecco la sveglia; stan facendo all'amore, e batte la ritirata. Di più veggono sempre in prospettiva di andarsi a far squartare ora per i turchi, ed ora per quelle brutte figure dei chinesi, e tutto ciò per quanto? per due soldi al giorno! I ricchi vivono sempre fra i timori, sono circondati da cavalieri del dente, la noia gli uccide, e gli conviene di vedersi pacificamente derubare dai fattori, dai maestri di casa e da tutto lo sciame dei ladri domestici detti servitori. - Io invece mi levo la mattina e saluto il sole che spunta sull'orizzonte; m'infilo le pantofole, la veste da camera ed il mio berretto alla greca. Mi pongo a lavorare, se mi piace; vendo i miei quadri, quando mi capita l'amatore; se sto in quattrini mangio in trattoria, se sto a stecchette m'ingegno in casa. La sera poi bevo il mio punche con i miei compagni, mi rallegro, diciamo delle follie; e quando senza pensieri mi sono steso nel mio letticciuolo, smorso il lume, ed al buio tanto è la mia cameretta, quanto la reggia dello Czar. Così non fo salamelecchi ad alcuno, e la falda del mio cilindro non s'ingrassa collo scappellarmi d'innanzi a questo e a quello: io saluto tutti colla mano, ed il cappello resta sempre saldo sulla testa come una piramide. Pane, gloria, e non servire ad alcuno, ecco ciò che ha l'artista, ed è appunto quello che vi vuole per esser felice! Ora fammi portare un bicchier d'acqua zuccherata, perchè mi si è asciugata la gola.
Paolo ed un'altro Servo (portano una tavola ove è imbandita con molto lusso una colezione, vi saranno bottiglie di vini forestieri e fiaschetti di vino nostrale che si porranno sopra altra apposita tavola)
Serv. (dà in tavola quando occorre, e quindi si ritira nel fondo per lasciare altrui in libertà). Art. Sì, in guanti più o meno bianchi. Eug. Arturo non lo crederai, ma io t'invidio. Art. Lo credo benissimo, poichè io sono più felice di te. Eug. Adesso che lavori di bello? Art. Ho fatto molte copie di un mio quadretto che tutti vogliono comperare. Eug. E che rappresenta? Art. Appunto. Nel momento che filava e cuciva fra le sue ancelle, e Tarquinio.... Ma se non isbaglio il mio naso mi dà avviso che vi sono dei filetti ai tartuffi. È il mio boccone favorito. Eug. Siedi dunque, e dopo colezione faremo una cavalcata. Monti a cavallo? Art. Mi ci arrampico alla meglio. Resta convenuto che tu questa sera pranzerai con me. Eug. Ma.... Art. Allora ti pianto fra i tartuffi e me ne vado. Art. Ti prevengo sai, che nel mio pranzo non avrai vini forestieri. Eug. Non ne bevi? (gli versa dello sciampagna). Art. Sì, quando mi capita l'occasione; ma non vi spendo io. Perchè mandare ogni anno buone migliaia di franchi all'estero, quando l'Italia ha tanto vino d'affogare dentro mezza Europa? E poi un Lambrusco, un Lacrima, un Marsala, ed i buoni vinetti che bevemmo a Roma: ti ricordi? Art. Est Est di Montefiascone: che roba! Ma che cosa gli manca ai nostri vini? Eug. Un pò di catrame sulla testa, un pò d'argento sul collo, una etichetta rasata sulla pancia.... Art. E molta impostura nell'interno (corre a prendere un fiaschetto di vino). Prendo quei fiaschetti là. Almeno sarà vero succo di uva. (bevono) Eug. (facendosi pensieroso) Tu col nominarmi Roma mi richiami delle memorie... Eug. No. Eug. Sai tu chi è venuto questa mattina da mio padre? Art. A proposito di Roma? Il Colosseo. Eug. Io tentai di farmi invitare in casa sua. Art. Egli non si occupa di ciò: è sua nipote che fa tutte le carte. Io vi vado qualche volta. Anzi oggi appunto è il compleanno della signora Atala, e questa sera vi sarà riunione. Vuoi tu che io chieda il permesso di condurti? Eug. Oh sì! Tu mi faresti un gran regalo. Art. Eh, sì che!.... Infatti una sera in Roma passeggiando al pallido chiarore della luna, nel mentre che io cicalava col sig. Barone, tu, furbo, camminavi vicino alla vedovella, e notai certe tue smanie.... e se non erro, non venivano disdegnate. Art. Sicuro. E parlando e smaniando giungemmo... Art. No, sul Campo boario (si levano da tavola) Eug. Tu dunque notasti?.... Ti ricordi?.... E credi che?... Art. Niente, fuorchè avresti un nembo di rivali. Eug. Sì? Art. E chi è che mira l'occhio ardente e le pallide guancie di Atala e non la desidera? Eug. E chi sono le persone che la frequentano? Art. Il Marchese Odoardo Albani sembra veduto di buon'occhio.... Ma la scarsa fortuna di tutti coloro che vanno dalla bella vedova gli porrà un sigillo alla bocca: niuno di essi può aspirare alla mano di quella ricca dama. Eug. Oh, tu mi fai rinascere tutte le mie speranze. Eug. Io l'amo, l'amo colla forza di un cuore affettuoso che per la prima volta sente una vera passione. Art. Misericordia! chiamo i pompieri. La cosa è seria? Art. Caccia questa passione dal cuore. Ella è nobile, e tu....
Pao. Quando il il Sig. Conte vuole montare a cavallo.... Eug. Io. Art. Tu sei?.... Davvero?.... E allora!.... Art. Ma certo. Eug. (abbracciandolo) Arturo, ella sola potrebbe farmi felice! Art. Una donna può farti felice? Oh illusioni della vita.... artistica! (partono)
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