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| Lodovico Muratori I figli dell'arricchito IntraText CT - Lettura del testo |
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Salotto in casa di Anselmo, mobiliato con qualche lusso. Due porte nel fondo: quella a destra degli attori conduce nella sala di ricevimento; quella a sinistra è la comune. A destra degli attori, di fianco, una porta che dà nelle camere di Atala. Fra le due porte di fondo una consol con sopra molti eleganti canestri e mazzi di fiori freschi. Avanti vi è un tavoliere per giuoco con scacchiera: in fondo piccola tavola tonda.
SCENA PRIMA
Atala ed Elena preceduta da Luigia.
Ata. (andando incontro ad Elena che entra per la comune) Ma sei tu Elena, proprio tu? Non mi aspettava davvero questa bella sorpresa. Ele. Hai ragione: ma devi sapere che io non esco mai. Ata. Fai male. Levati il cappello. Ata. Ma come? La tua prima visita vuoi farla come quella del medico? Luigia, da sedere. Ata. Io credeva che tu volessi troncare affatto la nostra amicizia. Ele. E perchè mai? Vedi che mi sono rammentata che oggi è il tuo compleanno, e sono venuta ad augurarti mille di queste giornate. Ata. Quanto mi hai fatto piacere! E fu appunto di questa giornata che noi ci conoscemmo laggiù in quell'orrido paesaccio, ove tutte due eravamo andate a marito. Ele. È vero, il mio povero sposo, che era amico del tuo mi condusse a ballare in casa vostra. Ata. Ma tu allora eri tutt'altro. Franca, leggiera ne' tuoi movimenti; i tuoi belli occhioni scintillavano, eri una Giunone; e adesso, vai a capo chino, cogli occhi bassi, le parole ti cadono dalla bocca... Ma che cos'è? che cos'è questo cambiamento? Ti scuoterò ben'io, sai! Abbiamo forse dei piccoli segreti? Ele. Ho perduta in due anni madre e marito, e non ti pare bastante per?... Ata. Circa la madre, sta bene; ma per il marito, l'ho perduto anche io.... e l'uomo che non è eterno, non può serbare un eterno dolore: e quel che dico per l'uomo vale tanto più per la donna. Dimmi un poco.... e non abbiamo niente in moto? Ele. Come? Ata. In moto di.... non capisci? Ele. Mi sembra già di averti detto quando tu venisti a trovarmi.... Ata. Che come Didone, volevi serbarti fida alle ceneri di Sicheo.... finchè non venga un Enea. Ah, vedi che mi è riuscito di farti ridere? Ele. Adesso tocca a te.... Hai nulla per le mani? Ata. Una vedova ci ha sempre qualche cosa: tu faresti l'eccezione, se ti credessi. Ata. Ma no!.... Fra costoro che frequentano la mia casa vi è qualcuno che mi ha buttata là qualche parola... Ma figurati, sono quasi tutti uomini di età.... e noi sappiamo che cosa sia un uomo di età. Non mancano perciò di galanteria tutti i miei amici (si alzano e vanno a vedere i mazzi di fiori) Vedi la gentil cosa di fiori che mi hanno inviato. Ele. Formata di bottoncini di rose. Ata. (prendendo un mazzo) Questo mazzetto è del Barone Vanni: discende d'antichissima famiglia, è molto dotto nelle lettere, e benchè assai vecchio, è piacevolissimo quando è di buon'umore; ciò non accade sempre perchè la letteratura nel nostro paese frutta poco, e della baronia non gli è rimasto che il nome. Ele. E questo colla tua iniziale? Ata. (fingendo non udirla prende un'altro mazzo) Quest'altri fiori sono del Cav. Romani, uno dei migliori artisti dell'epoca nostra: uomo rispettabilissimo.... Ele. Ma di questo non vuoi dirmi nulla Ata. Di quello coll'A composta di rose? Ele. Scommetto che non è di un vecchio. Ata. Infatti.... mi sembrava avertelo detto. Ele. No, niente affatto. Ata. Quello è.... ma tu lo conosci, lo ricorderai... Ele. Chi? Ata. Quel giovane Uffiziale che si trovava di guarnigione colaggiù: il Marchese Odoardo Albani... Tu lo conoscevi bene? Ele. (con leggera emozione che subito si dissipa) Ah, sì.... mi ricordo.... lo conobbi in tua casa. Ata. Brava. Era amico di mio marito. Ele. Ed anch'egli è nel numero di coloro?.... Ata. Ma.... così.... Certo che egli mi mostra delle premure.... mi ha fatto capire, povero giovinotto, che desidererebbe.... Ele. E che ostacolo può esservi? Non siete voi liberi? Ata. Egli è molto superbo, e siccome, lo sai, io sono ricca. Ata. No, Elena mia, doveva ereditare, ma poi.... insomma è poverissimo. Del suo ha poco, e la pensione che gli è stata assegnata..... Perchè saprai che riportò una ferita? Ele. Sì, l'ho udito dire. Sicchè egli è l'eletto del tuo cuore? Ata. Ti dirò.... non lo vedo di mal'occhio; ma l'eroe dei miei sogni amorosi era un altro..... Basta, quelli non furono che sogni, e di questi sogni noi donne ne facciamo spesso. Egli certo non pensa a me, ed io non voglio pensare a lui. Ele. Atala, tu hai una gran fortuna. Ata. E quale? Ele. Di poter dire al tuo cuore: voglio pensare a quello o a quell'altro. Ata. Amica mia, come si fa? conviene fare di necessità virtù.
Luigia, quindi Arturo in ascolto e dette
Luig. (si presenta dalla comune con un grandissimo mazzo di fiori in mano) Luig. Mi è stato proibito di parlare. Ata. Scommetto che viene da parte di Baldi. Art. (uscendo) Bravissima, avete indovinato! Ata. Baldi mio, ma quello è un giardino, una foresta, non è un mazzo di fiori. Art. È un mazzo gigante, gigante come la felicità che vi auguro (a Luigia) Tenetelo da conto. Luig. Conviene cercare una botte per porvelo in fresco. (parte col mazzo di fiori) Art. Ho devastato tre giardini sui quali corrisponde il mio studio, per presentarvi questa bazzecola. Ne avrete dei più eleganti del mio; ma più voluminoso di quello, lo giuro per il mio pennello, non lo troverete. Esso è degno di una prima ballerina.... nella sua serata di beneficio. Ata. Meritereste che io vi dessi del matto.... Ma invece vi darò i miei ringraziamenti. Art. Una donna amabile come voi, tutto quel che dà è ben dato. Ata. (ad Elena piano) Vuoi che io te lo presenti? Ele. No, è tardi, vado a casa: tornerò. Ata. Presto? Ele. Prestissimo. (saluta Arturo e parte accompagnata da Atala fino oltre la porta.) Art. Molto. Se Paride doveva scegliere fra voi due, rimaneva col pomo in mano. Guardandovi, io mi sentiva venire un desiderio.... Art. Di dipingere un quadro: l'incontro di Venere e Galatea sull'onde del mare. Ata. Ah, noi vi sembravamo quelle deità? Art. Eccettuato il costume, che disgraziatamente era tradito. Ata. Siete un .... (minacciandolo con grazia.) Art. Lo so. E come si chiama la vostra amica? Art. Derossi?... Ed il suo nome da fanciulla quale era? Art. Sappiate che questo fratello è il Conte di Rionero; ma un anno fa si chiamava.... Eugenio Grippi. Vi siete fatta rossa? Ata. Io? no! Art. Vi rammenterete quel giovanotto che io a Roma presentai a vostro Zio ? Quello col quale una sera passeggiammo.... Art. Ah, vi rammentate della luna? Ata. Oh , per la memoria non la cedo ad alcuno. Art. A proposito di memoria, sapete voi perchè io abbia tanto sollecitato a venire? Debbo chiedervi il permesso di presentarvi questa sera.... Ata. Caro Baldi, voi lo sapete, io non amo d'ingrandire il mio circolo, e.... Art. Basta così, non se ne parli più. Art. Affatto! Ora vado da Eugenio a dirgli... Art. Che mi aveva pregato con tanta insistenza; ma voi avete ragione, non volete ingrandire il vostro circolo, ed io vado subito.... Ata. Un momento! Vi preme molto di condurlo? Ata. Sentite.... quando sia per far piacere a voi.... conducetelo. Art. Spieghiamoci bene : devo condurlo per far piacere a me o a voi? Ata. A voi! Art. Proprio.... proprio a me? Art. Basta così! Per far piacere a me , è convenuto, e anzi vi sono obbligato (prende il cappello e s'avvia) Lo ricevete per me, e grazie tante. Art. Non ho ancora le corna (via) Ata. Egli è il fratello di Elena e verrà fra poco. Ha preso il titolo di conte....
Ans. Ti ritorno la sottoscrizione che mi hai dato per il povero Giulio Veronesi, il tuo protetto (le consegna un foglio) Ata. Cioè, il nostro protetto. Ans. Egli è nella mia camera, e vorrebbe ringraziarti e in uno farti i suoi auguri. Ata. Verrò allora (guardando il foglio) Ans. A tuo comodo, egli si trattiene. Ata. Vi siete sottoscritto per 100 franchi?.... Ans. Non mi hai detto, figliuola mia, che il danaro che io destinava per farti un piccolo presente in questa giornata, lo dessi invece.... Ata. Ma 100 franchi... Io credeva di fare l'offerta maggiore dando questo braccialetto (posa il foglio sopra la piccola tavola tonda e vi pone sopra il braccialetto) Ans. Atala, tu non sai quanto mi consoli nel vederti così pietosa verso gl'infelici. Se tutti i ricchi dessero a' poveri una centesima parte di quel danaro che gittano in tante frivolezze; non vi sarebbe più la miseria ed i mali che spesso ne derivano, la prostituzione ed il dilitto. Ciò forse gioverebbe molto più degli ergastoli e della morte esemplare.
Luigia e detti, quindi Barone Vanni e Cav. Romani, dopo un Servo.
Luig. Il sig. Barone Vanni, ed il sig. Cav. Romani. Ata. Entrino. Luigia fa portare qualche lume. Servo (con candellieri e candelabro acceso; posa i primi sul tavoliere da giuoco, e l'altro sulla consol, quindi parte) Rom. Amabilissima sig. Atala, gradite i miei sinceri auguri per questo bel giorno, che si rinnoverà cento volte e sempre pieno di ogni felicità. Ata. Grazie Cav. Romani. E voi, Barone Vanni non mi dite nulla? Van. Io aborro di far le cose che si fanno perchè le fanno tutti. Questi auguri a scadenza come le cambiali, queste esagerazioni: cento anni di vita, senza quelli che già avete: tutte le felicità, e tutti sanno che la felicità è una speranza senza fondamenti. Insomma voi sapete che ho per voi stima ed amicizia, e dovete essere sicura che in ogni giorno indistintamente vi desidero tutto il bene possibile, quindi è che non voglio dirvi nulla. Avreste la bizzaria di offendervene? Ata. No, no, Barone mio. Cavaliere ho ricevuto il vostro gentil presente (indicando i fiori) Van. L'inverno che manda fiori alla primavera. Ata. Ed anche il vostro Barone Vanni. Rom. Dunque tu pure hai mandato?.... Van. Ho mandato... perchè ho mandato. Ans. Oggi è una delle vostre cattive giornate, Barone? Van. È una cosa che avrebbe fatto uscire del manico chiunque. Ma come? Si fanno quattro edizioni del nuovo cuciniere francese; coi romanzi tradotti si arricchiscono i librai: ed io che scrivo una istoria vera, notate, ed in buona lingua italiana, dovrò vendere un terreno, anzi il solo che mi è rimasto, per pagare l'editore!
Luigia e quindi il Marchese Albani
Luig. Il sig. Marchese Albani. (via) Ans. Avanti, Marchesino.... Alb. Io sperava d'essere il primo. Ata. E pure vi è stato chi ha avuto più premura di voi. Alb. Non lo crediate. Io sarei venuto questa mattina; ma con tutta pulitezza mi diceste.... Ata. Che la mattina sono troppo occupata, nè posso ricevere. Ans. (sorridendo) Ella si leva all'alba.... Rom. Quindi vestirsi, profumare e spartire i capelli. Ata. Forbire i denti, darsi la polvere di riso.... Ans In minor tempo si armerebbe una galera. (Si unisce a Vanni ed a Romani, e parlano fra loro) Ata. (ad Albani fra loro) Non potevate almeno per oggi, per farmi cosa grata, lasciare in casa.... Alb. Che? Ata. La vostra cera melanconica. Alb. Se io lo potessi, la lascerei per sempre. Ata. E che cosa avrà la virtù di farvi tornare il vispo uffizialetto che eravate due anni or sono? Alb. Quel che non potè la vostra amabile compagnia che volete che lo possa? Ata. Io non mi sono mai provata, nè mi proverei. Vogliamo dire che sia un pò di mania oltramontana? Lo spleen che è venuto di moda insieme al rosbeef ed al beefstech? Alb. Se io vi narrassi la cagione de' miei dispiaceri... Ata, Dispiaceri da piangere o da ridere?
Luig. Il sig. Arturo Baldi col sig. Conte di Rionero.
Ata. Mi ha fatto chiedere il permesso di presentarsi....
Art. (porterà un piccolo vaso chinese con entro una camelia) Eug. Signora Atala, ho potuto finalmente ottenere quel che da tanto tempo desiderava; stringervi la mano e rinfrescare la nostra vecchia amicizia. Ata. Io credeva che vi foste dimenticato di me. Eug. Dimenticarmi! Ma voi credete all'impossibile. Carissimo Barone Anselmo. Ans. (freddamente) Sig. Conte.... Art. (presentando il vasetto ad Atala) Questo è il tributo che reca il mio amico. Ata. Ma di una specie rarissima. (rende il vaso) Eug. Anche il vaso non va disgiunto dal fiore. Tutti (lo guardano) Eug. Stava nella camera da letto dell'Imperatore. Art. L'ha comperato da un soldato che si trovò alla presa di Pekino, e che ha faticato tanto per istruire quella razza gialla caudata. Rom. E con che gli ha istruiti? Art. Coi cannoni rigati. È un nuovo galateo inventato adesso per civilizzare i popoli barbari. Ata. È un oggetto raro, ed io non voglio.... Eug. Se voi non lo gradile, io lo spezzo. Art. No, per carità! Accettatelo, in nome delle belle arti. Van. (piano ad Albani) Il sig. Conte ha voluto soverchiarne. Alb. (piano a Vanni) Non si è pur degnato di salutarne. Van. (c. s.) Non vedete com'egli è pieno di se stesso? Rom. (guardando il piccolo braccialetto) Anche questo è un presente? Ans. Sì, che mia nipote fa a quel povero incisore.... Ata. A proposito, Barone Vanni, voi mi prometteste una copia dell'opera che avete publicata per vostra tangente nella colletta che io fo a vantaggio di questo infelice artista. Van. (ponendo alcuni libri vicino al braccialetto) Ed io ve ne ho portate quattro copie. Ata. Questo è troppo, Barone mio.... Van. Sta a vedere che non potrò dargliene quante voglio? Ata. Non vi adirate (si pone a scrivere sopra il foglio) Registro la vostra offerta. Alb. (dando una moneta) Se non vi dispiace, anch'io vorrei offrire qualche cosa. Art. (tastando quello che tiene nelle tasche) (Non so se io abbia tanto) Segnate pur me per 19.... no per 18 franchi... e cinquanta centesimi. (È tutto il mio avere: domani venderò un'altra Lucrezia) Eug. Favorite di scrivere pure il mio nome. Eug. No, per 200 (ha cavato il portafogli e posa con affettata non curanza dei boni del tesoro) Ata. Duecento franchi?.... Io non so se debba permettere.... Eug. Ne butto tanti malamente!.... Teneteli pure pel vostro povero, senza timore di avermi cagionato il più piccolo incomodo. Alb. (piano a Vanni) Questa è vanità e non carità. Van. (piano ad Albani) È insopportabile. Art. (piano ad Eug.) Tu hai voluto mortificarne.... Eug. (piano ad Arturo) L'ho fatto per umiliare quei superbacci là, che mi guardano con alterigia. Ata. Poi, per quanto si può di sera, voglio farvi vedere il bel quadro di Pëtter che ho acquistato. Art. Dei montoni che pascolano: sono così veri che sembra che parlino. Ata. Sono più grandi del naturale. Art. Si sa, sono bestie di Pëtter, bestie oltramontane, che sono sempre più grosse delle nostre. Ata. (ad Eugenio) E voi seguitate a dipingere? Eug. Ho tutto abbandonato. Ata. Davvero? Quando da tutte le parti si udivano i vostri elogi; quando tutti dicevano riuscivate sì bene? Abbandonare le arti, ciò che vi ha di più bello, di più geniale, ciò che pone il nostro paese al disopra di tutti gli altri? Questo è un torto che non vi so perdonare. Eug. Sig. Atala, voi mi fate sentire vergogna del mio ozio, e vi assicuro che riprenderò i miei studi, non per mire di guadagno, che io non ne ho di bisogno; ma per amore dell'arte, e per meritare un vostro detto d'incoraggiamento, di lode. E riuscirò, ve ne dò la mia parola. Van. (ad Anselmo) Se io resto ancora, mi bisticcerò con quel furfantello. Ans. (a Vanni) Abbiate sofferenza per questa sera. Van. (c. s.) Ma voi sapete che la mia sofferenza non è garantita in fabbrica. Ans. (raccoglie il foglio e le offerte fatte per la colletta, e quindi parte a piacere). Eug. (a Romani) Cavaliere, se non isbaglio, siete parente di mio padre? Rom. Era cugino all'ottima e sventurata vostra genitrice.... Vostro padre non ho il piacere di conoscerlo. Eug. (Invidiosi!... Non sanno perdonare a mio padre la sua origine, e molto meno la fortuna che si è formata. Voi cercate umiliarmi; ma io vi schiaccerò col mio oro, superbi, buffoni!) (torna presso di Atala.) Van. (piano ad Albani) Che avete Albani? Alb. (piano a Vanni) È insopportabile colui; non posso nè vederlo, nè udirlo. Van. (c. s.) Ditemi la verità, sareste un pò geloso? Alb. (c. s.) Sento dell'inclinazione per Atala; sperai per un'istante che ella avrebbe potuto ridonare la pace al mio cuore; ma a chi importa se io soffro? Io non sono nella schiera degli eletti a godere quanto vi ha di buono nella società.... Mio padre fu diseredato; e questa è una colpa che non mi verrà giammai perdonata. Rom. E che si fa intanto, finchè non giungono i nostri amici? Van. Giuochiamo un franco a scacchi. (siede e prepara lo scacchiere sul tavoliere). Rom. (ad Arturo) Vuoi batterti, Baldi? Art. Quando debbo occupare la mente, leggo, e non giuoco. (prende un libro od un giornale.) Rom. Giuocherò io. (siede incontro a Vanni e giuocano) Odoardo, vi prego de' vostri consigli. Alb. (si pone a veder giuocare, senza perder di vista Atala ed Eugenio) Art. (guardando Atala ed Eugenio) (Quanto mi diverte l'osservare le smanie degl'innamorati, le quali soffrono sempre abbassamenti ed innalzamenti di temperatura come i termometri.) Eug. (piano ad Atala e così ambedue in seguito) Io vi lascio, non voglio far più disperare quel povero marchese Albani. Ata. Fra noi, vi dico, non vi è alcun'impegno. Eug. Ed il cuor vostro è dunque libero? Ata. Chi sa? Volete saper troppo. Eug. Pure a Roma voi mi assicuraste.... Ata. Ma è passato tanto tempo! Art. (La neve della vedovella si scioglie in acqua calda.) Ata. Io credeva che più non vi curaste.... Eug. Di?... Ata. (interrompendolo) Di mio Zio. Eug. Io non ardiva presentarmi. Atala.... sarei forse venuto troppo tardi? Ata. No, si è fatto notte adesso. Eug. Non scherzate, vi prego. Ditemi sinceramente, amate voi? Art. (Il termometro alza.) Ata. Sì Eug. E chi Ata. Chi? Eug. Sì! Art. (Riabbassa verso lo zero.) Ata. No: (con affetto stendendogli le mani) rimanete! Art. (Ventisei gradi Reamur, temperatura da bagni.)
Ans. (sulla soglia della sala) Atala, giungono alcune signore tue amiche. Ata. Vengo. Ata. Signori, vi attendo di là. Arturo, concedetemi il vostro braccio. Art. (piano ad Atala) Braccio neutrale, di disimpegno. Ata. Albani, non private a lungo le mie amiche della vostra compagnia (parte con Arturo) Eug. (guardando appresso ad Atala) (Oh, io sono corrisposto, ne sono certo! Non mi avrebbe detto: rimanete. Questa cara parola mi ha posto il fuoco nel sangue.) Rom. (a Vanni ed Albani) Sembra che il Conte voglia prendere la privativa della regina della festa. Eug. (guardando Albani) (Il Marchese è certo mio rivale.) Van. (a Romani ed Albani) Egli sfoggia danaro per adescarla. Rom. (c. s.) Già, ha gittato sul tappeto 200 franchi, per raccoglierne trecento mila che ne possiederà Atala. Alb. (a Romani e Vanni) Egli è buon negoziante. Eug. (Costoro parlano certo di me) Van. Cioè, dite: egli è figlio di suo padre.
Eug. (Che sia una sfida cotesta? Oh, io ho bisogno di dare una lezione a tutta la vecchia nobiltà che mi rigetta con sprezzo dalle file loro. Sarebbe questa la serata che io la romperei volentieri con quei medaglioni da decorazione.) (appressandosi al tavoliere) E di che cosa si giuoca? Eug. Di tanto poco? (guardando lo scacchiere) Vince il Cavaliere. Van. Scusate, sig. Grippi, (marcando Grippi) ma il cav. Romani si trova assai peggio di me. Eug. Che ne dite sig. Marchese? Alb. Sig. Conte Grippi, sotto la vostra correzione, a me sembra che il Barone abbia meglio situati i suoi pezzi. Eug. Avanti, scommettiamo: io tengo per il Cavaliere (cavando un bono) Ecco cento franchi.... Alb. Io non iscommetto mai. Eug. Anche sulla parola, se volete. Vi sembra forse troppo? Avanti, cinque franchi. Eug. Dio buono! Nessuno vuole azzardare cinque franchi! Van. Li azzardo io, signore (si pone la mano tasca e cava una moneta d'oro di cinque franchi) Ecco la mia posta (nel porla sul tavoliere gli cade in terra) Van. (guardando in terra) Dove sarà andata? Eug. Lasciate stare, sono gl'incerti della servitù. (ridendo) Ah, ah, ah! Van. (con fierezza ad Eugenio) Sig. Conte, non vi è nulla da ridere se non posso buttare cinque franchi, come voi ne buttate cento. Io vivo delle lettere, e purtroppo quest'arte, non frutta quanto quella dell'usuraio e dell'incettatore o barullo, per dirlo in buona lingua. Eug. (con ironia) Barone, la galleria dei ritratti de' vostri antenati, vale più di tutto l'oro del mondo. Van. I miei antenati dettero le ricchezze ed il sangue loro a pro della patria, ed i loro ritratti potrebbero presentarsi con alterigia dinanzi a tutti; mentre molti e molti non potrebbero mostrare neppure il ritratto dei padre, senza doverne arrossire. Eug. Viva Dio! voi prendete un certo tono.... Rom. Quando i titoli e le ricchezze sono il frutto d'illeciti guadagni spremuti dal popolo con mano di ferro, non si va a fronte alta a motteggiare la gente dabbene. Eug. Che?.... Ardireste voi calunniare.... Van. Domandatelo al povero cieco, cui per vanità avete donato 200 franchi. Eug. Basta, basta, signori. Una spiegazione mi darete. Alb. Una spiegazione? Eug. E subito. Alb. Ebbene, Eugenio Grippi, l'eredità del Commendatore Negri mio zio fu carpita alla mia famiglia da un testamento che il padre vostro gli estorse negli ultimi momenti di vita.... Non siate almeno così spudorato di sfoggiare le ricchezze davanti a colui cui le rapiste. Rom. E vostra madre non ne morì di dolore? Eug. Ah, voi siete i più infami calunniatori che esistano sulla terra!
Eug. E lo dico con voce alta perchè tutti mi ascoltino. Mio padre?.... Ma io lo vendicherò finchè m'abbia stilla di sangue nelle vene. Barone.... Cavaliere.... io rispetto a stento, credetelo, l'età vostra; ma voi, Marchese, voi mi renderete conto... Alb. Chi svergogna colui che tutto gli ha rapito, non può render conto.... Eug. Marchese Albani, sareste un vile? Alb. Chi fu soldato per sette anni ed ha una ferita nel petto, non può essere un vile. Un colpo della mia spada vi farebbe troppo onore.
Art. In sala si ode un chiasso d'inferno. Alb. Nulla.... una questione di giuoco.
Ata. (dopo aver data un'occhiata sospettosa, dice) Albani, venite con me. (torna in sala con Albani) Eug. In quella sala? Presentarmi agli occhi di Atala, di tutti prima di aver vendicato l'onor mio? È impossibile! (prende il cappello) Eug. Seguimi, Arturo, saprai tutto! (parte con Arturo dalla comune)
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