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| Lodovico Muratori I figli dell'arricchito IntraText CT - Lettura del testo |
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La medesima scena degli atti primo e terzo
SCENA PRIMA
Pao. (introduce dal fondo il Barone Vanni) Non vuol vedere il sig. Conte? Van. No, vi ho detto: voglio vedere il sig. Arturo Baldi. Pao. (accenna a destra) Credo che sia di là. Van. A me non interessa saper dove sia: chiamatelo, ed ecco tutto. Pao. (È rabbioso come una cagnetta) (parte a dritta) Van. Ma guardate in che maledetto impaccio mi hanno cacciato dentro. Un letterato.... alla mia età
Pao. (traversa la scena e parte dal fondo) Van. Sì, per forza. Dopo le parole poco amorevoli che ci scambiammo col Conte di Rionero nelle sale della Sig. Atala l'altra sera, io certo non avrei posto per conto mio il piede in questa casa. E pure dovei venirvi ieri in cerca del Conte che non trovai, e vi torno questa mattina per veder voi. Art. Vi è qualche cosa di nuovo per il duello? Van. No: ieri sera combinammo, tutto. Art. Questa mattina alle dieci.... Van. Non facciamo ciarle inutili: alle dieci, nel bosco, colla pistola.... Questo è tutto convenuto. Van. Aspettate! Arturo, in confidenza, avete dormito questa notte? Art. Poco. Van. Ed io niente. Per satanasso! che si paghi il tributo alla società versando il suo sangue sul campo della guerra, sta bene; ma che per affari privati si abbia a distruggere l'uomo, la più bella cosa uscita dalle mani della natura.... Art. (a mezza voce) Dopo la donna. Art. Ciò è contro la libertà individuale ch'è la mia coccarda. Van. Bravo! Ma sapete voi su chi ricadrà la colpa di questo brutto affare? Van. No. Van. Nemmeno. Art. Su me? Su voi? Van. No, no, io la prendo più da lontano. Van. Ascoltate. Se fra la civile società non si aggirasse la schifosa razza degli adulatori, degli scrocconi, dei cavalieri d'industra, i quali colle ali aperte piombano sopra questi male arricchiti, e gl'incensano curvati a terra, e ne lambiscano le orme; per quindi rosicchiare un osso alla loro mensa, per buscarsi gli scarti del guardarobe; insomma se tutti avessero un poco di pudore come l'ho io, come l'avete voi; questi novelli Cresi, questo fango dorato, non andrebbero tanto superbi sui loro cocchi insultando spudoratamente col lusso loro la sofferenza della povera gente; ma correrebbero a nascondersi nelle tenebre insieme coi loro illeciti guadagni, accompagnati dal disprezzo e dall'esecrazione di tutti. E forse così poco alla volta si vedrebbero scomparire siffatti lupi rapaci che mangiano con cento bocche, e dopo il pasto hanno più fame di prima. Art. Voi dite più che bene, Barone; ma con tutto ciò fra poco Eugenio ed Albani.... Van. Ma poichè il caso ha voluto che noi padrini fossimo due galantuomini, ditemi un poco, Arturo, non potremmo tentare di pacificare le parti? Van. Il Barone Anselmo di Ripalta questa mattina è andato dal marchese Albani con eguale intendimento del mio; io vi vado adesso, e voi potreste presso del Conte tentare....
Eug. (resta in ascolto sulla porta della sua camera) Art. Meglio di me potrebbero la sig. Elena ed Atala, che io lasciai di là in questo memento. Poverette! Veduti andare a vuoto tutti i tentativi loro per impedire questo duello, ora piangono e si stracciano i capelli. Io che quando veggo piangere una donna.... e là sono due.... Per tranquillarle ho dovuto dire che lo scontro è rimesso a dimani. Van. Male! che sappiano la verità; che piangano a lui d'innanzi.... Ah, se l'impiegassero a bene, quanto potrebbe giovare il pianto delle donne! Io.... ma sollecitiamo. Andatele a prendere, che si gittino a' suoi piedi, che facciano un dramma. Arturo, pensate che si tratta della vita di due uomini, e ciò vi basti (parte) Eug. (ponendogli una mano sulla spalla) Tacere! Qualunque tentativo sarebbe inutile. Io esco di casa appunto per sottrarmi ad una di quelle scene strazianti di famiglia; e tu precedimi, ti prego. Art. E non vuoi che io saluti?.... Eug. Quando ti dico che tutto sarebbe inutile, tutto! Art. (preparandosi a partire) E sia bene! A me mica mi ci prendono più a fare il padrino. Sono pure due giorni che sta in ozio il mio pennello. E perchè? per vedere, tum!.... là in terra steso.... E sta bene, sta bene; ma a me non mi ci prendono più davvero. Ti aspetto dove abbiamo detto. Addio (partendo) Oh, non mi ci prendono più, lo giuro per la mia Lucrezia! (parte) Eug. Atala è di là.... Partire senza rivederla; senza riveder mia sorella.... E mio padre? Ma la vista loro avrebbe diminuito il mio coraggio e non avrebbe cangiata la mia risoluzione. Non vi ha mezzo di riconciliarsi fra me ed Albani.... Uno forse ve ne sarebbe; ma io non lo proporrei, ed egli non lo accetterebbe. È meglio che io vada (prende il cappello) O vinca o perda, io non porrò più il piede in questa casa, in questa casa ove vissi felice, ove spirò la mia buona genitrice.... Odo rumore... Uscirò subito: non voglio vedere alcuno. (va per uscire e si arresta sorpreso vedendo Riccardo)
Ricc. (si ferma sulla porta e lo guarda severamente) Eug. Voi qui? Ricc. Una lettera ricevuta.... Ma sembrami che il riveder vostro padre prima di partire per Roma, non vi abbia prodotto quella gioia che io doveva sperare. Ricc. Non mentite, Eugenio la mia presenza vi rincresce. Eug. No.... (posa il cappello) Ricc. Voi indovinate che io sono tornato per impedire che vi battiate. Ricc. Elena mi ha scritto tutto. Eug. Tutto? Ricc. Sì: una questione di giuoco.... gelosie.... E tu non pensasti che esponendo la tua vita, esponi anche quella di tuo padre? Tu non puoi disconoscerlo, io ti seguirei nel sepolcro. Eug. Ma voi sapete pure, padre mio, che nella società si danno alcuni casi.... dei sacri doveri.... Ricc. E che vi ha di più sacro per un figlio che la vita del padre? Ingrato!.... sì, ingrato (con affetto) Per abbellire i tuoi giorni, per vederti felice, io ho faticato, impietrato il cuore per tutto ciò che non fosse i figli miei, ho soffocato a viva forza il grido della coscienza: io di te mi sono formato un idolo al quale ho tutto sacrificato.... Ma se ti perdo che mi resta? Io niente posso più sperare nè in vita, nè dopo. Eug. Le vostre parole mi passano il cuore. Ricc. E tu nulla farai per me?.... nulla? Ricc. (risoluto) Tu devi rinunciare a questa sfida. Eug. Padre mio, Iddio solo che mi legge nell'anima sa quanto io vi sia grato dell'affetto che voi adesso, come sempre, mi dimostrate. Ma la vita mi sarebbe insopportabile se non cancellassi dalla mia fronte l'onta che i più feroci insulti vi hanno impressa. Eug. Di quale onta?.... Voi non lo saprete giammai. O padre mio, beneditemi, e lasciate che io vada. Ricc. Che io ti lasci?.... Non sarà mai. Stà a me il temperare il tuo soverchio fuoco, ed un giorno me ne sarai riconoscente. Sì, io ti salverò tuo malgrado. Ricc. Eugenio, tu non uscirai di qui. Eug. Desistete, padre mio, desistete. Ricc. Se tu mi rispetti ancora, se non vuoi infrangere i legami di natura che ci uniscono, obbedisci e rientra nella tua stanza. Eug. È impossibile! Voi mi chiedete l'impossibile. Ricc. Rientra, sono io che te lo comando, è tuo padre! Eug. L'avermi dato la vita, non vi dà il diritto di pretendere il mio disonore. Eug. Non vi sarà forza che mi trattenga (per andare) Ricc. (si pone avanti la porta per impedire l'uscita ad Eugenio) Eug. Padre, non mi riducete alla disperazione! Eug. (piegando un ginocchio) No! in ginocchio io vi chiedo di lasciarmi andare; vi chiedo in ginocchio di non volere aggravare il disonore che già pesa sulla nostra famiglia. Ricc. Il disonore della nostra famiglia, sei tu! Ricc. Per l'ultima volta te lo comando: rientra nella tua stanza! Eug. (quasi fuori di sè) No!.... mai!.... (prende il cappello e va per andare) Ricc. Fermati!.... Se tu passerai quella soglia, la mia maledizione cadrà sul tuo capo! Eug. (con grido di disperazione e nella più grande esaltazione, venendo avanti) Dio mio, tu mi sei testimonio che io ho tentato tutto per risparmiare al suo cuore un colpo terribile! Eug. Io avrei voluto vedere a brani la mia lingua, prima di ripetervi le abominevoli accuse che scagliarono su voi in mia presenza. Ma poichè mi costringete.... e uditele dunque! Ricc. E che dissero di me?) (cominciando a tremare) Eug. Che voi siete uno di coloro che s'ingoiano il pane del povero; che voi lasciaste morir di dolore la madre mia. Eug. No! non voglio crederlo, se pure voi me lo confessaste. Ma ciò non basta. Elena, la mia povera Elena, amava ardentemente Odoardo Albani; voi lo spogliaste di ogni suo avere.... (riprendendosi ad un movimento di Riccardo) Egli lo dice!... E abbandonò così l'infelice vostra figlia che piange, voi lo sapete, piange da due lunghi anni sull'amor suo perduto, e sul suo disonore! (con tutta la forza) Ora, sì! io mi batto alla pistola, col marchese Albani, nel bosco qui vicino: debbo vendicare l'onore di mia sorella, di mio padre, il mio. L'ora è vicina; voi non potete impedirmi che io vada; voi non avete il diritto di maledirmi.... (vorrebbe seguitare, ma dall'emozione non può più profferir parola) Ricc. (quasi fuori di sè) Ah vi ha dunque una giustizia suprema che punisce il delitto! Io volli immolarmi pel bene de' miei figli.... ed ora essi stessi mi disprezzano! Eug. No, no.... Ricc. (seguitando senza ascoltare Eugenio) E volendo renderli felici, invece l'una immersi nel pianto e nel rimorso, e l'altro forse fra pochi istanti tornerà fra le mie braccia coperto di sangue.... e per me! Eug. (sorreggendolo) Voi vacillate. Ricc. (c. s.) Oh, no!.. Come io vissi per loro, saprò pure per loro finire la mia vita. Ricc. (svincolandosi da Eugenio e riprendendo forza dice) Io solo fui l'offeso, e finchè io respiro, io solo ho il dritto di difendere e di vendicare l'onore della mia casa. Ricc. (con slancio) Io! mi batterò col marchese Albani (risoluto prende il cappello per partire.) Eug. Oh no, padre mio, no, non sarà mai! Io, io devo.... Ricc. (con tutta la forza e l'autorità) Nessuno ardisca opporsi! Così voglio! E tu piega la fronte innanzi la volontà mia.... Piega la fronte! e qua tu mi attenderai.... Non muovere un passo per seguirmi, un sol passo.... Te lo impongo! Ricc. (lo guarda fieramente) Eug. (abbassa lo sguardo atterrito)
Pao. Il sig. barone di Ripalta, ed il sig. Marchese Albani.
Ricc. Egli!
Anselmo seguito dal Marchese Albani e detti
Eug. Marchese, guardate, (accennando l'orologio grande) l'ora non è passata. Io sono con voi. Ans. Un momento! (con solennità) Conte, prima che voi usciate, ho d'uopo dire poche parole a vostro padre — Sig. Riccardo, il Marchese Albani riconosce i suoi torti verso la vostra famiglia e desidera ripararli. Ans. E un duello ripara forse a qualche cosa? Ma la sua vita ridarebbe forse l'onore alla casa vostra? e la vita di vostro figlio potrebbe ridare a lui ciò che gli fu tolto? Vi è un solo mezzo per riparare a tutto, e stà a voi l'accettarlo: Albani ama vostra figlia, e per mio mezzo ve la chiede in moglie. Ricc. Che?.... Voi Marchese?.... Alb. Questo è il più vivo de' miei desideri, il più sacro de' miei doveri. Ans. (piano a Riccardo) Afferrate l'opportunità che vi si presenta, Riccardo, e riconciliatevi cogli uomini e col cielo. Alb. Sig. Conte, posso sperare che voi non vi opporrete? Eug. (accetta la mano che gli viene offerta da Albani) Albani, questo io voleva da voi! ora vi stimo.
Ele. (va presso il padre, e lo guarda prendendogli la mano in atto di preghiera) Ricc. (dopo aver mostrati i vari affetti che gli passano per l'anima prima di risolversi, ora dice solennemente) Marchese, io dono a mia figlia quanto ereditai dal Commendatore Albani vostro zio, e ve la concedo in moglie. Ele. (con effusione di cuore bacia la mano di Riccardo) Ata. (ch'è andata presso ad Eugenio gli dice piano) Voi più non partirete, o vostra moglie verrà con voi. Eug. (stringe con gioia la mano che gli porge Atala) Ricc. (intanto ha baciato in fronte Elena, quindi la consegna ad Albani. Dopo si rivolge ad Eugenio) Ricc. Eugenio, ciò che resta della tua fortuna è tuo, ne farai quell'uso che credi. Io resterò povero; ma spero che tu non mi scaccierai da te in questi miei ultimi giorni. Eug. Padre mio! perdonate se.... Ricc. (conducendolo a parte) Se tutti coloro che male arricchirono avessero figli probi; oh mio Eugenio, quanti se ne ravvederebbero per non arrossire dinanzi alla propria famiglia!
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