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| Lodovico Muratori I figli dell'arricchito IntraText CT - Lettura del testo |
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ATTO TERZO
La Scena dell'atto primo: è notte.
SCENA PRIMA
Eugenio ed Arturo vengono dal fondo.
Eug. Quale sfregio! Ed in sua casa! (gitta il cappello e si lascia cadere sopra una poltrona) E non fu un sogno, un sogno maledetto! Art. Calmati. Eug. Conviene che io prenda una risoluzione. Arturo, consigliami. Art. Prima di tutto, per prendere una risoluzione conviene essere presente a sè stesso. Eug. Consigliami tu. Art. Ecco qui, facciamo chiara la questione. È voce che tuo padre abbia formato la sua fortuna con mezzi poco lodevoli. Eug. È falso! Art. Sì, lo credo; ma tu, se vuoi procedere da uomo saggio, devi prima di tutto freddamente e con imparzialità vedere chi ha il torto, o la voce pubblica o tuo padre. Eug. Arturo! E tu ammetti che io possa soltanto sospettare?.... Art. Zitto! viene qualcuno.
SCENA SECONDA
Paolo e detti
Pao. (esce dalla dritta e s'incammina verso il fondo) Eug. (a Paolo) Dov'è mio padre? Pao. È andato adesso nel suo studio. Eug. È solo? Pao. No, è venuto a cercarlo un vecchio che viene spesso. Eug. Il computista? Pao. No, un certo sig. Marocchi. Eug. Marco Marocchi? Pao. Sì, proprio lui. Eug. (Colui che scrisse quella lettera viene spesso da mio padre?.... Sarebbe dunque vero!..... Ah, no, non posso crederlo!) Pao. Comanda nulla, sig. Conte? Eug. Va. Pao. (parte) Eug. Seguita il tuo discorso. Art. Mi sembra che tu non sia calmo abbastanza.... Eug. Sicchè, quando io avrò giudicato chi abbia il torto, la voce pubblica.... o mio padre.... allora? Art. Se tuo padre fu calunniato, conviene che egli rivendichi il suo buon nome. Eug. È giusto: ed io mi batterò con coloro che ardirono.... Art. Aspetta: il battersi è di moda, non vi è che dire; ma tu dovrai batterti da mattina a sera. Eug. Quando ne avrò ben conci tre o quattro.... Art. Se pure non conciano te. Eug. Gli altri staranno zitti. Art. Per timore; ma non convincerai alcuno, nè con la spada, nè colla pistola che tuo padre sia un onest'uomo. No, Eugenio, non è questo il mezzo. Dia agl'indigenti, faccia lavorare i braccianti, protegga le arti, le scienze, si formi un peculio, non di danari, ma di buone azioni, e così taglierà di netto le gambe alla calunnia, e si avrà la stima di tutta la gente. Eug. (con sforzo) E se egli.... se la voce pubblica... Art. Avesse ragione? Allora ti restano due vie. Goder lautamente i tuoi quattrini; fingere di non saper nulla; e quando t'intonano qualche tiritera come quella di questa sera, fare orecchi da mercante, calare il cappello sugli occhi, affrettare il passo, e ridere come un cinico. Questa è la via battuta da tutti. Ma v'è ne è un'altra, che tu per primo dovresti calcare, se sei, come ti credo, un uomo d'onore. Non farti complice dell'infamia altrui; lascia il tuo palazzo, e lo stesso tuo padre trovandosi faccia a faccia coll'onestà di suo figlio, si vergognerà e riparerà al mal fatto, e tu lo avrai salvato. Dà un esempio a questi figli che lasciano cadere nel precipizio il loro cieco genitore senza pur dirgli: bada, la terra ti manca sotto ai piedi. Ti spaventa forse la povertà? Ma non hai dunque una testa e due braccia come abbiamo tutti per guadagnarci il nostro bisogno? Torna, torna Eugenio, al culto del bello, delle arti; tu allora avrai amici, sarai amato, stimato, e la speranza della gloria, questa Dea sospiro e delizia di tutta la gente colta ed onesta, ti farà felice molto più di un pugno d'oro che non sia il frutto di tue fatiche. Questo è il consiglio che ti da un pazzo: quando troverai un savio che te ne dia uno migliore, rendimi il mio. Eug. Arturo, amico mio, sì, tornerò artista! E se la voce che corre fosse vera.... Io avrò il coraggio di dar l'esempio che tu mi chiedi. (suona il campanello). Art. Eugenio, non mi era ingannato nel giudicarti: il tuo cuore fu traviato ma non guasto.
SCENA TERZA
Paolo e detti
Pao. Comandi. Eug. Fate dire a mia sorella che desidero parlarle. Pao. (parte) Art. Addio dunque. Eug. Domani mattina verrò in tua casa, e saprai la mia risoluzione. Art. Addio, e coraggio. (parte) Eug. Coraggio, sì, e di molto ne ho duopo. Voglio questa sera stessa saper tutto, tutto.... Ad Elena sfuggirono talvolta alcune parole.... ella era la confidente di mia madre.... Povero padre mio, che diresti, se tu sapessi che anche tuo figlio, che tu ami tanto, si unisce a' tuoi nemici e sospetta.... Ah, il mio cuore ribocca di dolore! Oh quanto ho sofferto questa sera! (si getta sopra una poltrona singhiozzando e coprendosi il volto colle mani)
SCENA QUARTA
Elena e detto
Ele. Eugenio, mi han detto che tu mi volevi? Oh cielo!.... Piangi?.... Ch'è stato?.... Tu mi spaventi. Eug. (levandosi e prendendo Elena per mano, dice con voce tremante e cercando signoreggiare la sua emozione) Non allarmarti, Elena, ed ascoltami attentamente, poichè tu con una sola parola puoi dissipare ogni mio timore. Questa sera, non sarà trascorsa un'ora, io era in casa di Atala di Ripalta. Ele. Dalla mia amica? Eug. Sì. Io nelle riunioni mi vedeva sempre oggetto di avversione, di disprezzo. È vero che non mancava di rendere colpo per colpo, ferita per ferita; ma stanco di ciò, questa sera ho assalito apertamente i miei nemici per finire una volta questa guerra di motteggi e di scherni. Allora dalle bocche di tutti coloro che là si trovavano, uscirono i più pungenti dileggi, i più terribili insulti. Ele. Contro te? Eug. No! che nulla sarebbe stato; ma contro mio padre! contro il nostro buon genitore! Ele. Che sento! E che poterono dire? Eug. Ch'egli estorse un'eredità che ad altri apparteneva; ch'egli arricchì d'illeciti guadagni: ch'egli col suo procedere uccise di dolore la nostra povera madre..... Ma potevano scagliare più infami calunnie quelle lingue d'inferno? Tu assistesti nostra madre nell'ultima sua ora? Tu fosti quasi sempre co' nostri genitori? Tu meglio d'ogni altro sai.... Ma parla dunque! dì ch'è falso quanto mi dissero del padre nostro. Ele. Eugenio, e tu puoi sospettare?.... Eug. Io? no! Mio padre se ereditò dal Commendatore, fu certo per l'amicizia che li legava.... Non è vero? Ele. Sì.... Eug. Le ricchezze che noi godiamo.... Ele. Sono il frutto delle sue fatiche.... Eug. E nostra madre.... Ele. Morì fra le braccia di sua figlia e di suo marito, benedicendoci con la mano già fredda, e con la sua voce tremante chiamava te, e ne scongiurava d'amarci fra noi come sempre ci amammo. Eug. Oh madre mia! (risoluto ed alquanto calmato) Va bene, va bene.... Grazie, Elena, le tue parole mi hanno richiamato a vita. Ora so quello che mi resta a fare. Ele. Che dici? Qualche tristo progetto ti passa per la mente. Eug. Senti, se nostro padre avesse veramente disonorato il suo nonne, io sarei fuggito da questa casa, da questa città, portando fino alla morte fitto nel cuore l'insulto di questa sera; ma poichè tu che puoi saperlo mi dilegui ogni dubbio, io rialzo la fronte, voglio calpestar nella polvere questi insetti vilissimi che l'invidia ha reso velenosi. Oh, io non rispetterò nè il grado loro, nè la loro età, come essi non rispettarono i bianchi capelli del padre mio: io li calpesterò..... gli schiaffeggerò come.... Ele. Ah, Eugenio, per pietà!.... Coloro che frequentano la casa d'Atala sono persone rispettabili.... di età, e.... Eug. Oh, ve n'ha uno giovine!.... Uno pel quale già sentiva avversione, e l'avversione si convertì in odio sapendo che egli ha delle speranze in su di Atala. Ele. (con preghiera) Fratello mio! Eug. Sono risoluto. Ele. Nulla potranno su te le mie preghiere? Eug. È impossibile! Ele. Ascoltami....
SCENA QUINTA
Paolo e detti
Pao. Signore, un servo del Barone Ripalta ha portata questa lettera. Eug. (prendendola) Per me? Pao. (parte) Eug. (apre in fretta la lettera nella quale vi saranno alcuni boni del tesoro, e legge turbandosi) Che?.. Mi si rimanda la mia offerta.... (leggendo) «L'incisore Veronesi non accetta dal figlio di Riccardo Grippi l'elemosina» Dio mio! Ah è dunque vero! Elena, tu m'ingannavi. Ele. Eugenio.... Eug. Ormai ho tutto compreso. Ele. L'apparenza.... le calunnie.... Eug. È inutile che più neghi. Ele. No! non credere... Eug. Ma se l'agitazione, il dolore che ti sta impresso sul viso, mi dicono che tu mentisci! Ele. Ah, fratello mio! (abbracciandolo) Eug. Elena, siamo pure infelici! (si abbracciano singhiozzando. Pausa) Ele. Eugenio, ricorda che non sta a noi il giudicare nostro padre; checchè se ne dica o se ne pensi, noi dobbiamo rispettarlo. Egli è per noi padre tenerissimo.... Eug. È vero! Ele. Egli è certo migliore della sua fama. Sarebbe forse la prima vittima dell'opinione pubblica? L'invidia che può tanto, si sarà scatenata contro di lui. Oh, Eugenio, amiamo il nostro genitore che o reo o calunniato è sempre molto infelice! Eug. Ah, io non avrò il coraggio di più presentarmi ad alcuno. Io che tutti disprezzava, era il più spregievole degli uomini. Il lusso che io sfoggiava, il danaro che io quasi gittava in viso con alterigia, non mi apparteneva; era danaro.... (ad un gesto di Elena si trattiene dal dire rubato). Io così superbo, umiliato a tal segno! e d'innanzi a lei.... a lei che io amo tanto! Se io sopravvivessi al mio disonore sarei un vile! Ele. (cominciando ad esaltarsi) Che dici? Vile è colui che alla prima sventura invece di esser forte per sè e per gli altri, gli manca il coraggio e si uccide. Ma guarda me, povera donna, quanti anni sono che io soffro? o per dir meglio quando fui felice? Ma non pensai giammai di sottrarmi al mio destino; e tu che dovresti darmi esempio di fermezza, ti avvilisci al primo affanno che provi? Eug. È ben diverso il nostro stato: tu vivi rinchiusa fra le pareti domestiche, tu non curi punto nè la società, nè i piaceri.... Ele. Lo credi tu? Eug. Il tuo carattere malinconico, freddo.... Ele. Freddo! Eug. Può sopportare quello che la mia indole ardente mi rende insopportabile. Ele. (sempre più esaltandosi) Oh Eugenio, tu non sapesti leggere nella mia tristezza; tu non penetrasti mai in questo cuore che chiami freddo, nè sai quanto ha sofferto. Non solo le imprecazioni alle quali è segno la nostra famiglia, e che io ben conosceva; non solo il vedermi morire fra le braccia una madre adorata, dai dispiaceri consunta e dalle lacrime.... Ma sappi che io fui la vittima del nostro nome, sappi quel che mai non dissi ad alcuno, e che in questo supremo momento io ti rivelo, perchè il mio coraggio ti sia d'esempio, e perchè alfine ho duopo d'uno sfogo. Io ancor giovinetta, ignara del mondo, unii senza ripugnanza la mia mano a quella di un vecchio; ma la voce dell'amore suonò ben presto, ed irresistibile, nel cuor mio la prima volta. Io, disgraziata, amai e fui riamata con passione ardente pari alla mia....:A quest'unica fiamma tutto sacrificai.... tutto! E quando libera di me era per stringermi eternamente all'uomo che io amava, adorava! come una pazza.... fui abbandonata.... e perchè? Perchè il nome della nostra famiglia sorse fra noi ostacolo insormontabile. Eug. Tu amavi tanto? Ele. Precipitata così da' sognati miei cieli, da tutte le sperate delizie dell'amore, vivo i miei più belli anni nel lutto eterno del dolore, della gelosia, del rimorso.... ma vivo! E tu, uomo, mi parli di morire? Eug. Ma fosse pure la nostra casa infamata, chi più infame di colui che lascia la donna che lo ha troppo amato? Quest'uomo non era degno di possederti: non vi ha scusa al suo delitto. Poichè non ho il diritto di difendere l'onore di mio padre, tutta la mia vendetta cadrà su colui che ci stimò tanti caduti nel fango, che una nuova onta nulla aggiungesse al nostro disonore. Ele. Che dici? Eug. Il suo nome, Elena. Ele. No, mai! Eug. Voglio saperlo, te ne prego. Ele. È impossibile! Eug. E che? io non ti rimprovero il tuo fallo, non ti disprezzo; ma ti chiedo soltanto chi sia colui che ti ha tradita, per vendicarti, e tu me lo nieghi? Ma non cade forse pure su me il tuo disonore? E tu vuoi rifiutarti?.... Oh, parla, lo voglio, Capisci? lo voglio! Ele. Uccidimi, ma tu non saprai il suo nome. Eug. Ma perchè? Ele. Perchè? (con gran passione) Perchè l'amo ancora! Eug. L'ami? Ele. Più di me stessa! Eug. Più del tuo onore? Ele. Più di tutto, di tutto! (buttandosi a' suoi piedi) Eug. (con grido disperato) Ma perchè non mi si tolse la vita, prima che io dovessi vergognarmi di mio padre.... (guardando Elena) della mia famiglia!
SCENA SESTA
Riccardo e detti
Ricc. (di dentro) Elena.... Ele. Desso!... Eug. Alzati.... non una parola!... Silenzio!... Ricomponiti, sciagurata! Ricc. (si presenta sulla porta comune) Sei in casa Eugenio? (dopo di aver guardato ambedue) Che avete? Ele. Niente. Ricc. Ho piacere di trovarvi uniti. Figli miei (stende loro le mani) io vi lascio.... ma per pochi giorni. Voi tremate?... Perchè? Ele. Voi ne lasciate, padre mio? Ricc. Sì, un'affare interessante che esige la mia presenza.... Ele. E andate lontano? Ricc. Figurati! Nel casino di un certo Marocchi.... due ore di via ferrata. Ma questa sarà l'ultima volta che io vi lascio. Se io ho ammassato qualche fortuna, l'ho fatto soltanto per i miei figli, e a che mi varrebbe aumentare le mie rendite, quando mi dovessi allontanare da voi? Eug. E quando partite? Ricc. Domani col primo treno. Perciò vi saluto adesso, e me ne vado a riposare, dovendomi levare di buon mattino. Addio figli miei. Eug. Un momento.... Ricc. Hai a dirmi qualche cosa? Eug. Sì. Ricc. Capisco.... Vuoi danaro? Eug. No!... non si tratta di questo. Ricc. Spicciati dunque. Eug. Quello che io vi dirò vi sembrerà strano, vi dispiacerà, credo. Ricc. E allora perchè dirmelo? Eug. È necessario. Ricc. Al fatto. Eug. Ecco.... Sapete quanto io abbia sempre amato le belle arti. Ricc. Ne parleremo al mio ritorno. (per andare) Eug. No, ascoltate. Io voglio tornare a studiare, voglio divenire artista. Ricc. Fa quello che vuoi. Per me tanto è che cavalchi, tanto è che dipingi. Eug. Ma siccome la sede delle arti belle è Roma.... Ricc. Non penserai già di lasciarmi ancora? Eug. Sì, anzi ho risoluto, e parto domani. Ricc. Risoluto? Eug. Irrevocabilmente. Ricc. E voi risolvete senza prima consultarmi? Eug. Non mi trattenete. Ricc. Poichè l'amor di figlio non vi trattiene al mio fianco, vi ci tratterrà la mia volontà. Eug. Concedetemi questa grazia. Ricc. No, voi rimarrete. Eug. Alfine io non sono più minore di età, e non potete impedirmi.... Ele. Eugenio! Ricc. E tu parli così a tuo padre? Eug. Io non vi chiedo che di lasciarmi seguire il mio genio; ho la dote di mia madre, e non voglio altro. Ricc. E chi vi ha mai negato la dote di vostra madre? (Pausa) Non mi aspettava, Eugenio, da voi questo compenso a tanta mia affezione. Io solo so quanto ho fatto pei miei figli, io solo lo so! Ed ora?... E Sia pure! Già, che mi farci io di un'ingrato?... Sta bene! Prendetevi domani l'incomodo di passare dal mio notaio, ed avrete la vostra parte dell'eredità materna. Partite pure, io non vi trattengo. Siate felice, Eugenio, io ve lo auguro; perchè meritiate o no il mio amore, io vi son padre, e vi amerò sempre. (per partire) Eug. Padre.... (andando per abbracciarlo) Ricc. (lo ferma con un gesto risoluto, ma senza sdegno) Ele. (si avvicina al padre, e lo prega col gesto e collo sguardo di abbracciare Eugenio) Ricc. (esita un momento, fa cenno di no, ma sempre dignitoso e senza ira. Guarda i figli, li saluta colla mano e parte). Eug. (con grido minaccioso) Ora, Marchese Albani, vi batterete! (parte) Ele. (rimasta atterrita dalle parole di Eugenio) Ah, io l'avea indovinato! (si gitta sopra una sedia, coprendosi il volto colle mani in atto di disperazione)
FINE DELL'ATTO TERZO
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