| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Lodovico Muratori I figli dell'arricchito IntraText CT - Lettura del testo |
|
|
|
ATTO QUARTO
La medesima scena del secondo atto. Le porte del fondo sono chiuse.
SCENA PRIMA
Atala e Luigia
Ata. Egli? Luig. Sì, desidera parlarle. Se vedesse com'è afflitto, povero giovane! Ata. Sì?.... Fallo entrare. Luig. Subito. Ata. E se venisse il Marchese Albani, previenimi in segreto. Luig. Non pensi. (parte dalla comune) Ata. Che vorrà dirmi? L'avvenimento inaspettato di ieri sera mi ha posto in un'inquietudine....
SCENA SECONDA
Eugenio e detta
Eug. Atala.... Ata. Signore.... Eug. Io sono venuto a recarvi incommodo, soltanto per domandarvi una cosa. Ata. Dite pure, Eug. (mostrando una lettera) Foste voi che ieri sera mi respingeste i duecento franchi? Ata. Sì. Eug. È vostro carattere questo? Ata. È di mio zio. Eug. E non bastava dunque quanto io già aveva sofferto in questa casa? Anche voi voleste aggiungere qualche cosa del vostro? Ata. Io n'ebbi incombenza, nè credeva.... Eug. Sta bene. Voi non avete più stima per me, e, non temete, più non mi rivedrete in queste sale, nè altrove. Ata. E perchè? Eug. Io torno a Roma, riprenderò la mia carriera di artista; passerò intiere le giornate al lavoro, veglierò le notti, e, o soccomberò alla fatica, o da me, col mio ingegno mi formerò un nome che sia rispettato. Ata. Voi?.... Eug. Io non porterò meco che l'eredità di mia madre. Ata. Ed avrete il coraggio?.... Eug. Oh, ne avrò di coraggio! Ata. Eugenio, siate certo che i miei voti vi seguiranno da per tutto! Eug. Atala, voi dunque non mi disprezzate? Ata. Disprezzarvi! Eug. Allora, prima che io vi lasci, ho d'uopo di sapere.... sinceramente, se posso sperare, quante volte io giungessi a farmi un nome, che voi.... allora.... non sdegnereste l'amor mio. Ata. Eugenio, io vi amo fin d'adesso; ma no, sin da quando vi conobbi. Eug. Mi amate? Dunque posso sperare?.... Ata. Ad un patto. Ciò che qui avvenne ieri sera, deve essere obliato come non fosse mai avvenuto. Eug. Voi mi chiedete t'impossibile. Abbandonando tutto, io riacquisto ogni dritto di stima verso la società, e coloro che tanto spietatamente mi ricoprirono di disprezzo, ora debbono darmi una riparazione. Ata. Voi partite domani? Non cercate d'Albani; egli non cercherà di voi, io glielo dirò. Partite Eugenio, e.... scrivetemi. (gli stende la mano che Eugenio bacia con trasporto) Un giorno forse udrete picchiare all'uscio del vostro studio, e d'improvviso rivedrete.... Eug. Chi? Ata. Chi voi dite di amare. Eug. Me lo promettete? Ata. Ve lo prometto. Eug. Oh Atala!... Ata. Ma voi pure mi promettete di rinunciare a qualunque progetto... Eug. (dissimulando) Finchè io sono in questa città non potrei darvi la mia parola che....
SCENA TERZA
Luigia frettolosa e detti
Luig. Signora.... Ata. Ho capito. Eug. Voi avete da fare?.... Ata. Sì, per poco. Eug. Mi permettete che io mi congedi dal Barone vostro zio? Ata. Anzi lo desidero. Luigia, conduci il sig. Conte da mio zio. (piano a Luigia) E quindi introduci il Marchese Albani.... Fa che non s'incontrino. Eug. Addio Atala. Ata. (stringendogli la mano) Attendetemi da mio zio, verrò a darvi l'ultima stretta di mano. Eug. (parte dal fondo seguito da Luigia) Ata. Ebbi una buona ispirazione nel prevenir Luigia. Io credeva che Eugenio mi avesse dimenticata, ed io pure tentava di scordarlo; ma come udii che egli voleva rivedermi.... Mio zio forse si opporrà.... Ma Eugenio ha un cuore generoso, ha ingegno, e.... e mi piace; e questa ragione vale per tutte.
SCENA QUARTA
Luigia, il Marchese Albani e detta
Luig. Il sig. Marchese Albani (parte) Alb. Auguro il buon giorno alla sig. Atala. Non avrei rotto la consegna venendo nelle ore del mattino... Ata. Se un biglietto di mio zio non vi chiamava? Alb. Appunto così. Anzi senza incomodar voi in quest'ora mattutina, sono le undici, voleva andare direttamente dal Barone; ma la vostra cameriera.... Ata. Infatti presentemente mio zio è occupato; e poi anche io ho a dirvi qualche cosa. Alb. È una fortuna per me. Ata. Sedete. Alb. Cominciamo da voi. Ata. No, cominciamo da mio zio: vi dirò io quello che desidera. Alb. Benissimo. Ata. Voi sapete com'egli abbia buona servitù con il Ministro? Alb. Egli è anzi suo amico. Ata. Ebbene, S. E. è rimasto privo del segretario, e mio zio vorrebbe i porre voi in quel posto. Se accettaste ve ne sarebbe grato, poiche gli porgereste opportunità di servire al Ministro. Voi, sig. Odoardo non avete certo d'uopo del soldo ch'egli dà; ma pure conviene confessare che è ben considerevole, e.... Alb. Non si potrebbe con più delicatezza aiutare un disgraziato. Io so che il Barone ha fatte molte pratiche per ottenere questo posto; ma ignorava che fosse per me. Insomma se io sono creduto abile, accetto e con grandissima riconoscenza. Ata. Ed io, Albani, sono la prima a rallegrarmene di cuore. Alb. Andrò subito dal Barone.... Ata. No adesso. Tornate, se non v'incommoda, questa sera. Alb. Come credete. Ata. Ora a me, sig. Odoardo, io ho un comando da darvi. Alb. Voi sapete che io sono vostro buon servitore. Ata. Mi obbedirete? Alb. Ne dubitate? Ata. Or bene, sul fatto di ieri sera si ponga una pietra. Voi non cercherete più del sig. Eugenio, e se lo incontrerete fingerete di non vederlo. Alb. Mi dispiace, sig. Atala; ma anche a costo della vostra disgrazia io non posso obbedirvi. Ata. Voi non mi negherete.... Alb. Io ieri sera mi rifiutai di dare soddisfazione a colui, perchè non credeva doverne dare a chi mi si presentava ricco delle mie spoglie; ed egli questa mattina m'indirizza una lettera, ove mi dichiara, che avendo rinunciato ad ogni avere di sua famiglia, ora non posso più rifiutare di battermi, a meno che io sia un vigliacco; e quindi mi minaccia.... Credo che capirete bene, che io non poteva dispensarmi dal mandar subito il mio testimonio in sua casa, come ho fatto. Ata. (Oh Dio!) Alb. Ho sofferto abbastanza da questa famiglia. Ora, io ve lo confesso, non veggo l'ora di finirla col sig. Conte di Rionero. Ata. (supplichevole) Albani...
SCENA QUINTA
Luigia, Arturo e detti
Luig. Il sig. Baldi. (parte) Art. Buon giorno alla sig. Atala ed all'Albani. Vengo in cerca di Eugenio. Ata. (facendo cenno ad Arturo) Non è qui. Art. Come? l'ho accompagnato io al portone, e.... Ata. Vi dico che sbagliate. Art. Ma.... Ata. (piano ad Arturo) Zitto. Art. (confuso) Eh!.... Ata. Non cercate scuse, Baldi, quello che voi desiderate.... Art. Io? Ata. (seguitando) Ve lo concedo. Art. Grazie, ma.... Ata. Non volevate vedere il quadro di Pëtter di giorno? Art. L'ho veduto due volte. Ata. (facendogli cenno) Ma volevate fare un poco di disegno di quel.... Art. Ah, già, di quel montone?.... Sicuro! per introdurlo nella mia Lucrezia come personaggio episodico (V'è dell'imbroglio, e vuole che io la secondi).
SCENA SESTA
Luigia e detti, quindi Elena
Luig. La sig. vedova Derossi. Ata. Elena?.... Che venga, che venga! Luig. (parte) Ata. (andandole incontro ed abbracciandola) Amica mia! Ele. Atala! (in questa scena e seguenti si mostrerà molto agitata) Ata. Brava! Quanto mi fai piacere! Oggi ti tratterrai? Ti leverai il cappello? Non farai già come ieri? Ele. Sì, poichè ho un caldo alla testa.... Ata. Vedi: questi è il sig. Baldi, artista di molto merito. Ele. (inchinandosi) Signore.... Art. Ebbi già la fortuna di vederla ieri. Ata. Egli è molto amico di tuo fratello. Art. Ho questo piacere. Ata. E questi è.... Ma tu lo conosci bene? Ele. (con indifferenza) Il sig. Marchese Albani, mi sembra? Alb. Per servirla, signora. Ata. Credeva non lo ravvisasti perchè prima era chiuso nell'assisa militare. Ele. Infatti egli d'allora ha molto cambiato; ma tuttavia l'ho subito riconosciuto. Alb. (con indifferenza) Godo di rivederla, signora, e sempre in ottima salute. Ele. (c. s.) Grazie. Art. (piano ad Albani) Peccato che quella signora non faccia da modello: dovrebbe avere un magnifico.... piede. E con tutto ciò è vedova. Ingiustizia del secolo! Ele. (piano ad Atala) Devo parlarti in segreto. Ata. (piano ad Elena) Adesso (forte) Baldi, fatemi vedere se il mio orologio combina col vostro. Art. (andandole vicino) Ecco qua. Perfettamente! Ata. (piano ad Arturo) Date ciarle ad Albani. Art. (Che diavolo ha costei!) Odoardo, voi che.... voi che siete stato uffiziale di fanteria.... sapreste dirmi quanti denti ha un cavallo? Alb. Lo dite per celia? Art. No, anzi.... lo dico.... (Perchè non so che dirgli) (seguono piano) Ele. (piano ad Atala e così di seguito) Mio fratello deve battersi col Marchese Albani: bisogna impedirlo,assolutamente. Ata. (piano ad Elena e così di seguito) Io ho già parlato ad Eugenio. Ele. Ebbene? Ata. Se Albani più non lo provoca, ti prometto che tuo fratello non cercherà di lui. Ele. Dio ti ringrazio! E ad Albani hai parlato? Ata. Egli vuol battersi ad ogni costo. Ele. Ma tu hai molto potere in su di lui.... e non otterrai?.... Ata. Ho provato; ma è irremovibile. Ele. (con dolore) Irremovibile? Ata. E se tu tentassi? Ele. Io? Ata. Tu come sorella di Eugenio.... Ele. Sì.... gli parlerò io! Mi è duro questo colloquio; ma io già avevo preveduto il caso, e spero... Ata. Ah Elena, fa quanto puoi! Ele. E ne dubiti? Alb. (piano ad Arturo) Vedete che dialogo accalorato? Certo si parla di amori. Art. (piano ad Albani) Nò, è affare più grave: lì si tratta di abiti e di cappellini. Alb. (c. s.) Questione europea! Ata. Ora ti lascio con lui (ad Arturo) Baldi, voi avete fretta, mi sembra? Art. (andando vicino ad Atala) Io? Ata. (piano ad Arturo) Dite di sì. Art. Un poco, anzi molta. Ata. Ebbene, vi conduco subito a vedere... Art. Il montone? E volete lasciare la compagnia per un montone? Ata. Ma voi mi dite che avete fretta.... Art. (con impazienza) Sì, sì, ho fretta. Ata. Mi permetti Elena? torno subito. (ad Arturo) Ma questa mattina avete un'aria così imbarazzata.... Art. Vi sembra? Forse perchè non ho ancora fatta colezione. Ata. (partendo con Arturo) Poveretto! Volete un ristoro? Art. (piano ad Atala alquanto alterato) Io mi sono prestato; ma mi spiegherete?.... Ata. Silenzio! (entra nella sala seguita da Arturo) Alb. (guarda Elena, sta un momento irresoluto, quindi anche egli si avvia verso la sala, e salutando Elena dice) Signora.... Ele. (con sforzo) Un momento! Alb. Comandate. Ele. (sempre agitata) Marchese Albani, voi eravate fra coloro che ieri sera insultarono mio fratello. Non vi starò a notare quanto disdicesse ciò a voi. Intanto questa mattina un certo Barone Vanni è venuto a cercare di Eugenio, e non lo ha trovato. Egli è il vostro padrino; ho capito tutto. Ma voi non vi batterete. Alb. È il Conte di Rionero che mi ha sfidato, ed io non posso a meno.... Ele. Ed io vi dico che voi non dovete accettare tale sfida. Alb. E potrei rifiutare al Conte di Rionero? Ele. Lo dovete anzi, poichè il Conte di Rionero è mio fratello. Alb. E voi pretendete che io agli occhi suoi e di tutti comparisca un vile? Ele. E non lo siete forse? Alb. Signora! Ele. (con sprezzo) Oh non fate vane declamazioni, io vi conosco troppo bene! E perciò nel dirvi che non voglio che voi abbiate uno scontro con Eugenio, non è una grazia che io vi chiedo, mi guardi il cielo di chiederne io a voi! ma sibbene un trattato, un negozio che io vi propongo. Voi aspirate alla mano, e più facilmente alle ricchezze di Atala; ma voi non potete essere tranquillo nei vostri amori finchè queste lettere sono in mia mano (cava un pacchetto di letterine) Io non ne abuserei; ma voi di coscienza più facile, dovete temerlo. Pacificatevi dunque ad ogni costo con mio fratello, ad ogni costo, capite? e riavrete questi fogli. Alb. La vostra minaccia, s'è tale, non mi farà dimenticare l'insulto che ho ricevuto dal Conte di Rionero. Ele. Ma l'insulto da voi ricevuto è forse paragonabile con quello che gli faceste? Ma credete che s'egli conoscesse la vostra infamia, si degnerebbe di battersi con voi?... di esporre la sua vita?... No, no, egli potrebbe piantarvi uno stile nel petto, chè quella è l'arma con la quale si colpisce un traditore! Alb. Il Conte di Rionero capirebbe troppo bene che io non avrei potuto dare la mia mano a sua sorella. Nell'abbandonarvi, io vi scriveva che non poteva ricevere nella mia famiglia la figlia di Riccardo Grippi; vi diceva che era divenuto povero perchè l'eredità di mio zio mi veniva tolta da un estraneo; che mio padre moriva nella più squallida miseria; ma ebbi allora tanta pietà di voi da non dirvi, che colui che ci aveva ridotti a tal punto era il padre vostro. Ele. Mio padre? Alb. Ora siate più mite nel giudicarmi. Ele. (E sempre, sempre calpestata per lui, per lui che tanto mi ama, e che è pure il più amoroso dei padri!) Alb. Elena, giudicate ora, se sono poi quel vile, quell'infame che voi mi dicevate. Ele. Se pure ciò fosse.... Marchese, voi sapevate che io era innocente di tal colpa.... sapevate quanto fosse grande l'amor mio.... allora; sapevate il mio pianto, il mio rimorso.... E quando voi dovevate adempiere la sacra promessa, mi abbandonaste.... No, Marchese, il vostro amore si era spento, ecco ciò che vi ha di vero, tutto il rimanente è un pretesto. Alb. Il mio amore si era spento! Ele. Sì, voi mi giudicaste una di quelle donne che portano con leggierezza l'onta loro, e colle quali si può a capriccio annodare e sciogliere degli amori, seguendo l'uso delle volgari avventure; ma voi mi giudicaste male, Marchese Albani. Alb. Elena, credete che nell'abbandonarvi, il mio cuore soffrì strazio di morte; ma l'ostacolo che sorgeva fra noi.... Ele. (con slancio, quindi segue dominata da esaltamento sempre crescente.) Ma quando si ama, vi sono forse ostacoli? E voi stesso non mi dicevate così in queste bugiarde lettere? (ne prende alcune, ed una ne apre) Guardate! quando piangente, disperato, ecco, (mostrando la lettera) mi scrivevate (leggendo) «Elena, se voi non permettete che io torni in vostra casa, sarò il più infelice degli uomini» Poichè io vi aveva scacciato alla prima parola d'amore: lo ricordate? Alb. Oh, voi eravate la più virtuosa delle donne! Ele. (mostrandogli un'altra delle lettere e scorrendola appena coll'occhio, mostrando saperla a memoria) «Elena, la virtù, l'onore, i doveri, sono cose sacre; ma il vero amore, Elena, non vede ostacoli, poichè rende folli» Siete voi che scrivete (seguitando) «Io rinuncierei alla mia casa, a mio padre, a tutto per un istante d'amore. Io dalle tue braccia volerei felice alla morte: possederti e morire, Elena, ecco quanto ti chiedo» E mentivate! Alb. No, Elena, dal cuore mi venivano quei pensieri. Io era sì pazzo d'amore! Ele. (mostrando un'altra lettera) Che volevate morire, se io non vi accordava un colloquio. Vedete? (legge c. s.) «Elena, ve lo giuro per le ceneri di mia madre, se voi non venite, questa sera è l'ultima di mia vita.» Alb. (con forza) Ed io mi sarei ucciso! Ele. (con slancio) Ma preferiste vivere a costo del mio disonore! Oh, andate! voi siete il più spregievole degli uomini! (gli volge le spalle) Alb. (andandole presso, dice con tutta l'esaltazione dell'amore) Elena, ascoltami, io ti parlo col cuore sulle labbra come fossi nell'ultimo istante di mia vita. Io ti amava da insensato; io fui sleale verso di te, crudele, è vero; ma non vi sarebbe stato eccesso o delitto che io non avrei commesso per ottenerti. Era il mio primo amore, e fu pure l'ultimo, poichè io non cercai nell'altre donne che di dimenticarti. Le mie lettere non furono bugiarde; ti amai davvero come nessuno ama, e te sola ho amata quanto forse mente umana non può credere che si possa amare. Ele. (volgendo un momento il viso alquanto commossa e dandogli uno sguardo) Non vi credo. Alb. Che il cielo m'incenerisca a' tuoi piedi se io mentisco! (avvicinandosi sempre più) Io voleva farti mia; era questo non solo il mio dovere, ma la più cara delle mie speranze, l'unico mio pensiero, la mia stessa vita. Credimi, Elena, che tu nel sacrificarmi la tua pace, tu pure non mi hai amato quanto io ti ho amata. Ele. (con passione) Non l'ho amato! Alb. Era un delirio il mio, una febbre, una pazzia.... Ed ora pure che ti parlo, sappilo! ti amo, Elena, ti amo sempre, sempre! Ele. (allontanandosi) No! Alb. Ma io in uno dei momenti più terribili della vita dell'uomo, presso il letto di morte del padre che tanto mi era caro e tanto soffriva, volli giurare che non avrei dato giammai il mio nome alla figlia di colui che ne aveva ruinato.... Oh, perdono Elena!.... E lo giurai, disgraziato che io sono, lo giurai! Ele. (con un grido di sdegno presentandogli le lettere) E qui, forse, qui! non mi hai le mille volte tu pure giurato per il cielo, per la terra, per la memoria di tua madre, per quanto v'ha di sacro, che tu mi avresti fatta tua se io fossi libera? Dì, non l'avevi giurato? Ma tu ricordi il giuramento che ti giova ricordare. Sono queste lettere che ti fanno tremare. Ma guarda quanto io sia di te più generosa (presentandogli le lettere) Tieni, sposa la donna che tu ami....
SCENA SETTIMA
Eugenio dalla comune e detti
Ele. (seguitando) E se ne hai il cuore, ora va, ed uccidimi il fratello (porgendogli le lettere, vede Eugenio e grida) Ah! Eug. (strappa le lettere dalle mani di Elena, e dice minaccioso) Marchese, queste lettere le riavrete domani.... dalle mie mani. Alb. (ad Elena con slancio) Voi lo vedete? io non posso rifiutarmi (parte) Eug. (è per seguirlo) Ele. (abbracciandolo lo ferma) Eugenio! Eug. Tu sarai vendicata! (l'abbraccia.)
FINE DELL'ATTO QUARTO
|
Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2008. Content in this page is licensed under a Creative Commons License |