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SCENA
IV.
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Benedetto e dette.
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Bened.
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Troppo tardi, sorella!
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Teresa
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Ecco l'inquisitore!
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Bened.
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Il
garofano rosso è il mio fior prediletto
sorella,
e non sul fuoco, ma spiccare sul petto
ai
lavoratori amo vederlo, il primo Maggio
simbolo d'una fede
nuova.
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Teresa
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Strano linguaggio!
Come
sai tutto ciò? Sei già venuto qui
a fare il ficcanaso fra
le mia carte.
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Bened.
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Sì;
mentre
tu ancor dormivi. Sai bene che noi preti
siam tutti un po'
curiosi....
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Teresa
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Ed anche un po'
indiscreti
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Bened.
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In
ver l'essere troppo curiosi non sta bene;
ma
l'esserlo un pochino talvolta assai conviene.
Vedi,
oggi, per esempio la mia curiosità
ci
fu provvidenziale, senza di lei chi sa
quant'avrei
continuato a diffidar di te,
che
in fondo, a quanto sembra la pensi come me;
e
tu certo credendomi un pseudo inquisitore,
m'avresti
ognor celata, la fede del tuo cuore.
Fede
sublime e santa alla quale mi sento
io pure vincolato con
santo giuramento.
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Teresa
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Che
sento mai!.... Possibile?.... Ma dici tu davvero
Anche
tu Socialista? Anche tu battagliero?
ma come mai?
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Bened.
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M'ascolta: come già
ti ho narrato,
ben
sai ch'io son fuggito dal tetro educandato
sol
per recarmi a Napoli, quando il morbo crudel,
portò
squallore, e morte, sotto quel dolce ciel.
Per
aiutare quei miseri, anch'io colà dovetti
cacciarmi
nei tuguri di tanti poveretti.
Che
quadro desolante! Quante ingiustizie umane!
Quanta
gente cui manca l'aria, la luce, il pane!
Io
vidi certe cose, cui non avrei creduto,
s'io
stesso non avessi cogli occhi miei veduto;
io
vidi (inorridisci, sorella) della gente,
che
dorme tutto l'anno sulla paglia fetente,
in
antri, dove un alito mai spira d'aria pura,
fra
una promiscuità che offende la Natura,
Mentre
vicino a queste stamberghe del dolore
quasi
insulto a quei miseri; ricchi d'ogni splendore
s'ergean
vasti palagi dalle alcove dorate,
ville
con bei giardini, spaziose, ed abitate
da
pochi, neghittosi, e quasi indifferenti
d'innanzi al quadro
orribile di tanti sofferenti
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Teresa
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Nevver, ciò non
è giusto.
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Bened.
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Non solo, ma è
delitto
privar
d'aria, di pane, chi più d'ogni altro ha dritto
. . . . . .
. . . . . . . . . . .
Queste
disuguaglianze fecero su di me
dolorosa
impressione, e pensavo: Perchè
tante
ingiustizie al mondo? Quali di questi mali,
sarebbero
le cause dirette e principali?
E
immobile, commosso, dinanzi a quel dolore,
col
fremito nell'anima, e lo sdegno nel core,
soffrivo
nel vedermi inetto a migliorare
la
sorte di quei miseri, ch'io sentivo d'amare
come
fratelli miei, cercavo... Avrei voluto
giovare
in qualche modo, portare qualche aiuto;
ma
invano; senza guida, solo, la mente mia
confusa in mille sogni,
cadea nell'utopia.
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Teresa
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Oh che peccato! E poi?
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Bened.
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Poi chi mi fe'
cosciente,
cöordinando
i nobili pensier della mia mente,
fu
un giovin romagnolo, che in un caso pietoso
e
triste, ebbi compagno. Che giovin coraggioso
che
ingegno, che cuor d'oro sorella, che coltura
quanto soffrì,
vedendo gli altri nella sventura!
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Teresa
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Prosegui
via
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Bened.
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Una sera io venni
destinato
con
lui ad una visita nel borgo più abitato,
quando
da una stamberga di miseri pezzenti,
ci
parve udir dei gemiti, dei pianti, dei lamenti.
Ci
avvicinammo ad essa, e più distintamente
sentimmo
voci rauche, di persona morente.
Una
famiglia intera dal morbo era colpita,
e
invano al Ciel chiedea, misericordia, aita!
Entrare
in quella tana, umida, sporca e scura,
pregna
di miasmi orribili, satura d'aria impura,
è
cosa, se non certa, almen molto probabile,
di
rimaner colpiti dal morbo inesorabile;
Eppur
quei disgraziati con disperati accenti
implorano
al soccorso. Andiam dunque, si tenti,
gridò
egli con accento risoluto ed ardito.
Non
esitai; ma fiero al generoso invito,
risposi:
Vengo anch'io; e al pie' di quel giaciglio,
anch'io
saprò con voi, sfidare ogni periglio.
Entrammo,
e fu una gara di lavoro, di stenti
per
strappare alla morte quei poveri innocenti.
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Teresa
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Bravo,
fratello, bravo, quest'atto assai ti onora.
Ma
il tuo compagno chi era? Non me l'hai detto ancora.
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Bened.
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Egli
era un socialista, che per la santa idea,
e
carcere ed esilio ei già sofferto avea!
Là
fra gli estremi aneliti di quei tristi morenti
mi
parlò di miserie, dei dritti delle genti,
là,
mi spiegò le cause, di tanti mali attrici
e
perchè mentre gemono milioni d'infelici
pochi
godon la vita... compresi allor, sorella,
quanto
la fede sua fosse sublime e bella,
sentii
che rispondeva ai sensi del cuor mio;
la
vostra man, gli dissi, son socialista anch'io.
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Teresa
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Altro
che Cardinale;... e il babbo che di te
vuol
farne un'Eminenza, ha detto, un Papa Re!
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Bened.
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È
un sogno, un grave errore non ho la vocazione,
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Teresa
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O
me ne sono accorta, sai di rivoluzione
lontano
mille miglia
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Bened.
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Dunque sorella tu
che
sei molto influente, ed hai la gran virtù
di
vincer sempre il babbo, fammi questo favore;
digli
che a me non piace l'arte del Monsignore,
che
amo viver col frutto delle fatiche mie,
e
non già oziar tra salmi bugiardi, e litanie.
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Teresa
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Non
cederà alla prima
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Bened.
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O Guido ti aiuterà
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Teresa
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Ma
se dovessi fare soltanto col papà
vedi,
son più certa che riuscirei da sola,
con
due carezze, un bacio, una dolce parola
ottengo
ciò che voglio, ma in mezzo (è quest'è il
male)
c'entra
sempre il curato, il vecchio Don Pasquale
che
con malizia, ed arte, di cui tanto è capace,
induce
il babbo a fare ciò che gli pare e piace.
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Bened.
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Oh!
non temere, l'armi con cui si fa guerriero,
si
spunteranno tutte se, come hai detto, è vero:
hanno
i lavoratori buon grado di coltura.
Son
l'armi sue, lo sò, calunnia ed impostura;
ma
quale effetto avranno gettate fra una gente
che
sa tutto distinguere, fiera, colta cosciente?
avran
l'effetto opposto e feriran colui
che
tanto infamemente le adopera, per cui
nulla
dobbiam temere.
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