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| Pietro Chiesa La vispa Teresa IntraText CT - Lettura del testo |
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Benedetto e dette.
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Bened. |
Troppo tardi, sorella! |
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Teresa |
Ecco l'inquisitore! |
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Bened. |
Il garofano rosso è il mio fior prediletto sorella, e non sul fuoco, ma spiccare sul petto ai lavoratori amo vederlo, il primo Maggio simbolo d'una fede nuova. |
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Teresa |
Strano linguaggio! Come sai tutto ciò? Sei già venuto qui a fare il ficcanaso fra le mia carte. |
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Bened. |
Sì; mentre tu ancor dormivi. Sai bene che noi preti siam tutti un po' curiosi.... |
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Teresa |
Ed anche un po' indiscreti |
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Bened. |
In ver l'essere troppo curiosi non sta bene; ma l'esserlo un pochino talvolta assai conviene. Vedi, oggi, per esempio la mia curiosità ci fu provvidenziale, senza di lei chi sa quant'avrei continuato a diffidar di te, che in fondo, a quanto sembra la pensi come me; e tu certo credendomi un pseudo inquisitore, m'avresti ognor celata, la fede del tuo cuore. Fede sublime e santa alla quale mi sento io pure vincolato con santo giuramento. |
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Teresa |
Che sento mai!.... Possibile?.... Ma dici tu davvero Anche tu Socialista? Anche tu battagliero? ma come mai? |
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Bened. |
M'ascolta: come già ti ho narrato, ben sai ch'io son fuggito dal tetro educandato sol per recarmi a Napoli, quando il morbo crudel, portò squallore, e morte, sotto quel dolce ciel. Per aiutare quei miseri, anch'io colà dovetti cacciarmi nei tuguri di tanti poveretti. Che quadro desolante! Quante ingiustizie umane! Quanta gente cui manca l'aria, la luce, il pane! Io vidi certe cose, cui non avrei creduto, s'io stesso non avessi cogli occhi miei veduto; io vidi (inorridisci, sorella) della gente, che dorme tutto l'anno sulla paglia fetente, in antri, dove un alito mai spira d'aria pura, fra una promiscuità che offende la Natura, Mentre vicino a queste stamberghe del dolore quasi insulto a quei miseri; ricchi d'ogni splendore s'ergean vasti palagi dalle alcove dorate, ville con bei giardini, spaziose, ed abitate da pochi, neghittosi, e quasi indifferenti d'innanzi al quadro orribile di tanti sofferenti |
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Teresa |
Nevver, ciò non è giusto. |
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Bened. |
Non solo, ma è delitto privar d'aria, di pane, chi più d'ogni altro ha dritto . . . . . . . . . . . . . . . . . Queste disuguaglianze fecero su di me dolorosa impressione, e pensavo: Perchè tante ingiustizie al mondo? Quali di questi mali, sarebbero le cause dirette e principali? E immobile, commosso, dinanzi a quel dolore, col fremito nell'anima, e lo sdegno nel core, soffrivo nel vedermi inetto a migliorare la sorte di quei miseri, ch'io sentivo d'amare come fratelli miei, cercavo... Avrei voluto giovare in qualche modo, portare qualche aiuto; ma invano; senza guida, solo, la mente mia confusa in mille sogni, cadea nell'utopia. |
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Teresa |
Oh che peccato! E poi? |
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Bened. |
Poi chi mi fe' cosciente, cöordinando i nobili pensier della mia mente, fu un giovin romagnolo, che in un caso pietoso e triste, ebbi compagno. Che giovin coraggioso che ingegno, che cuor d'oro sorella, che coltura quanto soffrì, vedendo gli altri nella sventura! |
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Teresa |
Prosegui via |
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Bened. |
Una sera io venni destinato con lui ad una visita nel borgo più abitato, quando da una stamberga di miseri pezzenti, ci parve udir dei gemiti, dei pianti, dei lamenti. Ci avvicinammo ad essa, e più distintamente sentimmo voci rauche, di persona morente. Una famiglia intera dal morbo era colpita, e invano al Ciel chiedea, misericordia, aita! Entrare in quella tana, umida, sporca e scura, pregna di miasmi orribili, satura d'aria impura, è cosa, se non certa, almen molto probabile, di rimaner colpiti dal morbo inesorabile; Eppur quei disgraziati con disperati accenti implorano al soccorso. Andiam dunque, si tenti, gridò egli con accento risoluto ed ardito. Non esitai; ma fiero al generoso invito, risposi: Vengo anch'io; e al pie' di quel giaciglio, anch'io saprò con voi, sfidare ogni periglio. Entrammo, e fu una gara di lavoro, di stenti per strappare alla morte quei poveri innocenti. |
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Teresa |
Bravo, fratello, bravo, quest'atto assai ti onora. Ma il tuo compagno chi era? Non me l'hai detto ancora. |
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Bened. |
Egli era un socialista, che per la santa idea, e carcere ed esilio ei già sofferto avea! Là fra gli estremi aneliti di quei tristi morenti mi parlò di miserie, dei dritti delle genti, là, mi spiegò le cause, di tanti mali attrici e perchè mentre gemono milioni d'infelici pochi godon la vita... compresi allor, sorella, quanto la fede sua fosse sublime e bella, sentii che rispondeva ai sensi del cuor mio; la vostra man, gli dissi, son socialista anch'io. |
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Teresa |
Altro che Cardinale;... e il babbo che di te vuol farne un'Eminenza, ha detto, un Papa Re! |
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Bened. |
È un sogno, un grave errore non ho la vocazione, |
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Teresa |
O me ne sono accorta, sai di rivoluzione lontano mille miglia |
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Bened. |
Dunque sorella tu che sei molto influente, ed hai la gran virtù di vincer sempre il babbo, fammi questo favore; digli che a me non piace l'arte del Monsignore, che amo viver col frutto delle fatiche mie, e non già oziar tra salmi bugiardi, e litanie. |
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Teresa |
Non cederà alla prima |
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Bened. |
O Guido ti aiuterà |
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Teresa |
Ma se dovessi fare soltanto col papà vedi, son più certa che riuscirei da sola, con due carezze, un bacio, una dolce parola ottengo ciò che voglio, ma in mezzo (è quest'è il male) c'entra sempre il curato, il vecchio Don Pasquale che con malizia, ed arte, di cui tanto è capace, induce il babbo a fare ciò che gli pare e piace. |
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Bened. |
Oh! non temere, l'armi con cui si fa guerriero, si spunteranno tutte se, come hai detto, è vero: hanno i lavoratori buon grado di coltura. Son l'armi sue, lo sò, calunnia ed impostura; ma quale effetto avranno gettate fra una gente che sa tutto distinguere, fiera, colta cosciente? avran l'effetto opposto e feriran colui che tanto infamemente le adopera, per cui nulla dobbiam temere. |
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