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Scrivendo queste Memorie niente altro mi son proposta che
confermare, quanto è da me, con argomenti di fatto, l’opportunità e la
giustizia del Decreto col quale si sopprimono dal Governo italiano i conventi,
e disingannare a un tempo coloro, se pur ne restano ancora di buona fede, che
tenesser quei luoghi per asili di tutte le religiose virtù.
Che la gente chiusa ne’ conventi sia ormai inutile affatto
alla società, non v’è chi l’ignori. Ma non basta: voglionsi pure svelare certi
misteri, per mostrarla non tanto inutile quanto, e anche più, nociva, siccome
quella che rappresenta un ordine d’idee in opposizione e in contrasto con le
idee non pur professate dagli uomini meglio pensanti del secolo, ma già
radicate eziandio nella pubblica e generale opinione.
Senza la reclusione monastica, tante giovanette d’ingegno
peregrino si sarebbero elle vedute, per isnaturatezza di parenti e per
sobbillamento di confessori, sepolte in carceri inaccessibili a ogni lume
sociale, a ogni voce dell’umanità? poi, nel pentimento d’un voto che le
strappava irrevocabilmente agli affetti e ai doveri della famiglia pe’ quali
erano state create dal Signore, dopo una esistenza cachettica, scendere
immature nella tomba, senza il compianto della madre, delle sorelle, delle
congiunte e compagne?
So che non pochi, né inoperosi sono, colla sottana e
senza, i partigiani del monachismo; e che potrebbero essi obiettare, che, se
veri fossero i miei giudizi intorno agli effetti della reclusione monastica,
tutte le monache, ora che ne hanno la libertà, avrebbero già abbandonato i
chiostri; il che non avviene, massime nelle nostre provincie meridionali.
Risponderò che i confessori di quelle infelici fanno loro
prima, anzi sola ed esclusiva cura del deprimerne e immiserirne gli spiriti,
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insinuandovi massime d’egoismo e di misantropia, che non sono certamente quelle
della religione di Cristo, facendo lor vedere fuori del parlatorio la
perdizione e l’abisso; mostrando sul limitare del chiostro le maledizioni del
Cielo e i fulmini di Roma, pronti a scoppiare sul capo di chi osasse
oltrepassare. D’altronde la mia è narrazione di fatti recentissimi: io cito
date, luoghi, persone: ognuno potrà riscontrar la verità agevolmente.
Mi si potrà piuttosto apporre d’aver taciuto qualche
particolare che mi riguarda, d’aver lasciato nell’ombra alcune vicende non
indegne forse di esser tratte a miglior luce: ma io risponderò che il danno è
tutto mio, avendo più d’una volta con ciò tolto alle mie Memorie il vantaggio
del colorito e quel drammatico rilievo che le avrebbe fatte più attrattive. Ma
a quel silenzio e a quelle omissioni fui indotta dal rispetto dovuto agli
estinti, alle famiglie, ed anche a me stessa.
Enrichetta Caracciolo
Castellamare (Napoli) 1864
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